Come eravamo. C’era l’Italia del dopoguerra, lacera e affamata, e Roma era l’emblema di tutto il paese. Per chi non c’era, o l’ha dimenticato, ci sono i libri e molti film dell’epoca che estraggono dal passato strade e volti spazzati via dal tempo; ne restituiscono la percezione attraverso le immagini e gli umori.
Alla fine dell’ottocento, quella zona di Roma – già quartiere Esquilino, tra la stazione Termini e la chiesa di Santamaria Maggiore – era stata ‘risistemata’ in termini urbanistici, dalla calata dei ‘piemontesi’. Piazza Vittorio Emanuele II era il centro ideale del quartiere, disegnato a immagine di Torino, con strade perpendicolari l’una all’altra; sulla piazza convergevano ben 14 strade, dai nomi tutti cambiati rispetto alle denominazioni originali: Via Cavour, Via Carlo Alberto, Via Principe Amedeo… A sua volta il mercato era il cuore della piazza e dell’intero quartiere, distribuito – negli anni che ciascuno di noi può ricordare – intorno alla cancellata che contornava il giardino e i ruderi, con la famosa Porta Magica e le leggende ad essa collegate. Ma questa storia, di leggende ed esoterismo, andrebbe in un’altra direzione…
La nostra Piazza Vittorio, nel dopoguerra, è una bolgia; con la stazione dei treni alle spalle, un brulicare di folla, il mercato e tutti i piccoli traffici della povera gente! Per dire, quando ad Antonio – il personaggio di Ladri di Biciclette di De Sica – rubano la bicicletta che gli serve per il lavoro, è a piazza Vittorio che lo indirizzano, per andarla a cercare, intera o già fatta a pezzi…
Addentriamoci ora tra i banchi, le ceste di verdura e il chioschi del mercato. Possiamo immaginare che a quell’epoca, in cui la fame più cupa era appena passata, non si andasse tanto per il sottile, quanto a mangeria, e alcuni miti della cucina romanesca sono sopravvissuti fino ai nostri tempi di abbondanza: erbe miste di campo (a’ misticanza), cicorione arricciato (e’ puntarelle), chiocciole (e’ ciumache), intestino tenue di vitello, agnello o capretto da latte, ancora contenente il chimo (a’ pajata), …mentre di tanti altri cibi, già solo a distanza di cinquant’anni si è perduta la memoria
La ‘misticanza’ è un tipico misto di erbe fresche primaverili da consumare crude in insalata; compaiono a inizio primavera, o anche a fine inverno se la stagione è stata mite. Vanno conosciute e raccolte una per una.
‘Le puntarelle’ si ottengono dai fusti cavi della cicoria catalogna (cicorione) tagliati a striscioline per il verso della lunghezza e lasciate ad arricciare nell’acqua; condite poi con un intingolo di olio, aceto, aglio e acciughe salate
Ma lasciamoci guidare alla scoperta del mercato da un anfitrione d’eccezione… Il milanese Carlo Emilio ingegner Gadda che in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana manda ‘il Biondone’ – perspicace galoppino del commissario Francesco ‘Ciccio’ Ingravallo – proprio a piazza Vittorio, a ‘pizzicare’ un sospetto di un furto di gioielli e dell’omicidio di una bella e ricca signora. Eventi ricostruiti da una vicenda realmente accaduta a Roma, in via Merulana, nel marzo del 1927 (“Il Pasticciaccio…” esce in cinque puntate tra il ’46 e il ’47 su una rivista fiorentina e va in stampa nel giugno del ’57 per Garzanti)…
“…L’indomani alle dieci esatte il Biondone era in loco (dopo aver dato una giratina fra i palmizi): è l’ora che le donne sogliono provvedere a mercato, in vista non solo della cena, quanto anzitutto del pranzo alle cure loro imminente: l’ora delle mozzarelle, dei formaggi, delle vermìfughe cipolle, e dei cardi, sotto la neve pazientemente ibernanti, degli odori, delle insalatine prime, dell’abbacchio […] …Involtato nel turbine degli inviti e degli incitamenti alla compera e in tutte le conclamazioni di quella festa formaggia [il Biondone – Ndr], trascorse piano piano davanti le bancarelle abbacchiare, oltrepassò carote e castagne e attigue montagnole di bianco-azzurrini finocchi, baffosetti, nunzi rotondissimi d’Ariete: ivi insomma tutta la repubblica erbaria, dove alla gara dei costi e delle profferte i novelli sedani già tenevano il campo: e l’odore delle bruciate in sul chiudere pareva, da pochi fornelli superstiti, l’odore stesso de l’inverno fuggitivo.
