Uno sguardo dal cielo

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Non avevo mai visto così tanti pulsanti come su quel quadrante. Si estendevano dalla postazione del primo pilota fino ad arrivare davanti a me. Non ne avrei saputo usare nemmeno uno. Quasi tutti si illuminavano con colori diversi. Come un invito, un richiamo ad essere…

Non avevo mai visto così tanti pulsanti come su quel quadrante. Si estendevano dalla postazione del primo pilota fino ad arrivare davanti a me.
Non ne avrei saputo usare nemmeno uno.
Quasi tutti si illuminavano con colori diversi. Come un invito, un richiamo ad essere pigiati. Tra quelli, ne spiccava uno con una spia rossa intermittente che aveva un ritmo irritante, talmente era breve e frequente. Dalla cuffia il rumore dell’elica giungeva ovattato, così come i suoni e i ronzii che quel quadrante emetteva.
Sembrava un essere che viveva di vita propria, ma era soprattutto il lampeggiare di quel rosso inquietante a suscitare in me un vivo interesse.
Se l’avessi premuto chissà cosa sarebbe potuto accadere, mi domandavo.
Fortunatamente, le istruzioni mi arrivavano nitide all’orecchio e la prima fu proprio quella di non toccar nulla. Bisognava che comprendessi bene il funzionamento dell’aereo e solo dopo saremmo passati a testare la funzione di quei tasti.
Non potevo credere che lo stessi facendo davvero.
Anche se bastava solo dimostrare di avere un cuore sano per poter accedere alla lezione di volo, era comunque una pazzia vera e propria per un uomo della mia età. Stavo mettendo in pratica qualcosa d’incredibile, di inimmaginabile.
Quel desiderio sempre frenato che ora non aveva più ragione di essere.
Avrei potuto concedermi tranquillamente di crepare, di sfracellarmi senza alcun problema, visto che ormai la mia sentenza di morte era già scritta in una cartella clinica.
Quasi sperai che il mio cuore sano, in realtà, cedesse, spinto da emozioni così forti. In fondo mio padre era morto d’infarto. A me no, a me stava toccando la stessa sorte di Vittorio, per tutti don Vito, mio suocero.
Che grande insensatezza, o beffa del destino, sentire vicino a sé, nel momento fatidico, la persona alla quale si è stati più distanti durante tutta la vita! Ci univa solo il vizio del fumo. E poi, il cancro ai polmoni.
Non era una cattiva persona, anzi, era solo che gli avevo portato via molto presto la sua prima figlia. Da allora si accese una competizione perenne, alla quale, data la mia indole indomabile, non volli mai sottrarmi.

Poteva andarmi bene anche la sorte del nonno, un ictus fulminante.
Pace all’anima sua che non ha retto al fallimento della sua azienda, quel disgraziato… Era tutto d’un pezzo, robusto, con una salute di ferro. Chi se lo sarebbe mai aspettato che in un attimo, puff.
Ma era esattamente quello desideravo accadesse a me, essere spazzato via velocemente.
La sorte di mia madre, no, quella no. Pensai. Sempre cagionevole di salute, è poi morta, dopo lunghe ed estenuanti sofferenze per le complicanze di una caduta.
No, questo mai.
Alle brutte, mi restava sempre quel pulsante rosso che mi rubava insistentemente lo sguardo, anche quando mi si tappavano i timpani, mentre, a gran velocità, stavamo per staccarci da terra.
Un brivido raggelante e la sensazione di vuoto che mi scaturì all’altezza dello stomaco, al momento del decollo traballante di quel velivolo, mi portò indietro alla mia adolescenza, quando per la prima volta salii su una giostra, assieme a mio fratello, durante la festa del Santo Patrono.
Fui invaso dallo stesso smarrimento e piacevole paura, in bilico tra il desiderio di prolungare quell’attimo e la voglia di scendere, di scappare, di scomparire per sottrarmi a quel gioco pericoloso in cui ero caduto per mia incauta scelta.
Per quel mio desiderio onnipresente di andare oltre che in poche occasioni, durante la mia esistenza, riuscii a soddisfare, con moto, automobili potenti e qualche corsa in barca.
La paura lasciò presto il posto alla meraviglia, quando vidi per la prima volta, con i miei occhi, il mondo che si rimpiccioliva sotto i miei piedi, mentre quello che restava alla stessa altezza del mio sguardo andava ingigantendosi, mostrandosi in tutta la sua mastodontica bellezza, prima d’allora sconosciuta.
La Dormiente, come chiamavamo il gruppo di montagne che dal basso della nostra misera altezza terrestre prendeva la forma di una donna che dorme, da lì sopra, invece, perdeva tutta la sua connotazione romantica per svelare la sua più cruda e autentica nudità.
Il suo viso e il suo seno erano nient’altro che una spaventosa quantità di roccia grigia e marrone che si mostrava in tutta la sua massiccia e per nulla sinuosa grandezza. Sui suoi capelli correvano distese di alberi e vegetazione incolta. Ammassi disordinati di legno e foglie.

