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Prendere per mano le farfalle

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Nella sua stanza Johnny stava facendo un disegno. Per mamma e papà c’era scritto sopra. Tre pupazzetti si tenevano per mano sulla riva dell’Huri-Rud. Lui si era ritratto vicino alla mamma, perché lei era più buona e non gli faceva paura.

Nella sua stanza Johnny stava facendo un disegno. Per mamma e papà c’era scritto sopra. Tre pupazzetti si tenevano per mano sulla riva dell’Huri-Rud. Lui si era ritratto vicino alla mamma, perché lei era più buona e non gli faceva paura. Era stato attento ai dettagli: lui era più piccolo, il papà aveva i pantaloni e la mamma la gonna, ma per sicurezza, sopra, ci aveva scritto i loro nomi.
Il disegno era un regalo e lui ce la stava mettendo tutta per fare un buon lavoro. Proprio come gli aveva raccontato la mamma, sullo sfondo ci aveva messo le montagne dell’Hindu Kush e da lì il fiume nasceva e poi scorreva lunghissimo, per tanti chilometri, perché erano più di mille quelli che percorreva prima di morire, di sete anche lui, nel deserto di Kara-Kum, che però stava in un altro paese straniero e col nome strano che ora non si ricordava.
Ormai era quasi un anno che viveva lì a Zinda Jan, da quando suo papà aveva deciso che anche loro dovevano trasferirsi nella provincia afghana di Herat, perché la famiglia doveva stare unita, anzi controllata era il termine esatto che aveva usato, perché lì suo padre, che era l’ingegnere più bravo di tutto il mondo, stava costruendo un gasdotto lunghissimo, anche più lungo del fiume.
“Brindiamo al ristabilimento della pace”, gli aveva sentito dire con tono divertito una volta che si era messo a origliare da dietro la porta dello studio dove a lui era proibito entrare. Non ci poteva entrare forse perché non aveva una giacca e una cravatta. Lì dentro ci entravano solo quelli con la giacca e la cravatta, ce l’avevano sempre pure se lì, a Zinda Jan del cavolo, si moriva davvero di caldo. “Altro che pace –aveva risposto qualcuno al suo papà- qui facciamo i milioni veri!” E poi li aveva sentiti ridere, ed era stata la prima volta che aveva sentito suo padre ridere. Siccome erano arrivati da pochi giorni, aveva pensato che quel posto, anche se non sembrava, doveva essere davvero un posto divertente. E invece aveva pensato male. E questo perché non lo conosceva molto bene a suo papà. Ma non era colpa sua se prima aveva vissuto solo con la mamma. Il giorno che gli aveva detto che avrebbero cambiato casa, città, nazione, continente persino, lui aveva preso una nota a scuola. Doveva essere una punizione. Era colpa sua, sicuro! Ma pure la mamma doveva averla combinata grossa, perché la rimproverava sempre, e lei era triste.
Anche adesso la stava rimproverando, lo sentiva dalla sua stanza:
“Non lo capisci proprio è? Questo gasdotto è un affare da milioni di dollari. Dovrei mollare? E per chi poi? Per te? Scordatelo.”
“No. Per Johnny. Non si può crescere qui! Facci tornare a casa, ti prego!”
“Ah! Eccola la verità! Lo sapevo, vuoi tornare da lui, non è così?”
E qui il papà di Johnny iniziava ad insultare lo zio Carl, quell’amico della mamma che era stato con loro mentre il papà era a farsi il culo dall’altra parte del mondo, come un povero stronzo, rischiando pure la vita in mezzo a quei talebani del cazzo, che il papà li chiamava così ma Johnny non aveva ancora capito bene chi erano. Poi la mamma scoppiava a piangere.
“Smettila di punirmi! – gli diceva – Ti prego! Io ho sbagliato ma Johnny che c’entra? Ha solo 9 anni e crescere qui è troppo pericoloso…”
La mamma se ne era accorta e glielo diceva al papà che lui non poteva stare sempre chiuso in casa, che non era felice e che non aveva amici, ma il papà rispondeva che quelli erano solo dei selvaggi e che era meglio che lui gli amici non li avesse. “Tu, cerca invece di tenerlo al sicuro. Ci riesci? Almeno questa cosa la sai fare?”