Su molti banchi gialleggiavano, oramai senza tempo e senza più stagione, le arance in piramidi, noci, nelle ceste, susine di Provenza nere, lustrate col catrame, susine di California: alla cui sola veduta gli rampollava acquolina dal retrobocca…
[…] …Le porchette dalla pelle d’oro esibivano i lor visceri di rosmarino e di timo, o un nòdulo qua e là verde-nero dentro la carne pallida e tenera, una foglia di menta amara pigiatavi a guisa di lardello con un gran di pepe, che la grida elaudava nel bailamme: …[…] …“La porca, la porca ! Ciavemo la porchetta, signori! la bella porca de l’Ariccia co un bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de stagione..!” (la staggione se la sognava lui, erano le patate vecchie fatte a pezzi, tutte puntolini di prezzemolo, inficiate nella grascia della porca). “Patatine de staggione, sori cavajeri e consijeri, sore spose mie belle! che so’ mmejo che l’ova. toste pe l’insalata. Mejo dell’ova deli capponi so’, ste patate. V’oo dico io. Assaggiatele!” […]
…“Pe’ quattro lire v’oo do tutto”, diceva l’abbacchiaro presentandolo a mezz’aria, tutto cioè mezzo: e i bianchi cespi de la lattuga romana, o insalatine ricciolute tutte riccioli verdi, polli vivi coi loro occhi che smicciano da un lato solo e vedono, ognuno, un quarto del mondo, galline vive chiotte chiotte stipate nelle loro gabbie, o nere o belghe o padovane avorio-paglia, peperoni secchi gialloverdi, rossoverdi, che al mirarli solo ti pizzicavano la lingua, ti mettevano in salive la bocca: e poi noci, noci di Sorrento, nocciuole di Vignanello, e castagne a mucchi.
Addio, addio. Le donne, le polpute massaie: lo scialle scuro, o verde erba, una spilla da balia co la punta aperta, ahi! da pinzar la poppa alla vicina d’un attimo: così fan tutte. Polponi semoventi, esse ambulavano a fatica da uno spaccio e da un ombrellaccio al successivo, dai sèlleri ai fichi secchi: si rivolvevano, si strofinavano i rispettivi gregori l’uno all’altro, annaspavano ad aprirsi il passo, con borse ricolme, soffocavano, boccheggiavano, grasse carpie in una piscina-trappola dove l’acqua a poco a poco decèda, stipate, strizzate, intrappolate a vite con tutta la lor ciccia nei vortici della gran fiera magnara.
(Carlo Emilio Gadda: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – Garzanti Ed. pp. 240-47; 1999)
Nel gran mercato il Biondone, ma anche Gadda e il lettore stesso si perdono tra mille stimoli, effluvii, sensazioni e vengono portati lontano; dalla verità, dalla soluzione dell’enigma poliziesco, ma anche dall’illusione che ci sa un ordine nelle cose. Perché il mercato, con la sua confusione e indeterminatezza è metafora della vita; per dirla con Gadda: uno gnommero. Gnommero (da gluommero o glomerulo) che in romanesco vuol dire gomitolo. Una sorta di buco nero, in cui tutto scompare, dove ci si perde storditi dall’insensatezza del mondo.
