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Per alcuni il miglior momento per chiamare la moglie è sulla tazza del cesso. Ma occhio a come ci si comporta e soprattutto a cosa può succedere

Dodici ore al giorno, tutti i giorni. Metà esistenza consacrata al padrone che lo addomesticava portandolo a passeggio in qualche brain storming per ammansirlo. Quella sera, dopo un’inutile riunione con l’amministratore delegato, si sentiva esausto. Camminava trafelato, il corpo sbilanciato in avanti e i muscoli dei glutei vigili, stretti in una morsa. L’intera giornata pervaso da quell’atavico disagio che gli imponeva di sedersi sul bordo della sedia, ondeggiando ora in una direzione ora nell’altra, come un magnetico ago di bussola. Goffe pose innaturali, gambe accavallate alla ricerca di un punto cardinale capace di sedare l’impellente bisogno. Ma la Natura matrigna seguiva il proprio corso con implacabile noncuranza e ciò che premeva con pungente ardore sembrava vincere ogni tentativo di difesa. Fu dunque un sollievo quando, arrivando nella stanza d’albergo, si calò in fretta i pantaloni e per un istante il water gli si palesò in tutta la sua magnificenza; con profonda deferenza ci si sedette sopra e allora gli venne in mente. Tirò fuori il cellulare dalla tasca della giacca e telefonò come tutte le sere alla moglie. La donna avrebbe voluto raccontargli mille cose ma il suono delle sue parole veniva sopraffatto dal mugolio del processo di evacuazione in corso. Così prese coraggio e parlò: “Non ne posso più, ogni volta che mi chiami sei in bagno, è ridicolo, irrispettoso, volgare”. Parlò, si infervorò, cercò con tutti i mezzi di fargli capire che aveva bisogno di attenzione. Attese la risposta, ma udì soltanto qualcosa di molto pesante cadere a terra. Capì che era il marito, fulminato dal crollo della scatola sifonata. Il getto dell’acqua copioso coprì le grida della donna restituendo alla terra il frutto del duro lavoro del marito. Di lei, povera anima, si dice che prediliga la turca dopo il triste, inspiegabile e grottesco de-cesso.

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