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Emmenez-moi: Morrissey all’Atlantico

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Concerto di Morrissey, 13 ottobre 2014: non un concerto ma una storia di tessuti e gesti teatrali. Non una recensione ma un racconto.

Ci infiliamo sotto il tendone dell’Atlantico, io Ale e Luca: oltre il parterre già affollato, oltre il palco, stanno proiettando il video in cui un Aznavour cinquantenne canta Emmenez-moi. L’abbigliamento è quello tipico degli anni settanta: sotto una giacca aderente e una cravatta vistosa, i lembi del colletto si allungano temerari verso il petto. Verso la fine della canzone, esaltato dal riff di archi, Aznavour apre le braccia e comincia a ruotare su sé stesso come un derviscio. A quel punto è chiaro che di gesti istrionici e di camicie si tratterà stasera.

La storia di un concerto di Morrissey è quella delle sue camicie. Nel boato lui si affaccia sul palco, puntualissimo, con addosso una camicia fin troppo castigata per le sue abitudini – e i miei gusti: marrone, maniche lunghe, aperta sul petto, una doppia banda verticale rossa sul lato destro, quello del cuore, un fregio bianco in alto. Saluta, comincia a cantare, e la sua camicia comincia a vivere: si agita con lui, si tende con lui, si aggira sul palco con lui. Ma soprattutto comincia a chiazzarsi del suo sudore, tingendosi di un colore scuro e appiccicandosi al suo corpo.

Quest’uomo è malato? L’artista è in fase calante?

“Il gruppo è valido” dice Luca, al solito ostentando competenza musicale.

Mi piace soprattutto il suono della prima chitarra; ancora vuole che i suoni graffino attorno a sé, l’artista di Manchester.

“Quanto è bello” dice Ale.

Tutti sotto il palco seguiamo i suoi gesti rituali: sollevare le folte sopracciglia, giungere le mani come implorante, andare verso la band e tornare verso il pubblico richiamando a sé il filo del microfono. Ci riconosciamo in essi, comprendiamo senza rifletterci il loro valore simbolico che si amalgama con testi e musica, come si addice agli istrioni.

La camicia è madida, non è più a chiazze ma di un compatto marrone scuro quasi nero. Esprime stanchezza, malinconia, languore, pigrizia, sarcasmo e anche grinta, pop e rock. Morrissey frusta l’aria con la corda del microfono, poi si protrae verso il pubblico, il microfono vicino alla bocca, il braccio libero slanciato all’indietro, nel suo gesto più caratteristico e romantico. Mancano solo i fiori nella tasca dei jeans, per cancellare l’azione corruttrice degli anni.

Per la seconda brevissima parte Morrissey sfoggia una meravigliosa camicia rossa piena di ricami gialli, vere e proprie figure che non distinguiamo ma possiamo immaginare: siamo tutti stupidi dandy inglesi, figli degli anni ’80.

Nell’ultimo atto, istrionismo e magia delle camicie agiscono insieme fino a fondersi: Morrissey platealmente con un solo strappo si apre la camicia sul petto, poi se la toglie, estasiando il pubblico, rimanendo a torso nudo, i fianchi appesantiti dall’età, il ventre non più asciutto. Nella gloria seguiamo la parabola della chiazza rossa della camicia che Morrissey ha lanciato dal palco verso le prime file. Con essa ci ha lanciato il rosso del suo cuore, è chiaro. (La camicia finisce nelle mani di una mia amica, cui casualmente in passato è capitato per un attimo di leggermi l’anima).

Nella notte, in sogno, Morrissey rifà, solo per me, Meat is murder. Stavolta, però, a sorpresa, stretta anche lei in una camicia sudata e sbottonata sulla scollatura, al basso c’è Kim Gordon dei Sonic Youth.

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