Ricorda Pierto Citati, in un suo recente articolo, di aver accompagnato lui Gadda “…nell´inverno 1956-1957, al grande mercato di piazza Vittorio, presso la stazione Termini”. […] Gadda voleva controllare la scena, che credo avesse già composto. Il Biondone arriva alle dieci di un 23 marzo: noi, tanti anni dopo, giungemmo alle undici di una chiara mattina invernale. Gadda scese dall´automobile e si incamminò: io accanto a lui. Mentre ci inoltravamo tra le bancarelle, il suo sguardo mutò: diventò attentissimo, intenso, inquisitivo, come se non potesse perdere nemmeno un colore della «gran fiera magnara»; e insieme grave, perché la realtà, quale essa sia, ha bisogno del nostro rispetto. Sembrava in trance. Percorse l´itinerario del Biondone nel romanzo… […] …L´inquisizione non fu lunga: circa mezz´ora. Quando uscì dal trance, si distese, accennò un sorriso, e mi pregò di riportarlo a casa.
[Pietro Citati, in: Come nacque il pasticciaccio – da Repubblica, agosto 2006]
Dalla pubblicità di un ristorante romano. Allegoria geniale di alcune componenti della cucina romanesca
Anche ambientato in un mercato – nel mio immaginario in un punto preciso della vecchia ‘Piazza Vittorio’ – è un bellissimo racconto di Clara Sereni. Qui due donne s’incontrano: una è una venditrice al banco delle verdure; l’altra la mamma – protettiva e lievemente imbarazzata – di un bambino che, da come è descritto, sembra portatore di una sindrome di Down.
“Sulla piazza del mercato brillano tre fuochi di cassette, intorno imbacuccati i commercianti bevono cappuccini bollenti, battono i piedi sul selciato ghiacciato per scaldarsi, scambiano commenti sul freddo e la stagione.
La vecchia al banco degli ortaggi ha il fazzoletto di lana stretto attorno al viso chiuso, lo scialle incrociato sul petto sfatto. Pulisce spinaci con mani spaccate, il suo freddo è solitario e irrimediabile.
Davanti alle fiamme arancioni il bambino batte le mani contento, il riverbero brilla sul vetro dei suoi occhiali spessi. …”
[…] …Madre e figlio avanzano attraverso il mercato, le voci intorno non li riguardano, le parole che si scambiano non penetrano il muro di vuoto che li circonda.
Un sorriso più largo scopre i denti brutti del bambino, gli occhiali gli ballano sul naso in una felicità non trattenuta: allora sua madre gli lascia la mano, lascia che come ogni giorno vada correndo verso il banco delle verdure.
II viso amaro della vecchia ha mille rughe, più incise adesso mentre il bambino va verso di lei: in una mano ha la carota, ben chiusa in un sacchetto di plastica, con l’altra gli fa ciao.
[…] …Nudo di carezze il bambino resta come saldato sull’asfalto, la bocca aperta e le braccia abbandonate, desolato.
Sua madre ha gli occhi bassi, passa da un braccio all’altro le buste con la spesa, la mano libera le servirà per portarlo via.
Rischiarato da una decisione che ha preso il bambino la strattona con un’energia improvvisa che quasi la fa cadere, usando la testa e tutto il corpo la spinge dietro il banco… […] (Il racconto continua, ma non si può sintetizzare; è da leggere per intero perché – come accade per la vera scrittura – ogni parola, ogni piccolo gesto sono indispensabili)
[Clara Sereni: Marcia trionfale – In: Manicomio primavera – Giunti ed.; 1989]
Qui il mercato è solo una cornice, per l’incontro tra due donne – avvicinate dalla carica di positività e amorosa determinatezza che i bambini Down sanno spandere intorno a loro – e per un finale travolgente…
Zucche di diversi tipi, forme e colori: caratteristiche presenze dei mercati di questa stagione
A questo punto sembra che siano pochi quelli che vanno semplicemente al mercato a fare la spesa: oltre alle metafore, alla ricerca dell’ispirazione e alle situazioni d’incontro, tante altre possono essere le motivazioni che portano la gente al mercato; a quello di piazza Vittorio, in particolare.
