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Una strana fine

di

Data

Oggi è proprio il mio giorno sfortunato. Me ne stavo lì, insieme agli altri piccioni, sui tetti del carcere di Regina Coeli, a godere il sole di febbraio. È bello, il sole di febbraio. È tiepido e scalda le penne.

Oggi è proprio il mio giorno sfortunato.
Me ne stavo lì, insieme agli altri piccioni, sui tetti del carcere di Regina Coeli, a godere il sole di febbraio. È bello, il sole di febbraio. È tiepido e scalda le penne.
Poi ho visto quelli che erano con me alzarsi in volo. Schizzavano in tutte le direzioni, come impazziti.
Nel cielo, l’ombra inquietante del falco pellegrino.
Anch’io mi sono alzato in volo. Senza una meta precisa. Solo perché, in preda al panico, l’istinto mi suggeriva di fuggire lontano.
Il cuore mi batteva forte nel petto. Non vedevo più il gruppo.
Finché non l’ho sentito.
Per prima cosa ho avvertito lo spostamento d’aria dietro di me. Un turbinio di ali. La morte che arrivava alle mie spalle.
Alla fine, il colpo di artigli. Forte, veloce, preciso. E tutto ha iniziato a girare intorno a me.
Mi sono ritrovato appeso, come un povero Cristo alle zampe del falco che sfrecciava nel cielo sopra la statua di Garibaldi a cavallo, al Gianicolo. Forse ero già morto. O forse no.
Poi, come è stato, il falco mi ha mollato. Mi ha lasciato cadere in terra, come una zavorra inutile. E sono piombato ai piedi di una panchina in mezzo a tanta gente che non si è nemmeno accorta di quello che era successo.
E fra tutte quelle persone indifferenti, all’improvviso, è arrivato lui.
Aveva seguito la macabra scena e mi guardava giacere immobile. Non so perché, ma è salito in macchina per prendere una busta di plastica. Una busta di plastica per infilarci quello che era rimasto di me. Del mio cadavere, intendo. Un ammasso di penne con una macchia di sangue al centro. Un piccione senza vita.
Lui mi prende con delicatezza. Sorregge la mia testa e la infila nella busta con mano esperta. Poi mi porta a casa sua.
Mi adagia su un bel tavolo di legno, al centro della camera da pranzo. Poi mi lascia solo. Ed io approfitto per dare un’occhiata in giro.
La stanza è carina, con due finestre. C’è una TV con uno schermo gigante. Un bel divano chiaro e due poltrone, una chiara e una rossa in similpelle.
Ma la cosa che mi attrae di più è la libreria. Quanti libri!
“Gli uccelli del mondo” 17 volumi, “Ornitologia italiana” 9 volumi, “Passeriformi granivori del mondo”, “Tordi”, “Rapaci notturni d’Europa”, “Identificazione in volo dei rapaci”, “Uccelli marini europei”, “Uccelli rari”… Ma sono centinaia di volumi sugli uccelli!
Ah, eccolo che torna.
Accende il lampadario che pende dal soffitto. E io mi trovo proprio sotto il cono di luce.
Ha indossato un paio di guanti di gomma di quelli leggeri.
E ora che fa?
Mi mette supino sul tavolo e mi apre le ali. Sta analizzando la mia ala destra. Le remiganti primarie, le secondarie, le terziarie. Le alliscia e le conta.
Poi passa alla sinistra. Stesso esame. E visto che mi trovo a pancia all’aria, con un batuffolo inumidito ripulisce il piumaggio che si era sporcato di sangue dove il pellegrino mi aveva afferrato. Finito di pulire inizia ad esaminare il piumaggio del petto, dei fianchi, del sottogola. Poi mi gira e controlla il dorso e le timoniere, le penne della coda.
A questo punto suonano al citofono.
È la moglie del mio ornitologo.
Mi aspetto la reazione disgustata da parte della donna alla vista del mio cadavere.
Invece lei, appena mi vede, posa per terra le buste della spesa e si siede al tavolino, proprio vicino a me.
E non mi guarda con disgusto. E nemmeno con paura. Mi guarda con gli occhi di una persona che si trova a suo agio con gli animali morti.
Ad un certo punto sento che discute con il marito a proposito del mio sesso. Dice che, secondo lei, sono un maschio perché ho la forma della fronte con uno stop marcato e, mentre lo dice, con l’indice della mano destra disegna la linea che va dal becco alla nuca. Anche lei è ornitologa. Ha il tocco leggero e ha indovinato che sono un maschio.
Poi li sento dire che sono un bell’esemplare, con un piumaggio perfetto.
Adesso sono al telefono. Stanno chiamando dei loro amici che lavorano al Bioparco di Roma per prendere accordi.
Sembra proprio che il mio cadavere non sia destinato ad essiccarsi sotto una panchina qualsiasi.
Suona nuovamente il citofono.
Adesso sono in quattro. Si sono aggiunti due amici biologi che hanno portato il materiale necessario per l’imbalsamazione.
Mi mettono a pancia in su e procedono con grande delicatezza a tutte le operazioni necessarie.
Dopo aver praticato un’incisione sul mio addome sostituiscono il vecchio corpo con uno in poliuretano, esattamente identico a quello originale.
Mi pare che stiano facendo un buon lavoro.
Con grande maestria la moglie mi applica due occhi tinti in vetro accuratamente verniciati che, devo ammettere, mi donano proprio un bell’aspetto.
Ora sono passati alla cucitura.
Ascolto i commenti dei due ornitologi mentre mi guardano soddisfatti a operazione terminata. Dicono che sono proprio bello.
Ormai è deciso: mi troveranno un posto d’onore al centro della loro libreria.
Certo che la vita è proprio strana… ho ricevuto più attenzioni da morto che da vivo.
La verità? È che quando ci sono di mezzo gli esseri umani non si sa mai cosa può succedere.

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