“È un bambino – gli aveva risposto la mamma sottovoce – non ce la fa più a stare chiuso dentro questa specie di casa, non puoi far finta di non capirlo!”
“Tu lo sai si che tutte le volte che esce rischia? Una mano, un braccio, una gamba, gli occhi. Questo posto è pieno di mine! Ne hanno scaricate qui a migliaia, potrebbero essere ovunque! E sono colorate Mary! Sembrano giocattoli! Cazzo! Lo capisci? I bambini quando le trovano ci giocano! E se Johnny ne dovesse trovare una? Cosa succederebbe? Desideri un figlio mutilato? Un andicappato? Un..Dio! Non ci voglio neanche pensare… un fallito? È così che immagini tuo figlio da grande?”
“Ma proprio per questo Mark! Ti prego, facci tornare a casa!”
“Sei veramente una troia! –rispondeva il papà – Ti nascondi dietro a nostro figlio! E allora sai che ti dico? Và, và pure se vuoi, ma mio figlio resta qui, con me. Adesso è questa casa nostra!”
A Johnny sembrava strano che suo padre riuscisse a chiamare quel posto casa: un villaggio di fango su un fiume, abitato da tribù di gente che mandava i propri figli a lavorare a sei anni, dove non c’era una scuola, nè un ospedale vero, dove non c’era proprio niente, e dove lui era solo.
Ma tanto il pericolo era lontano, perché la mamma aveva ragione. I bambini di là non giocavano con lui. “Ce l’hanno con me” le aveva detto un giorno piangendo. “Mi cacciano via, fanno finta che non ci sono, ridono di me”.
“Ma no tesoro mio – gli aveva risposto la mamma –  è solo che non parlate la stessa lingua”. “Allora io voglio impararla mamma!” le aveva risposto Johnny, ma lei aveva detto di no, che lei il farsi non lo sapeva e che comunque uscire a giocare con loro era pericoloso. Chissà perché poi.
Per fortuna però c’era Jamal, che tutti i giorni a un certo punto lo passava a prendere.
“Johnny? Johnny?” lo chiamava da fuori, a bassa voce, sotto la finestra della sua camera, attento a non farsi beccare.
Johnny era magro, sporco e scalzo, come tutti gli altri, ma era zoppo, e quindi lui non ci poteva andare a lavorare, e per questo tutti gli altri ce l’avevano con lui. Anche Jamal era solo tutto il giorno. Aveva fatto amicizia con don Paul, l’unico prete del villaggio, parroco di una baracca che chiamava chiesa ma che era sempre vuota. Solo Johnny e la mamma ci andavano la domenica, ma ogni tanto ci andava pure Jamal. Diceva che se il padre lo scopriva “gli azzoppava pure l’altra di gamba”, ma Don Paul aveva le caramelle, raccontava belle storie e gli aveva insegnato la lingua straniera.
Tutti i giorni Jamal andava a fare delle commissioni per la famiglia, andava a prendere l’acqua al fiume, a portare qualcosa da mangiare, se c’era, al padre e ai fratelli nei campi e poi andava da Johnny.
“Jam, sei in ritardo! ma quanto c’hai messo oggi?”
“Scusa, l’acqua si è… persa e..”
“Si è rovesciata forse.”
“Sì, sì. Caduta. Io tornato indietro e tu sai che io lento. Poi visto don Paul che ha raccontato storia bella. Scusa.”
“Va bene! Ma adesso andiamo via però, prima che mamma e papà finiscono di litigare e si accorgono che non ci sono – gli diceva Johnny mentre sgattaiolava fuori dal retro della casa.
“Allora? Che voleva oggi quel prete rompipalle?
“Don Paul oggi dice di bambino che nasce tutti gli anni dentro casa povera e brutta, ma sopra c’è una stella con la coda”
“Si chiama stella cometa la stella con la coda, ma tu non lo stare a sentire. Sono tutte stronzate.”