C’era un mio amico – uno che faceva un lavoro duro, a volte con impegnativi turni di notte – che ci andava per liberarsi delle scorie di pesantezza e negatività, che gli facevano pensare – mi diceva – di aver contratto una grave forma depressiva. Aveva freddo, e una stanchezza invincibile e nessuna voglia di cominciare alcunché di nuovo. Così se ne andava, dopo la notte di cose pesanti da mandar giù, a gironzolare oziosamente tra ceste di verdure e banchi di spezie, a far quattro chiacchiere a vuoto sul prezzo e la qualità della merce. Poi comprava, a seconda della stagione, della frutta, o un cartoccio di castagne calde e un mazzo di fiori rossi, e solo dopo riusciva ad andare a casa a dormire…
Qualcosa è cambiato. Dai tempi di Gadda, perfino rispetto al nostro stesso ricordo del mercato di piazza Vittorio, ci sono stati cambiamenti sostanziali. Intanto la sede del mercato non è più la piazza – che è tornata giardino, spazio per passeggiare e per la conservazione delle antichità – ma un’area adiacente, ricavata dalla destinazione ad uso civile di due spazi preesistenti. La caserma Pepe, che dal 2001 ospita il mercato alimentare e la caserma Sani, ristrutturata più di recente, che funge da ‘centro shopping’ e mercato dell’abbigliamento. Lo stesso nome è cambiato, in ‘Mercato dell’Esquilino’. Tutt’intorno il quartiere è diventato multiculturale, con negozi di abbigliamento (soprattutto cinesi), centri alimentari (orientali) e ristoranti ‘etnici’ (indiani, nord-africani e anche cinesi).
Ma è nello spazio ristrutturato del mercato – che gli irriducibili nostalgici continuano ancora a chiamare ‘il mercato di piazza Vittorio’ – che si ha la sensazione concreta del cambiamento.
Tuberi di topinambur, commestibili e quasi sconosciuti da noi (a differenza che in Francia); sono comuni e ben riconoscibili ai bordi dell strade come alte margheritone di colore giallo a fioritura tardo-estiva (v. sotto). Hanno interessanti proprietà alimentari e un gradevole sapore di carciofo
Fiore dell’elianto o topinambur o girasole tuberoso (Helianthus tuberosus – Fam. Asteraceae). I tuberi vanno scavati quando la parte aerea della pianta è essiccata (a fine autunno – inizio inverno)
Qualche anno fa nel nord della Thailandia (Chang Mai, per la precisione), mi sono trovato a frequentare un corso di cucina locale (Thai cooking). Ne ho un ricordo piacevolissimo. Il corso, della durata di alcuni giorni, era organizzato in maniera geniale: prendevamo il thè tutti insieme, di prima mattina; poi la spesa al mercato, e quindi il ritorno alla sede della scuola per preparare i cibi, che venivano infine degustati dagli stessi preparatori-allievi, insieme ai docenti; e di nuovo era una festa e un’occasione di incontro. Il ricordo che ho più vivo è proprio di quelle visite al mercato, quando un intero e sconosciuto universo sensoriale ci si riversava addosso… Passavamo di sorpresa in sorpresa, frastornati dalla miriade di cibi nuovi, verdure e frutti mai visti, dal riso glutinoso cotto nella canna di bambù (sticky rice), agli spiedini di cavallette, alle fioriture e ai profumi delle orchidee. E per ogni curiosità era lì pronto il nostro accompagnatore, che ci faceva toccare, assaggiare, capire…
Allievi della scuola di thai cooking a Chang Mai (Thailandia): a fare la spesa al mercato e ai fornelli della scuola
È quasi naturale richiamare alla mente quell’episodio e l’atmosfera di un mercato orientale (o anche sud-americano), se si passeggia tra i banchi del nuovo mercato dell’Esquilino con lo spirito giusto.
