Con tutta l’aria che potevo

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Avevo inspirato tutta l’aria che potevo trattenere nei polmoni. Ero abituato. Anche più volte al giorno. E quando ogni singolo alveolo era pieno zeppo d’ossigeno, chiudevo gli occhi ripetendo a me stesso: Va tutto bene… ce la puoi fare…

Anche nei momenti più bui, guarda laggiù, oltre la collina, dove il chiarore dell’alba si fa luce.

 

Avevo inspirato tutta l’aria che potevo trattenere nei polmoni. Ero abituato. Anche più volte al giorno. E quando ogni singolo alveolo era pieno zeppo d’ossigeno, chiudevo gli occhi ripetendo a me stesso: Va tutto bene… ce la puoi fare.
Dopo cinque o sei secondi buttavo fuori tutta l’aria rimanendo con gli occhi chiusi, le spalle rilassate, i muscoli decontratti, la braccia morbide lungo i fianchi. Quel giorno avevo ripetuto la pratica come un mantra due, tre, quattro volte ma inaspettatamente non era cambiato nulla poiché nell’esatto momento in cui avevo chiuso gli occhi, la sala d’attesa dalle sedie usurate, graffiate, stinte, le pareti ombrate, la polvere negli angoli e il pavimento consumato da centinaia di passi perduti, la mia mente già sapeva per filo e per segno quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Le mie dita sudate avrebbero tamburellato nervose sul pianale della sedia, poi avrei sentito il solito brivido gelido scorrermi lungo tutta la schiena dolorante, la saliva che cominciava ad asciugarsi sino a rendermi la deglutizione sempre più ardua. Dopo un tempo imprecisato, che a me sarebbe sembrato come sempre infinito, ecco comparire la segretaria di turno che avrebbe pronunciato la stessa frase con quel tono asettico che odiavo, di chi non vede l’ora di finire la giornata. Avrebbe poi lanciato uno sguardo distratto in fondo alla stanza ma senza mai guardarmi in volto, e avrebbe detto ad alta voce «Chi è il prossimo?».  Allora avrei inspirato a fondo tutta l’aria che potevo, quindi mi sarei alzato a fatica in piedi, premendo sul mio bastone e cercando di mascherare, persino a me stesso, il fatto che ormai camminavo a stento.
Erano trascorsi più di due anni da quando quella cosa si era impadronita di me.
«Chi è il prossimo?» Questa volta la segretaria aveva dovuto ripetere quella maledetta frase più volte, distratto com’ero da un signore apparso dal nulla. Era un uomo distinto, ben vestito. Capelli brizzolati e ordinati. Abito scuro, pulito di fresco, e cravatta tono su tono davano alla sua persona un’aria d’altri tempi. Sedeva in modo composto, le gambe accavallate, dalla parte opposta della stanza, proprio di fronte a me, leggendo un quotidiano.
Mi colpì immediatamente. Dal momento che lo avevo notato sembrava essersene accorto e ogni volta che indirizzavo lo sguardo verso di lui, sollevava le pagine del giornale quasi a volersi nascondere.
Una ventata aveva fatto spalancare un’anta della finestra che affacciava sul parcheggio di fronte all’ospedale.  Il rumore assordante di qualche motore a scoppio interrompeva a tratti la tensione palpabile della sala d’attesa. La segretaria mi aveva fatto cenno di entrare nella stanza del medico. Entrai e poi mi sedetti, la sedia di fronte a un’ampia scrivania nera. Non c’era ancora nessuno. Cominciai nervosamente a snocciolare uno a uno tutti i referti medici che avevo portato con me e numerato con cura. Interi mesi di vita scorrevano tra le mie mani.  Le visite mediche, tutte, si concludevano il più delle volte con una fredda stretta di mano e con la medesima frase: «Non sappiamo cosa dirle, ma la scienza, come ben sa, fa passi da gigante ogni giorno».
Il nodo alla gola mi impediva persino di deglutire. Era un misto di angoscia, rabbia, disperazione. Uno, due, tre… ero finalmente riuscito a ordinare tutti i fogli.
Ispiravo tutta l’aria che potevo ma l’aria sembrava entrare a singhiozzo nei miei polmoni. Avevo allungato al dottore il primo foglio. Il primo dei tanti. Mi sembrava che avesse un’aria ancor più svogliata del solito. Sentivo il battito del cuore rimbombarmi in gola, il dolore esplodere in rabbia. Una rabbia feroce, ottusa, cieca. La vista improvvisa di un tagliacarte sulla scrivania e io che afferravo con forza il bavero del camice bianco, stringevo il collo del dottore, spingevo la lama a fondo nella sua carne viva; e poi il sangue, schizzi di rosso fuoco sul candore del camice e il rumore sordo dei fogli che cadevano uno a uno sul pavimento. Il mio inveire con urla rabbiose… E poi le infermiere che accorrevano in aiuto, il dottore agonizzante a terra, la mia giacca consunta, vecchia di vent’anni, punteggiata di macchie rosso fuoco.
