Davide Ferrario: “La nostra tregua tra il muro di Berlino e le Torri gemelle”

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Il 27 gennaio 1945, Primo Levi venne liberato dal campo di concentramento di Auschwitz e ritornò a Torino, nella sua casa, dieci mesi dopo. Ripercorriamo oggi idealmente lo stesso viaggio

Il 27 gennaio 1945, Primo Levi venne liberato dal campo di concentramento di Auschwitz e ritornò a Torino, nella sua casa, dieci mesi dopo. Ripercorriamo oggi idealmente lo stesso viaggio con Davide Ferrario, autore (con Marco Belpoliti) del film La strada di Levi, attualmente nelle sale cinematografiche.

Come nasce l’idea del film La strada di Levi?
Al di là certo della necessità della memoria e dell’anniversario, questo film è prima di tutto un road movie, è un film di viaggio, così come La tregua di Levi era un libro di viaggio, non una testimonianza sui campi, anche se i campi sono presenti all’inizio e alla fine della tregua. La tregua è un libro di avventura, picaresco per molti aspetti, la storia di un viaggio che attraversa tutta l’Europa dell’est, in cui c’è un carattere di levità, perdonate proprio il gioco di parole, che noi abbiamo cercato di mantenere. Così La strada di Levi è un film che si basa sulle persone e non sui grandi temi. All’origine del film c’è con me Marco Belpoliti, curatore delle Opere di Primo Levi per Einaudi, che diversi anni fa ha l’idea di ripercorrere l’itinerario di Levi da Auschwitz a Torino e pensa allora di scriverci un libro. Poi pare che a un certo punto abbia deciso che i libri li leggono solo 1000 persone, invece i film li vedono tutti (speriamo, dico io) ed è venuto quattro anni fa da me con quest’idea. Confesso che in prima battuta ho detto bello, grande idea, magnifica e poi sono corso a casa a leggere La tregua, che avevo letto a brani al liceo e poi lo avevo dimenticato in qualche scaffale della mente sotto la voce grandi classici del novecento. Ho scoperto, o riscoperto uno scrittore modernissimo e un libro formidabile per quello che è e per quello che poteva diventare come film.

Il film non è soltanto un percorso lungo l’itinerario di Levi.
L’itinerario di Levi di allora, oggi nel nuovo secolo, significa attraversare Polonia, Ucraina, Bielorussia, ridiscendere l’Ucraina passando per Chernobyl, Levi infatti passò vicino Chernobyl senza sapere quello che sarebbe diventato, ma noi lo sappiamo quindi era una tappa inevitabile, poi dall’Ucraina alla Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania e Italia, praticamente un viaggio attraverso l’Europa, soprattutto quell’Europa di cui non conosciamo quasi niente. Così quest’idea di fare una sorta di viaggio alla scoperta del mondo semisconosciuto è stato un altro dei grandi motivi per fare il film. La motivazione più forte è stata però una corrispondenza, cioè La tregua uscì nel 1963, in piena guerra fredda, e riprende non solo una tregua personale, quei dieci mesi per tornare a casa, ma è anche una tregua storica tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda e anche noi, credo, siamo nella stessa situazione di Levi, abbiamo anche noi sperimentato una tregua, che è quella fra l’addio al comunismo, con la caduta del muro di Berlino, e l’undici settembre. Ecco quella tregua lì è stata la nostra tregua e quindi anche noi come lui possiamo riguardare quello che è successo e trarne delle conseguenze, poiché ovviamente il presente è figlio di quel passato.

Come mai il viaggio di Levi verso casa avviene secondo un percorso così tortuoso?
Innanzitutto non c’erano più le ferrovie, era l’immediato dopoguerra, gran parte delle linee ferroviarie erano distrutte e quindi i treni si spostavano come potevano. L’altra cosa non indifferente era che lui era stato liberato dall’Armata Rossa e non poteva tornare subito in Italia, che era sotto l’influenza anglo americana. Non c’era ancora la guerra fredda, ma certamente era il momento in cui si stavano definendo tutta una serie di problematiche riguardanti le sfere di influenza, per cui quello che successe a lui e ai suoi compagni fu che i russi li spostavano di villaggio in villaggio. L’idea originaria era partire dalla Polonia, col treno arrivare a Odessa, imbarcarsi e via mare raggiungere l’Italia. A un certo punto, invece di andare verso Odessa, quindi ad est, cominciarono ad andare verso nord e lì Levi e i suoi compagni non sanno più che cosa gli succede. Intanto che vengono definiti i grandi disegni dell’Europa, questo gruppo di persone viene continuamente spostato, il loro dramma è che non sapevano né quando, né come sarebbero tornati a casa.