Perché davvero, se qualcosa di sostanziale è cambiato a Roma negli ultimi anni, è l’apertura alle genti e alle culture del mondo intero. Le esperienze e le sensazioni che negli anni ’70 si andavano a ricercare nella Londra tardo-hippie, sono ora a casa nostra, alla portata di qualche fermata della Metro. Chissà come ci avrebbe sguazzato Carlo Emilio, e se ci sarà mai qualcuno che riuscirà a prenderne il posto! O se a qualcuno è già venuta l’idea di aprire una scuola di cucina etnica, qui da noi, preceduta da una visita al mercato (…Ma sì… Andiamo al sodo! …Basta con tutte queste Scuole di Scrittura!)
Proviamo a rifare per immagini lo stesso percorso, dopo cinquant’anni e passa, sulle orme e nello spirito dell’ingegnere…
Fiori di banano in vendita al mercato: sono commestibili dopo essere stati tagliati trasversalmente a rondelle e cotti. A sinistra della foto, mazzetti di coriandolo
Pianta di banano (Fam. Musaceae) completa del casco dei frutti e del fiore, nel suo ambiente naturale. All’estremità del casco la pianta non riesce più a legare i frutti (le banane) e il fiore, a questo punto inutile, viene tagliato
Vari aspetti della pianta del coriandolo (Coriandrum sativum – Fam. Apiaceae): fresco, in semi e in polvere. Il sapore è nettamente diverso. Le foglie fresche, quasi indistinguibili dal nostro prezzemolo, hanno un sapore molto forte (i detrattori dicono ‘di cimice’!), ideale complemento dei piatti indiani. I semi sono dolci e gradevoli; qualcuno li ricorderà insieme ai pistacchi come guarnizione dell’italica ‘mortadella’! I semi macinati del coriandolo sono tra i costituenti di base della polvere del curry (miscuglio di spezie).
I coriandoli di carnevale derivano il loro nome dall’antico uso di lanciare semi di coriandolo ricoperti di zucchero
Zucchette africane (Sechium edule – Fam. Cucurbitaceae), comuni nei mercati in questa stagione. Impropriamente chiamate anche ‘melanzane spinose’, hanno ben poco in comune con queste; piuttosto un sapore e un uso assimilabili a quelli della nostra zucchina
Una verdura che si vede sempre più spesso da noi sono le cosiddette dita di dama (Abelmoschus esculentus – Fam. Malvaceae; Okra), qui su un banco del mercato di piazza Vittorio
L’orchestra di Piazza Vittorio È un esperimento, un’orchestra e anche un film. Alcuni mesi fa ha avuto una serie inaspettata di repliche al Nuovo Sacher, e un gran successo di pubblico, specie quando al film seguiva una performance dal vivo dell’orchestra stessa. A pensarci – con quello che sappiamo dai media e per esperienza diretta sulle incompatibilità culturali e le chiusure tra genti diverse – l’esistenza stessa di un’orchestra multietnica, unita dal piacere di fare musica insieme, sfiora le categorie dell’inverosimile; eppure c’è. Esiste! Significativo, tra l’altro, uno scambio di battute tra Mario Tronco – già tastierista degli Avion Travel, direttore-animatore del gruppo, e uno dei componenti della Band.
Stanno imparando le parole di una nenia nord-africana e lui insiste perché tutti la imparino…
Uno dei musicanti dice: – Ma non ci riesco… Io sono indiano!
E lui: – E allor’? …Iye song’ i Caserta… e me l’aggi’mparàte..!
