Mercoledì dieci giugno Gheddafi ha iniziato la sua visita ufficiale nello stato italiano. Roma è stata scossa da una quantità di agenti dell’ordine sparsi al centro e vicino a piazza Colonna e da alcune manifestazioni che hanno voluto ribadire la violazione sui diritti umani che in Libia, secondo Amnesty International, ancora avvengono.
La manifestazione più importante si è tenuta a piazza Farnese, dove sono arrivate, intorno alle cinque e mezze, circa quattrocento persone portando striscioni gialli con su scritto in nero Io non respingo. Lo slogan è stato ripetuto per tutta la serata e alcuni cittadini eritrei e somali si sono dati il cambio per tenere alte le bandiere della protesta, anche se metà piazza era sotto il sole più torrido e l’altra metà in una buona ombra estiva.
Un signore dai capelli lisci e grigi ripiegati all’indietro e dei baffi, anche essi grigi, e una camicia con le maniche ripiegate su cui si trovano due tasche piene di foglietti e penne, discute con un signore di cinquant’anni sulla discriminazione che si sviluppata un po’ ovunque nel corso del novecento. Il discorso è molto prolisso e un po’ semplice, ma i due si divertono e sembrano condividere gli stessi pensieri.
Proprio dietro queste due figure, intorno alle sei, è arrivato Ascanio Celestini che ha fatto un piccolo spettacolo sul tema della segregazione razziale e sul traffico di esseri umani. La frase con cui ha esordito davanti a una platea sgangherata sotto il sole è stata: “Io odio questi politici che respingono”, e ha continuato con: “questi non sono nemmeno dei veri razzisti, perché i veri razzisti hanno bisogno degli inferiori, così come quelle brave persone del Ku Klux Klan avevano bisogno dei negri”.
La manifestazione organizzata da Fortress Europa (osservatorio sulle vittime dell’immigrazione) e da Asinitas ha coinvolto anche la scrittrice romana, di origini somale, Igiaba Scego che ha letto una lettera scritta da settecento donne, in opposizione alle mille donne che Gheddafi ha deciso di incontrare. Mentre la leggeva ne ho appuntato una parte: “Ho visto donne bere l’urina del proprio marito e i poliziotti libici violentarci. Si esce dalle prigioni pagando e si viene venduti a dei mercanti di uomini, cosa spiacevole se si pensa con la mente di questa parte del mondo, ma cosa augurabile se si vive nelle prigioni del sud della Libia”.
Ci sono trenta o quaranta africani che hanno gli occhi tristi per quello che hanno subito e visto. Intervistandoli la frase che hanno più volte ripetuto è stata: “Non ci aspettavamo questo, o quello”. Scappando dalla Somalia attraverso la Libia, hanno visto la fine di una certa umanità e l’inizio di un nuovo ciclo vitale che li ha inorriditi e sorpresi. Me lo ha raccontato una donna dalla fronte allungata e dagli occhi dolci mentre la intervistavo.
“Dopo un viaggio massacrante che mi è costato quattrocento dollari, sono arrivata a Ajdabiya sulla costa, dove mi hanno arrestato. Non ti dico in che condizioni igieniche ero. Mi hanno messa in una prigione locale, mi hanno imbavagliata e stuprata, poi mi hanno caricata su un treno e mi hanno portata nella prigione a sud della Libia, un posto chiamato Kufrah. Sono rimasta lì tre mesi, poi ho pagato e sono stata venduta agli intermediari”.
Il nome di questa donna è Salima e anche se ha solo trentadue anni ne dimostra cinquanta. Sotto il viso stanco e le guance coperte di cicatrici, c’è un dottore che si è laureato quattro anni fa in medicina ad Adis Abeba e che ora con incertezza e paura sta tentando di riacquistare quello che ha perduto.
“Sono riuscita a venire in Italia perché mi sono fatta inviare dei soldi, cinquecento dollari, da mia madre. Ero tra le grinfie degli intermediari che mi avevano comprato come una schiava. Appena i soldi sono arrivati mi hanno riscattato e sono arrivata con un treno a Tripoli e da lì in Italia”.
Così come questa storia ce ne sono altre e la cosa che le rende sorprendenti è che, anche noi come queste persone che hanno visto il male in azione, non ci aspettiamo niente di così truce, di cosi drammatico da questo mondo e la cosa ci coglie alla sprovvista. Sappiamo che esistono delle realtà disagiate e che buona parte degli esseri umani muoiono come niente, sappiamo dei fatti e dei dati che leggiamo. Ma quando sentiamo le storie ci rendiamo conto che il contatto umano è sempre più tremendo e violento e, per questo, difficilissimo.
Intorno alle nove su un piccolo schermo allestito sulla destra della piazza, guardando piazza Campo dei Fiori, viene trasmesso Come un uomo sulla terra di Riccardo Biadene e Andre Segre. Il documentario è un insieme di storie sulle traversate nel deserto che cittadini eritrei, somali o etiopi compiono per arrivare in Europa. Sono storie basate sulla violenza, sugli abusi e sulla fame.
Un uomo di origini libiche alto quasi due metri parla con un ragazzo dall’aria addormentata, gli sta spiegando che queste manifestazioni non servono poi a molto, nessuno si aspetta qualche cambiamento importante dai governi mondiali, però, spiega, sono utili per riconoscerci, per non cadere troppo nello sconforto e per aiutarci a capire che c’è un po’ di gente che si oppone.
Il ragazzo sembra saperlo a memoria il discorso e sbadiglia una dozzina di volte, con la faccia assorta nei pensieri. Ma l’uomo libico se ne frega e continua a parlare come se una vita non gli bastasse per dire tutto quello che ha da dire. Il discorso è lungo e delle volte strano, ma sono stato a sentirlo dall’inizio alla fine e mi è sembrato un discorso onestissimo e pieno di ottime parole, senza retorica.
Lo spettacolo è continuato senza nessuna interruzione, con le forze dell’ordine arrostite da una giornata sotto il sole e gonfie di acqua come autocisterne. Parecchi turisti sono passati con le loro pelli biancastre oppure bruciate dal sole italiano e con dei gelati semisquagliati, come se avessero appena assaggiato quello che promette il sud del mondo.