Quanto è diversa l’Europa che avete attraversato rispetto a quella descritta ne La tregua?
Anche noi siamo partiti un po’ con quel pregiudizio, cioè andiamo a vedere cosa è cambiato. La sorpresa è stata vedere cosa non è cambiato. Ci sono enormi aree dell’ Europa dell’est dove quasi non è cambiato nulla rispetto al comunismo ai tempi dei soviet. La Bielorussia, ad esempio, non è assolutamente cambiata, c’è come una persistenza di un modo di vita che è antecedente al comunismo e che probabilmente resisterà anche alla globalizzazione, concentrata nelle aree urbane, che sono per molta parte occidentalizzate. Dietro le aree urbane, ci sono enormi distese di territori e persone che ben poco hanno a che fare con la globalizzazione. Quindi abbiamo visto piuttosto quanto non è cambiato.

Dunque nel film non emergono i cambiamenti storici?
Eravamo a un certo punto in Ucraina a filmare un meraviglioso campo di papaveri, c’era una vacca in mezzo al campo, arriva un contadino e dice “Cosa fate? Mettete la mia vacca in televisione?” “Perché la vacca è sua?”. Lui dice di si. “Il campo è suo?”. “No, è della proprietà comune”. A me incuriosisce questa cosa, è della proprietà comune, non dice che è di un altro, ma che è della proprietà comune. “Allora cosa c’è di diverso rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica?” chiediamo. Lui ci pensa un po’ su e dice “Come faccio a spiegare? È che allora la vacca la potevo portare fuori un po’ sì, un po’ no. Adesso la sera sì.”. Cioè visto da lì il comunismo è questo. Allora tutto il film tende ad essere un film di persone, di facce, di storie e dietro queste persone, ci sono i paradossi dei grandi movimenti storici. Come Levi non parlò mai di comunisti e nazisti, ma sempre di russi e di tedeschi, di persone che incontrava, questo film è fatto di persone. Tutto sempre visto rovesciando il cannocchiale, non il grande disegno della storia ma il piccolo dettaglio, la piccola battuta che ti rivela un mondo dietro.

La scelta delle scene è avvenuta secondo una sceneggiatura iniziale?
Potevamo andare a cercare delle immagini fra le parole di Levi, oppure potevamo portare a casa delle immagini, poi cercare le parole. Curiosamente non è successo né l’uno né l’altro, noi ci siamo detti che andavamo a fare il nostro viaggio e poi lo avremmo confrontato con il libro di Levi. Quello che è successo è che, man mano, ci siamo resi conto che quello che vedevamo noi, quello che sentivamo, era esattamente quello che aveva visto e sentito Levi. Ci capitavano delle cose durante la giornata e poi a cena, la sera, riprendevamo La tregua e i pensieri che avevamo avuto noi erano quelli di Levi, rispetto al paesaggio, rispetto a quello che vedevamo, rispetto alle persone che incontravamo e al loro carattere, come se non fosse cambiato niente davvero. Tantissime volte vedrete la corrispondenza fra le parole e le immagini, che certe volte è sorprendente, e che non è stata pesata a priori, si è proprio costruita, come se viaggiassimo in parallelo. Questo corto circuito tra passato e presente credo sia una delle cose più fertili di questo film, forse proprio perché bastava fidarsi di Levi.

Che importanza ha la musica in questo viaggio?
Le musiche del film sono di Daniele Sepe, che con me aveva già fatto metà delle musiche di Dopo mezzanotte. È un musicista bravissimo che non è mai caduto nel sentimentalismo o nel romanticismo, è stata la prima volta in cui ho lavorato così tanto con un musicista. Poi c’è una musica che arriva direttamente da quei paesi, che non è per nulla etnica, come quella dei fratelli Karamazov, grande pop-band ucraina che fa del rock blues cantato in russo. È importante proprio perché tu arrivi lì e pensi a tutti quei sentimentalismi sulla musica etnica, poi trovi il rispecchiamento dell’occidente pensato da loro e la musica nel film diventa un ulteriore riflesso di questo gioco.