A Jamal invece la storia del Natale era piaciuta un sacco, perché Don Paul gli aveva detto che si faceva una festa dove tutti i bambini ricevevano tanti giocattoli e tanti dolci. A Zinda Jan i giocattoli non esistevano e lui era affascinato da quelli di Johnny, ci voleva giocare sempre, anche se ormai erano sempre gli stessi. I bambini lì giocavano con quello che trovavano, oppure inventavano, dal nulla facevano magie. Quella preferita di Jamal era andare al fiume a lanciare i sassi ai pesci.
“Ma ci siamo andati ieri! E tu di pesce non ne hai preso nemmeno uno!” aveva commentato Johnny alla solita proposta di Jamal.
“Sì ma divertente – gli aveva riposto Jamal e poi aveva iniziato a stuzzicarlo – E tu poi? volevi in mano le…come si dice quelle colorate che volano?”
“Le farfalle – aveva ammesso Johnny – Ma perché mi ero stufato dei pesci, e poi le farfalle sono più belle. Sarebbe stato bello prenderle.” Cercava di difendersi Johnny visto che Jamal stava ridendo di lui.
Jamal voleva prendere i pesci per portarli a casa per cena ai suoi fratelli. Johnny non capiva perché ci si impegnasse tanto, visto che i suoi fratelli lo trattavano sempre male, ma Jamal gli aveva spiegato che per la sua famiglia lui era solo un peso: “Ho solo fame, non servo a niente” gli aveva detto. Se invece si rendeva utile in qualche modo forse avrebbero iniziato a volergli bene.
“Così poi a me mi lasci da solo” gli aveva detto Johnny.
“No. Mai. Perché?” gli aveva chiesto Jamal.
“Perché tu stai con me solo per non stare da solo”. Di questo aveva paura Johnny ma Jamal gli aveva detto che si sbagliava “Noi due amici, per sempre”. E per dimostrarglielo gli aveva promesso che gli avrebbe portato un regalo, si, per Natale, un gioco nuovo.
“E sentiamo, dove lo vai a trovare?” gli aveva chiesto incredulo Johnny, ma Jamal si era messo la mano sul cuore. Lo avrebbe cercato ovunque.
Quando Jonny dopo era tornato a casa si era trovato sua mamma là fuori, in piedi davanti alla porta del retro con le braccia sui fianchi che pareva un generale sull’attenti. Stava aspettando lui. Lo aveva scoperto e ora erano guai.
“Dov’eri?” gli aveva chiesto furibonda.
“Scusami mamma, sono uscito un po’ a giocare, ma qui vicino.”
“Niente scuse. Quante volte devo dirtelo che è pericoloso! Dove sei andato? E con chi?”
A quel punto Johnny aveva iniziato a gridare. “al fiume sono andato, ma ero solo! da solo! Con chi vuoi che stavo? Te l’ho detto che non giocano con me qui. Mi odiano perché sono bianco, perché ho le scarpe ai piedi, perché vivo in una casa di mattoni che se piove non si squaglia, perché non devo lavorare” e mentre strillava si era tolto le scarpe e le aveva lanciate contro di lei, che cercava di abbracciarlo forte mentre si dimenava. “ e queste da oggi non le voglio più vedere va bene?” aveva aggiunto.
“Non essere ridicolo tesoro, non puoi andare in giro senza scarpe!”
“E invece sì. Posso eccome. Loro lo fanno? Anch’io allora. Anch’io sono come loro!”
“Non sarai mai come loro amore mio, anche se ti togli le scarpe, loro lo sanno e lo sai anche tu.”
Johnny era corso via, in cima alle scale per andare in camera sua, passando davanti alla porta chiusa dello studio di suo padre, il quale, sentendolo, era uscito infuriato:
“Ma insomma? Che succede? Stiamo facendo una riunione qui!”
“Niente Mark – gli aveva risposto la mamma – torna pure a lavorare, è solo tuo figlio che oggi si sente un po’ solo.”
In cima alle scale Johnny si era fermato, nascosto nell’ombra, per vedere che stava succedendo sotto. Il papà aveva afferrato la mamma per il braccio destro, sotto l’ascella, e la stava stringendo talmente tanto forte che lei aveva dovuto soffocare un grido quando l’aveva afferrata. E poi le aveva detto: “ Non ci riesci proprio a tenerlo a casa al sicuro?”
