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Sono una persona molto calma

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Per educazione, e per indole personale, non mi interesso degli affari degli altri. Non è una questione di freddezza, o di scarsa empatia per le vicende umane, e lo prova il fatto che non ho mai rifiutato un consiglio, o un conforto, a chi me lo ha chiesto.

Per educazione, e per indole personale, non mi interesso degli affari degli altri. Non è una questione di freddezza, o di scarsa empatia per le vicende umane, e lo prova il fatto che non ho mai rifiutato un consiglio, o un conforto, a chi me lo ha chiesto. E’ solo che proprio non riesco ad appassionarmi ai singoli dettagli quotidiani delle vite altrui, e, a dire la verità, neanche della mia.
Lei, invece, se ne stava seduta lì, alla scrivania di fronte alla mia, e mi obbligava ad ascoltarla mentre riportava, minuto dopo minuto, la propria vita al telefono alla mamma, ai fratelli, ad amici e persino a colleghi di altri uffici. Una bolletta del gas troppo alta, un cappotto di un colore troppo sgargiante comprato dalla sorella Elena: tutto diventava argomento di lunghe conversazioni quotidiane grazie a cui passava le giornate. Una volta, per un mese intero non si era parlato che del raffreddore del gatto di casa e tutti gli anni già da metà novembre si passava in rassegna la lista dei regali di Natale, e degli invitati alla cena della Vigilia. Poi, i primi di gennaio, al rientro in ufficio, si criticavano i regali ricevuti e i menu dei pranzi e delle cene a cui si era partecipato. E poi c’era Carlo, il fidanzato, e i loro bisticci quotidiani. E Ugo, l’alano di lui.
Ora, io mi ritengo una persona piuttosto calma. Sopporto senza scompormi i piccoli sgarbi di conoscenti ed estranei e anche le angherie quotidiane delle pubbliche amministrazioni. Piuttosto che aprire discussioni o causare rancori inutili, preferisco passare oltre.
Per questa ragione non ho mai provato a cambiare stanza, e non le ho mai neanche chiesto di abbassare la voce. Pensavo che ci sarebbe rimasta male, che l’avrebbe presa sul personale.
Avrei continuato a lasciar correre, ad ascoltare le critiche ai tagli di capelli delle amiche e ai regali ricevuti a Natale, se un giorno, rientrando in stanza da una riunione, non mi fossi accorto che l’uomo di cui parlava al telefono questa volta non era Carlo, il fidanzato, né Francesco, il fratello: no, l’uomo di cui stava parlando ero io.
“Non è possibile”, diceva “Se ne sta lì tutto il tempo e non dice una parola. Non si capisce che cosa faccia tutto il giorno alla scrivania. E io mi sento in imbarazzo, sai? Possibile che non abbia mai niente da dire, nessuno a cui telefonare?
“Sì hai ragione. Deve essere molto solo… E, sono sincera, capisco anche perché”.
Ci tengo a ripeterlo, io sono una persona molto calma. Infatti, fu con molta calma che entrai nella stanza, ascoltandola salutare come se nulla fosse e chiudere la telefonata.
E fu con molta calma che, quando già aveva composto un nuovo numero, mi avvicinai alla sua scrivania, le tolsi la cornetta dalle mani e arrotolai il filo bianco del telefono intorno al suo collo.
Mentre stringevo, e la guardavo diventare rossa, sempre più rossa, e infine impallidire, una voce dall’altra parte diceva “Pronto? Pronto?”, ma a lei di quella telefonata non sembrava importare più così tanto.

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