Perché un road movie e non un film?
Il problema secondo me è che tu non puoi far vedere la faccia di Primo Levi, ad esempio il vero problema del film di Rosi (La tregua…) secondo me era questo. Il libro è talmente ricco che tu puoi usare le sue parole, ne La strada di Levi c’è una voce fuori campo che è quella di Umberto Orsini che ogni tanto legge dei brani de La tregua, ma mettere la faccia di Levi in primo piano è un boomerang, perché ti identifichi con una fisicità che non è così forte come quella delle sue parole. Lo scopo era quello di incontrare Levi indirettamente, anche perché in questo modo emerge ancora di più il rapporto con noi, cioè non è più la storia sua, la sua rievocazione, ma è la storia nostra, vista attraverso le sue parole, attraverso i suoi pensieri e la loro modernità.

Qual è la modernità dei pensieri di Levi?

Levi è un grande scrittore, perché ha una scrittura molto precisa e mai drammatica. Anche nei momenti più terribili ha sempre una forma di leggerezza che è sorprendente e che riscatta dal punto di vista morale qualsiasi nefandezza racconti. Ma c’è un’altra parte di Levi, che trovo veramente modernissima, ed è proprio la parte del Levi pensatore. Ha fatto molti interventi sulla società contemporanea e, rispetto a un altro grande testimone degli anni sessanta settanta che è Pasolini, Levi non viene mai citato come pensatore e come esegeta, lettore della società moderna. Levi era un chimico ed era un ebreo, non aveva condizionamenti cattolici e non aveva condizionamenti ideologici e tutto il suo modo di leggere il mondo, compreso il lager, è stato improntato ad un approccio non dico scientifico, ma sicuramente non ideologico e non all’insegna dei valori. C’è un intervista fatta un anno prima della sua morte in cui un giornalista chiede a Levi se lui crede ancora in qualcosa. Levi ci pensa un attimo e dice “Sì. In qualcosa credo ancora. Credo nella democrazia”. Il giornalista si infervora e gli dice che allora lui ha una fede. Levi fa come un passo indietro e dice “No, la democrazia è una tecnica”. Il paese più potente del mondo sta facendo una guerra per esportare la democrazia, ora, se tu consideri la democrazia un valore, puoi fare una guerra, ma se la democrazia è una tecnica non fai una guerra per esportare una tecnica, perché una tecnica la esporti in un’altra maniera, non con la forza. Levi è pieno di questo tipo di analisi e veramente dovrebbe essere assolutamente riscoperto come pensatore.

Qual è oggi il significato di memoria?
Penso che c’è un problema se si parla tanto di memoria. Se ne parla troppo, con le migliori intenzioni, si fanno le giornate della memoria che purtroppo poi cascano dentro il meccanismo dell’anniversario, cioè te ne ricordi quel giorno lì e poi negli altri dimentichi. L’unica memoria che serve a qualcosa è la comunicazione di una storia, qualcuno che dice qualche cosa che serve alla tua vita, qualcuno che con la sua memoria comunica qualche cosa. Credo che la memoria adesso sia qualcosa di molto più simile allo scatto di una fotografia. Come vedrete nella parte di Auschwitz, dedicata alla memoria, quello che abbiamo raccontato non sono tanto le vetrine con i reperti dell’olocausto, bensì una sorta di clip su quelli che fanno le fotografie, telecamerina, macchina digitale, videofonino, è come se la memoria adesso fosse tutta condensata nel poter dire io c’ero. Cosa ne ho portato a casa, cosa ha significato per me, quello è del tutto secondario. Memoria invece dovrebbe essere qualche cosa di vivo, cioè il rapporto che hai con qualcheduno che ti tramanda qualche cosa, non solo perché lo conservi come un fermo immagine, ma perché serve a te, serve per comprendere la tua vita. Lo scambio di rumori e parole ha assunto una funzione superficiale.

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