“È scappato Mark, mi dispiace…Io non..”
“Ogni volta che ti scappa e che torna tutto intero è un miracolo! Sei solo una cretina. Ho sposato una cretina, che non sa nemmeno fare la madre!”
La mamma allora gli aveva chiesto di spiegarglielo lui a Johnny perché gli era proibito uscire, ma il papà aveva tagliato corto spiegando che se Johnny non usciva di casa, se non si allontanava, non c’era bisogno che sapesse la verità, perché lui era solo un ragazzino, non era in grado di capire che si doveva stare zitto. “Se poi lo dice a qualcuno? se lo va a spifferare in giro?” aveva detto il papà. “Mark ma che dici? È una cosa disumana – aveva esclamato la mamma – lo dobbiamo dire a Johnny, e anche avvisare le altre famiglie del villaggio, è troppo pericoloso! Quando i bambini le trovano non capiscono che sono pericolose e..”
“Lo vedi che sei scema! Sono fatte apposta così, idiota!” aveva risposto stufo il papà.
Quella cretina della moglie proprio non lo voleva capire che loro non dovevano interferire. Il papà glielo stava spiegando per l’ennesima volta che non potevano, perché era il mercato delle armi a finanziare il gasdotto. “E per loro tutto questo è fondamentale” aveva detto l’ingegnere, e quindi lo era anche per la riuscita del progetto, non solo nell’immediato ma soprattutto nel futuro. I bambini che rimanevano mutilati o ciechi, continuava a spiegare il papà, contribuivano a mantenere povero quel paese, “avranno bisogno di cure – stava dicendo – e non saranno mai dei futuri soldati, nè potranno più lavorare.”
Da in cima alle scale Johnny aveva capito che le cose stavano più o meno così: se i grandi le vedevano queste mine colorate che sembravano dei giocattoli non si incuriosivano mentre un bambino, quando ne trovava una, la raccoglieva e iniziava a giocarci, magari con gli altri amici, e solo dopo un po’ di pressioni successive quella esplodeva.
“Non sono bambini Mary, – stava concludendo suo padre – ognuno di loro in realtà è un uomo, che va reso improduttivo fin dall’infanzia. Non voglio ripetertelo più, prenditi cura di tuo figlio!”
E così il papà era ritornato nello studio sbattendo la porta, mentre la mamma era rimasta lì, pietrificata. Johnny lo capiva che stava per piangere ma poi lei si era accorta che lui aveva spiato tutto e lo aveva raggiunto per abbracciarlo.
“Mamma che cosa vuol dire quello che ha detto papà?” le aveva chiesto Johnny.
“Tu cosa hai capito amore mio?”
“Che in questo paese i giocattoli non esistono, e che quelli che ci sono, sono nascosti da qualche parte, ma se li trovi poi esplodono e ..
“Sì amore. È così. Sono verdi e sembrano farfalle.”
“Farfalle verdi?”
“Si, farfalle verdi. Ma sono giochi difettosi tesoro. Per questo li hanno buttati. Li hanno messi sugli aerei e li hanno lanciati lontano. Molti però sono caduti anche qui. Ma nessuno sa esattamente dove”.
“Perché sono farfalle mamma, e volano.”
“Sì amore mio, ma se tu ne vedi una devi scappare subito, capito? Non giocarci mai, non prenderle in mano. Mai!”
“È per questo che papà non vuole che esco a giocare fuori con gli altri?”
“Sì amore mio, è per questo. Lui ti vuole bene e si preoccupa per te”.
“E perché agli altri bambini non gli vuole bene?”
“Perché tu sei figlio suo, Johnny, ma nemmeno tu devi dirlo agli altri bambini. Capito? Me lo prometti?”
“Perché non sono miei amici mamma?”
“Esatto. E perché sono diversi. E poi perché papà non vuole. Promettimelo!”
“Sì mammina. Te lo prometto.”
“Però forse a Jamal lo posso dire!” si stava domandando Johnny, “e se un giorno ne trova una?”
