Mi ricordo di quell’estate e del caldo che alle otto di sera ancora non mollava, delle luci al neon e dei cestini di plastica rossi con cui ci percorrevamo rapidi gli scaffali del supermercato, ma non ricordo nulla di me: io non ci sono nei fotogrammi di quel giorno. Non ricordo nemmeno come fossi vestito: potevo avere ancora gli abiti da ufficio, quando scesi le scale del supermercato, o forse, a lavorare, non c’ero andato proprio e magari me ne ero andato al mare, a pensare, a leggere. Non me lo ricordo. Mi ricordo il ronzio dei frigoriferi e l’altoparlante che pregava tutti di togliersi, gentilmente, dalle palle. Il tuo respiro impaziente dietro di me che appare all’improvviso mentre decido se bresaola o crudo di Parma e il tizio dietro il bancone che guarda oltre me e io allora mi volto e incontro i tuoi occhi neri, grandi, imploranti. “Ahò, ti sbrighi, per favore?“.
Dubito ci fossimo mai visti prima. Forse avevi dei pantaloni a righe e delle ballerine ai piedi, non lo so, non lo ricordo, non riuscivo a guardare nulla oltre i tuoi occhi. Ricordo il mio passo studiato verso la cassa rimasta aperta praticamente per noi e il tuo “Eccomi!“. Non ricordo come iniziammo a parlare, forse per le scale. “Scusami, per prima“. “Figurati“. Uscimmo sulla strada ancora illuminata dal sole. “Da che parte vai?“. Fu istintivo, contemporaneo. E poi il mare, l’amore, l’inverno, Budapest, i tuoi abiti nell’armadio – “Siamo incinta!” – progetti, nomi, cose, case.
Ricordo quel giorno, la sveglia, la pioggia, il numero anonimo sul display del telefono, io che dico “Pronto?” e una voce mi dice il nome di un ospedale e sostiene che tu sei là, ma non è vero perché tu non ci sei più, quando giungo. Ricordo gente senza faccia in corridoi bianchi, il tuo motorino accartocciato, e il mondo che s’immerge in un acquario, ma sono solo i miei occhi. E poi non ricordo altro, nulla di tutti gli anni che sono passati così, senza avvisare, senza disturbare. Dieci, amore mio, quando, anche domani, non mi sveglierò con te.

