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Sulla strada per l’aeroporto di Sheremetyevo

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Fa fresco. Sono solo le sei ma la luce delle notti bianche estive a questa latitudine non significa unicamente sole tiepido fino a mezzanotte ma anche luce già di primo mattino.

Andare all’aeroporto per partire per la tanto agognata vacanza fa pensare, fa notare tante cose che un giorno normale non avresti notato tanto facilmente. Forse perché la mente è libera, forse perché è già più leggera mentre si perde solo nel verde dei parchi e poi dei boschi che costeggiano parte dei trenta chilometri che ti separano dal tuo volo, in attesa di tuffarsi nell’altro verde delle Dolomiti, quello che aspettavi di rivedere da un anno ormai. Dicevo, fa fresco, e noto tante scene in una, vite immerse in altre, vite solitarie, vite a braccetto, vite sorridenti e meno sorridenti. E’ incredibile rendersi conto di come, in un breve tragitto, si intreccino tanto storie. Forse, in realtà, è sempre così, semplicemente abbiamo perso l’abitudine di osservarle. Per la fretta, per l’essere presi e immersi da corse spesso inutili, vuote e futili. E solo fermandoci un attimo riprendiamo le sembianze di un essere umano, fatto di sentimenti, riflessioni e pensieri.

La prima scena che mi colpisce è quella di una coppia di donne cinesi. Lungo l’autostrada trafficata le vedi camminare in controsenso, con enormi borse di iuta sulle spalle. Pur cariche come due somari, ti domandi cosa mai potranno avere li’ dentro di tanto prezioso, chiacchierano tranquillamente e, anzi, ridono pure; forse si stanno raccontando gli scherzi fatti dai nipotini qualche giorno prima, o magari semplicemente ridacchiano del loro goffo, e quasi inutile, tentativo di parlare qualche parola di russo. Rimango sempre stupita quando vedo persone felici nelle situazioni più strane e, a un occhio esterno, difficili. Camminare in quel modo, a quell’ora del mattino con sacchi pesanti magari per loro è normale, mentre per noi no. Questioni di punti di vista, come sempre.

Poco più in la’ (ancora non ve l’ho detto, ma sono nel solito ennesimo taxi, dunque, come sempre, sbircio dal finestrino, vista privilegiata) vi è un gruppo di persone con un cappello di paglia in testa. Avvicinandomi noto che sono abbastanza anziani, con il viso bruciato dal sole (qui non ce n’è molto ma se si sta nei campi picchia…), curvi, con attrezzi in mano, per potare rami, tagliare fasci d’erba. Intorno a loro ci sono altissimi fiori bianchi, che assomigliano a cavoli. In Italia sarebbero fiori molto più piccoli, ma qui tutto è così grande… Questi giardinieri gentili (uno pone all’altro una tazza di plastica marrone con una bevanda fumante) sembrano diligenti, attenti e rigorosi e terranno in ordine quei bordi della strada un po’ ribelli. A differenza delle signore cinesi, non sorridono. Sarà l’età, sarà la stanchezza di dover ancora lavorare invece di starsene, seduti  a casa, a godersi la meritata pensione, sarà quindi il fatto che per loro quella non è la normalità. Da un bus sgangherato, intanto, scende una giovane donna velata, con due bambini, uno in braccio e uno per mano. Ha un viso dolcissimo che tuttavia fa trasparire una notte di stanchezza. Al controllo passaporti incontrerò una giovane che me la ricorderà, anch’essa con il capo coperto e due bambini a seguito. Si stanno recando a Bruxelles via Amsterdam, mi dirà, per ritrovare la famiglia. Un pulmino con su scritto Deti (bambini), intanto mi passa davanti. E’ presto per loro, ma probabilmente la scuola è lontana. Bello leggere bambini al posto di scuolabus, molto più umano.

Una fila indiana di cinque uomini cammina anch’essa verso l’aeroporto. Potrebbero facilmente essere operai ucraini, bulgari o rumeni che vanno a iniziare il turno presso il cantiere vicino. Anch’essi arrivano a piedi, in mezzo al traffico, magari sbarcati a una fermata di bus o di tram rigorosamente lontana dall’aeroporto e dai suoi cantieri. Queste file mi ricordano quelle dell’Africa, persone in mezzo al nulla che improvvisamente trovi li’ a camminare, ti domandi da dove vengano, dove vadano, perché vicino non ci sono villaggi. E allora capisci che camminano da ore, chi per andare a lavorare, chi per cercare l’acqua, chi per andare a scuola. Tutti camminiamo verso qualcosa, in fondo. Siamo tanti, siamo diversi ma così uguali, tutte con gioie, speranze e tristezze. Tutti così uguali, alla fine. Sono tante le vite che s’incrociano, su quella strada, tante le storie vere e quelle che si possono immaginare. A volte se ne incrociano, tuttavia, alcune, che non si possono nemmeno più lontanamente immaginare…

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