E così il giorno dopo, al fiume, gli aveva detto “Senti Jam, devo dirti una cosa importante, ma tu non devi dirla a nessuno, me lo devi giurare.”
Jamal aveva annuito facendo il gesto del silenzio con il dito indice sulla bocca, ma a quel punto Johnny si era ricordato che aveva promesso: “Non posso tradire la mamma” aveva pensato, quindi gli aveva detto solo “No niente, è che pensavo che è meglio se per Natale non mi regali niente.”
“E perché?” aveva chiesto Jamal deluso.
“Perché non mi importa. E perché qui tanto i giocattoli non esistono. Veramente qui non esiste niente, nemmeno il Natale. E quindi non ha senso festeggiarlo. Non sarebbe la stessa cosa nemmeno con il tuo stupido regalo!”
“Ma perché?” gli aveva chiesto ancora Jamal, aggiungendo che invece, con il suo regalo forse, avrebbe sentito meno la nostalgia della sua vita di prima.
“La mia vita di prima non tornerà più – era sbottato Johnny – e quella di adesso fa schifo, e né tu né nessun giocattolo stupido potrete cambiare le cose. Hai capito Jam? Non voglio! E adesso vattene.”
Jamal lo aveva guardato triste, Johnny lo aveva offeso, lo sapeva, ma era l’unico modo che gli era venuto in mente per tenerlo al sicuro senza dirgli la verità. Jam se ne era andato senza nemmeno salutarlo. Forse non sarebbe tornato più. E Johnny aveva pensato che forse aveva perso l’unico amico che aveva.
Così, tornato a casa, era andato dritto sotto l’albero di Natale a prendere il disegno che aveva finito e incartato.
“Che fai?” Gli aveva chiesto la mamma
“Questo disegno fa schifo” le aveva detto Johnny.
“Era il tuo regalo per noi?”
“Sì ma è brutto.”
“Posso vederlo?”
“No. Ne faccio un altro” aveva risposto secco Johnny, andando via senza guardarla negli occhi.
Tornato in camera, aveva aperto la carta, e aveva guardato il disegno. Accanto a se stesso ci aveva fatto un altro pupazzetto. Piccolo, come lui, ma con la pelle scura e i capelli ricci. Poi sopra ci aveva scritto Jamal. Nel fiume, davanti a lui, ci aveva fatto tanti pesci. Se li prendeva tutti forse la sua famiglia sarebbe stata fiera e almeno Jamal non sarebbe più stato solo.
Quel disegno adesso non aveva più senso e quindi lo aveva strappato in quattro pezzi che aveva buttato nel cestino accanto alla scrivania.
Poi aveva preso un altro foglio, ma non lo aveva più fatto il fiume stavolta. In mezzo ci aveva messo un tubo lunghissimo e dentro ci aveva scritto Gas, con sui bordi tanti pupazzetti, piccoli e scuri, che lavoravano. Qualcuno, se li guardavi bene, non aveva un braccio, o una gamba. In cima, trionfante, ci aveva messo suo padre, in giacca e cravatta, con in mano la bandiera svolazzante del suo paese. Mancavano lui e la mamma. “Ma dove ci metto?” si era chiesto Johnny. Alla fine alla mamma l’aveva messa nell’angolo a destra, con le braccia sui fianchi, e se stesso nell’altro angolo, da solo ma circondato da tante farfalle. Aveva incartato il disegno e fuori ci aveva scritto “per mamma e papà. Buon Natale.”

La mattina di Natale, dopo aver visto il disegno, il papà aveva esclamato: “Bravo figliolo. Ben fatto davvero. È proprio un bel disegno. Grazie.” Poi, rivolto alla moglie, aveva aggiunto: “Guarda qua Mary, nostro figlio è un genio”.
La mamma aveva preso il disegno e mentre lo guardava carezzava Johnny sulla testa. Poi gli aveva chiesto: “quell’altro com’era?
“Che ti importa?”
“Lo vorrei vedere lo stesso”
Johnny aveva risposto che l’aveva strappato e buttato e poi era corso via, in camera sua.