Poi un rumore di pagine di giornale mi fece trasalire. Il signore seduto qualche istante prima nella sala d’attesa sedeva adesso nella stanza in cui mi trovavo, alla mia sinistra. Ma questa volta era lui a osservare me. Continuava a sfogliare il quotidiano. Placidamente. Non capivo proprio cosa ci stesse facendo lì, nella stessa stanza in cui il medico di turno mi avrebbe visitato di lì a poco, ma non osavo domandargli il motivo della sua presenza.
«Cosa pensa di fare adesso?» mi chiese rompendo il silenzio, appoggiando il quotidiano sulle ginocchia. Si era rivolto a me con garbo e gentilezza.  Come nessuno sembrava fare più ultimamente. Aveva un tono calmo e pacato. Il completo blu scuro, inamidato di fresco, contrastava con la mia figura di uomo sciatto e disperato.
«Cosa si aspetta a questo punto?» domandò, con fare più insistente, di chi pretende una risposta ma al contempo resta imperturbabile.
Mi voltai dall’altra parte, senza degnarlo di uno sguardo, chinandomi faticosamente a terra a raccogliere gli ultimi fogli di carta sparpagliati sul pavimento. Le macchie rosse di sangue punteggiavano ancora le piastrelle chiare.
«Troppe cose mi aspetto», risposi. Lo sguardo offuscato, gli occhi velati.
Balzarono alla memoria le immagini di me che correvo forte, all’impazzata, e poi tagliavo il traguardo, sudato, ansimante, con quella sensazione di felicità euforica, assoluta.
Poi radunando tutta la forza che avevo aggiunsi piccato: «Non so chi sia lei. Che ne sa lei di me? Della mia malattia?». Mi accorsi che avevo pronunciato per la prima volta la parola malattia. Abbassai lo sguardo, come fa spesso chi è stato scoperto in flagrante. Il polsino della camicia era ancora sporco di sangue con al polso l’orologio, un vecchio rolex regalatomi da mia moglie tempo addietro. Le mie mani avevano smesso di tremare.
L’uomo accennò un sorriso e poi aggiunse: «Vede, deve attraversare il fiume della rabbia. Anche se è pieno di ripide. Perché prima o poi quel fiume la porterà alla foce, in uno spazio aperto. Dove tutto andrà a posto».
Le parole di quell’uomo, mi avevano scosso. Ero come un giunco sotto a una tempesta.
«Lei è il solito ingenuo ottimista – replicai infuriato – uno dei tanti che ancora si diverte a prendermi in giro!»
Avevo alzato il tono della mia voce a dispetto della sua ostentata calma.
L’uomo chiuse per un istante gli occhi appoggiando le dita nodose sulle palpebre come a voler riflettere. Fece ancora una pausa poi, scuotendo la testa disse: «Lei non deve essere ottimista, deve essere… realista».
Avrei voluto dirgli di tacere che lui non aveva diritto di irrompere così nella mia vita, ma la sua calma mi paralizzava.
Poi, abbassando la voce, come a volermi confidare un segreto aggiunse: «I realisti accettano i fatti orribili della loro vita, ma tengono viva la speranza, in un equilibrio costante tra accettazione e fiducia».
Fece un profondo respiro, questa volta guardandomi dritto negli occhi e allungando la sua mano ferma sulla mia.
Mi ritrassi sgomento.
Mi sentivo profanato da quelle parole ma allo stesso tempo non avevo il coraggio di cacciarlo. Una pacata razionalità stava inaspettatamente prendendo il posto alla rabbia.
«Sa… ne vedo tanti come lei. Tutti diversi ma uguali allo stesso tempo. Perdete la salute, forse, ma poi non vi rendete conto e buttate l’intera vostra vita a gambe all’aria…»
Non fece a tempo a finire il discorso che si aprì la porta. Un dottore con fare giovanile, il camice bianco pulito, mi stese la mano sorridendo dicendomi buongiorno. Avvertii per la prima volta una stretta di mano calda, affettuosa. Quasi fraterna.
Ricambiai il gesto. Timidamente accennai un sorriso. Le mie mani ora erano asciutte. Le macchie rosse di sangue erano scomparse dai polsini. La mia giacca era stirata di fresco.
Inspirai a fondo tutta l’aria che potevo. Le mie cellule ubriache d’ossigeno.
Mi voltai verso il mio precedente interlocutore quasi a volerne cercare l’approvazione.
La sedia era vuota. L’uomo con l’abito blu non c’era più.

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