La mamma dopo un po’ lo aveva raggiunto: “papà ha detto che per Natale puoi entrare con lui nel suo studio se vuoi. Ti va?”
Johnny era sempre stato curiosissimo per cui aveva fatto cenno di si con la testa. “Vai allora – gli aveva detto la mamma – che papà già ti sta aspettando dentro”.
Quando il bambino era uscito dalla stanza lei aveva cercato nel secchio e ci aveva trovato quattro pezzi di carta strappati.
Poi anche lei aveva sceso le scale ed era andata fuori a prendere una boccata d’aria sul retro. Si era messa come al solito, appoggiata al muro con le mani sui fianchi.
A un tratto lo aveva visto: un bambino riccio che si stava avvicinando, piano perché zoppicava un po’. Quando se ne era accorto quel bambino si era girato per tornare indietro, ma lei aveva provato a chiamarlo: “Jamal?”
Il bambino allora si era fermato e poi si era voltato di nuovo. Incerto.
“Vieni, dai. Non preoccuparti, non sono arrabbiata” gli aveva detto la mamma, e non appena Jamal fu davanti a lei gli aveva chiesto “Sei qui per Jonny?
“Sì signora. Ho un regalo”.
“Glielo vuoi dare tu?” aveva chiesto la mamma e Jamal aveva risposto di si.
“Allora vai in camera sua. Ora te lo chiamo”.
“Come va?” aveva chiesto poi la mamma, affacciandosi nello studio del marito.
“Benone”, aveva risposto lui, “Gli ho fatto vedere qualche progetto del gasdotto. Adesso però esci Johnny, che io ho da fare.”
“Allora se avete fatto, Johnny vieni con me, che anche la mamma ti da il suo regalo di Natale”.
“Ma me l’hai già dato.”
“Un altro. Questo è un altro. Me l’ero scordato. Te l’ho messo in camera tua.”
Allora Johnny incuriosito si era precipitato in cima alle scale, ma la mamma era rimasta giù. “non vieni mamma?” le aveva chiesto. “No amore, il regalo è solo per te. Divertiti.” Johnny la guardava perplesso, ma era troppo curioso, così aveva aperto la porta e aveva visto Jamal. Era rimasto immobile, lì impalato sull’uscio per qualche istante. Poi aveva capito, si era voltato di nuovo verso la mamma e le aveva fatto un sorriso lunghissimo, quanto tutto il fiume Hari Rud e poi era entrato senza nemmeno chiudere la porta.
“Ciao” aveva detto Jamal, con un sorriso ancora più lungo.
“Ciao” aveva risposto Johnny,
“Ecco il regalo.” Gli aveva detto Jamal mentre gli passava un fagotto, qualcosa avvolta in un telo tutto sporco. “Scusa, non sapevo come.. nascondere..”
“incartare si dice” gli aveva suggerito Johnny
“Non sapevo come incartare” aveva annuito Jamal, ridendo soddisfatto.
“Scusami per ieri Jam. Non volevo offenderti. Ho avuto paura che non tornavi più”.
“Noi amici, no?”
“Sì.” aveva risposto Johnny felice.
“Aprilo!” gli aveva detto Jamal fiero di se stesso, e poi aveva aggiunto tutti i particolari della scoperta, tipo che aveva girato un giorno intero per trovarlo. “Tutto ieri e tutto oggi” aveva detto.
Johnny aveva preso il fagotto. Lo tastava con le mani. Non era riuscito a capirne la forma al tatto, perciò aveva iniziato a srotolarlo, curioso di scoprire cosa l’amico si era inventato. Ma arrivato a un certo punto si era bloccato. Ne aveva visto solo un pezzetto. Era verde. “No!” aveva esclamato e lo aveva lanciato via, dall’altro lato della stanza. “Vieni Jamal, scappiamo!”
Ma Jamal ci era rimasto male, non si muoveva, non capiva e lo guardava deluso. “ Non ti piace?” gli stava chiedendo e lo sapeva che non era bello come i suoi giocattoli, si scusava, ma era il meglio che aveva trovato.
Jamal si era alzato e lo era andato a riprendere. Lo teneva in mano. Faceva pressione sulle ali. “Buttalo! Buttalo subito Jamal” stava gridando Johnny disperato
“Ma perché? Chiedeva Jamal – guarda che bella! Una farfalla! Come al fiume” gli stava spiegando che gliel’aveva regalata almeno così poteva dire di averne catturata una.
Johnny aveva paura. Sentiva qualcuno salire le scale di corsa, con passo pesante, ma lui non riusciva a staccare gli occhi da Jamal, con quella farfalla in mano avvolta in quello straccio tutto sporco. Chissà dal giorno prima quanta pressione aveva esercitato sull’aletta rigonfia e spugnosa. Forse c’era ancora tempo, o forse no. Se la doveva riprendere, stava pensando, perché Jamal non lo sapeva, non se lo meritava, era tutta colpa sua che non gli aveva detto la verità, che non si era fidato del suo amico e quindi aveva gridato “Ridammela” avvicinandosi di scatto, ma non era riuscito ad afferrarla. Aveva sentito una mano che lo bloccava, la voce di suo padre che gridava “ma che diavolo sta succedendo qui dentro? e chi è questo bambino con questa..” e poi l’esplosione.
Poche ore prima, mentre cercava di nasconderla quella farfalla, con un tocco come un altro Jamal aveva raggiunto il limite massimo dei 5 kg di pressione. Ma le farfalle non le puoi imprigionare, devono volare un ultima volta prima di morire. E così la linfa esplosiva contenuta nelle sue ali aveva raggiunto il detonatore nel corpo centrale, con l’ultimo slancio di vita che quella farfalla aveva in corpo, mentre agonizzava cercando di liberarsi dentro quel fazzoletto sudicio. Ma il tempo poi si era fermato, proprio nella mano del padre di Johnny, e lì aveva aperto un vuoto, assordante e luminoso. Perché le farfalle non si possono prendere per mano. Soprattutto se sei grande. Se le afferri muoiono, ma mentre le uccidi si prendono in cambio una parte di te che poi sparisce insieme a loro, per sempre.
Era per questo che quando Johnny aveva riaperto gli occhi suo padre era a terra e la mano non c’era più, insieme a buona parte dell’avambraccio. Particolari del radio e dell’ulna sporgevano dal moncone e i muscoli flessori rimanenti erano spappolati e contratti verso l’alto, dando alla ferita il grottesco aspetto di un cavolfiore. Intorno a lui frammenti di ali verdi, come schegge, conficcate sul braccio, sul torace, fino al collo, a restituire un poco di colore a quella giacca scura.
Jamal invece si era spostato: spaventato dal rimprovero paterno, non appena quell’uomo gli aveva sottratto il suo regalo e aveva alzato l’altra mano, per colpirlo forse, con un balzo incerto era caduto vicino a Johnny,. Anche la mamma era arrivata nel frattempo. Piccoli frammenti di farfalla avevano raggiunto anche i loro corpi.
“Jonny, amore mio. Stai bene? – Aveva chiesto la mamma, girando e rigirando il figlio freneticamente, per controllare l’entità delle ferite causate dalle schegge. Poi, non appena si fu tranquillizzata aveva chiesto – “E Jamal? “
Jamal stava piangendo, confuso, mentre si sfilava dal petto alcune piccole schegge, che poi osservava andare a terra, piano, quando le lasciava cadere: “Si, io bene, ma il papà no, lui…mi dispiace, la farfalla. Colpa mia! Colpa mia, colpa mia”
La mamma si era avvicinata al marito, il quale impietrito non riusciva nemmeno a gridare per il dolore. Mentre lo sollevava da terra per portarlo via aveva risposto a Jamal “No Jamal, non è colpa tua!” Poi, rivolta ancora al figlio, prima di uscire dalla stanza aveva aggiunto “Johnny, amore, ero venuta a ridarti questo” e con la mano aveva tirato fuori qualcosa dalla tasca. Era un foglio di carta, quattro pezzi rattoppati insieme con cura. “Ho pensato che volessi regalarlo a Jamal – gli aveva detto – ho pensato che siete amici, ho pensato che siete uguali”.

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