Rami secchi e lunghi che si incurvavano come artigli verso l’alto e si ergevano fin poco sotto ai nostri piedi, come a volerci catturare.
Era spaventoso, o forse solo deludente.
Sempre proseguendo, sul corpo di quelle montagne, però, iniziò a delinearsi uno specchio d’acqua, circondato da alberi che sembravano essere definiti in maniera geometrica, esattamente uguali l’uno all’altro. Stessa altezza, stessa forma appuntita, stessa distanza l’uno dall’altro e dall’acqua.
Fu proprio lì che la mia impresa iniziò ad acquistare un senso.
Quando iniziai a capire cosa quello sguardo dall’alto poteva regalarmi.
Con indubbia certezza, potevo constatare la perfezione della natura solo da quell’altezza, oppure, al contrario, potevo scoprire, quanto poco romantica fosse dal vivo la nudità della Dormiente e sfatarne il mito.
Grazie all’altitudine raggiunta, potevo vedere così distintamente gli alberi riflessi nell’acqua da chiedermi se in realtà lì sotto, in quel mondo bagnato, fossero altri alberi a vivere, anche se uguali nel numero e nella forma a quelli in superficie. Meditai su come sarebbe stato se davvero vivessero nella calma uterina di quel lago, senza il vento che scompiglia le fronde, o il sole che arde e incendia il legno. E come potevamo apparire noi che solcavamo da lontano il loro pavimento trasparente, infrangendo la loro quiete.
Stavo scoprendo come noi uomini con il nostro mondo veniamo visti dagli uccelli in volo e mi domandavo quanti segreti a noi nascosti fossero a loro conoscenza. Di quante meraviglie fossero silenziosi testimoni.
E per un attimo invidiai la loro natura di volatili.
Insomma, strani pensieri mi passavano per la testa, quando tutto d’un tratto, sobbalzai dal sedile perché mi sembrò di riconoscere, in una piccola macchia che si andava delineando in basso, il rosso inconfondibile dei mattoni della nostra casa in campagna e poco più dietro riconobbi il bianco di quella di mio fratello. Era incredibile quanto sembrassero vicine dall’alto, eppure a dividerle erano diversi chilometri, ossia tutto lo spazio in cui si estendeva l’azienda del nonno di cui quasi più nulla è rimasto nostro.
Senza che vi fosse alcuno sbalzo d’aria, a quel pensiero il mio cuore fece un tonfo.

Con un cenno chiesi al pilota di scendere a più bassa quota, cercando di spiegargli a gesti che lì sotto c’era la mia casa. Avrei voluto anche dirgli che forse quello era l’ultimo saluto che stavo per farle, ma lasciai perdere. Lui annuì, sempre sorridendo, ignaro di essere il mio Caronte.
Per brevi frazioni di secondo, cercai di inquadrare con lo sguardo le finestre di casa con la speranza di individuare una sagoma, un’ombra che potesse sembrare Anita. Non riuscii a vedere nulla, ma m’inorgogliva l’idea che anche solo il rumore di quell’aereo, in quel momento, le stesse rubando attenzione.
Chissà cosa avrebbe pensato di me a vedermi lì sopra. Mi chiesi. Se mi avrebbe deriso, o se invece l’avrei sorpresa. Chissà se anche lei aveva saputo del mio male.
Ero sicuro che nessuno, nemmeno uno dei miei figli mi avrebbe mai seguito lì sopra, né tanto meno avrei potuto portarci il mio nipotino che sicuramente mi avrebbe seguito con piacere, almeno lui. Mi tornò in mente, però, che mio figlio Flavio, prima di fidanzarsi, mi accompagnava spesso nei viaggi. Come quella volta a Brighton, quando presi una macchina a noleggio senza considerare che aveva la guida a destra e rischiammo più volte di farci male. Tutto sommato, fu una bella avventura e quel ricordo era rimasto per entrambi indelebile, così come lo sarebbe stato un viaggio sul biplano. Anche se probabilmente, ormai, non mi sarebbe più rimasto tempo per farlo.
A ogni modo, arrivò il mio momento. Eravamo giunti in una zona sicura secondo il pilota e quindi lì avrei potuto guidarlo io ‘quel coso’.
Dopo avermi spiegato per bene quelle semplici manovre da fare sotto la sua supervisione, mi lasciò il comando e io presi a guidare quell’aereo.
Subito, con un gran vuoto d’aria, sentii la terra in basso che ci tirava a sé con violenza. Allora, mi ricordai di portare verso di me la barra di comando per tornare a riprendere quota, ma mai avrei pensato che il minimo movimento che le mie mani facessero, potesse spostare immediatamente tutto l’aereo con noi dentro. In realtà, dovetti capire subito che quella macchina di ferro, in quota, diventava leggera come un fuscello.
Grazie alla mia goffaggine, ben presto, ci ritrovammo a costeggiare la montagna con un’ala che guardava verso terra e l’altra verso il cielo.
Temetti che il mio cuore si fermasse per davvero, come avevo sperato all’inizio di quel viaggio. Poi vidi il pilota che non era più a lato, ma in basso rispetto a me e rideva e tirava su il pollice.

In cuffia mi gridò: <>. Ma era proprio il guardare fuori che mi faceva sobbalzare il cuore e fermare il respiro. Non avevo mai visto il mondo di lato e per di più da quell’altezza.
Come una lunga vertigine che durò in realtà qualche frazione di secondo, mi passò per la mente di tutto: dalla vista che il Signore Iddio ha dall’alto del cielo, a quanto siamo piccoli e miseri noi terrestri, vidi il volto contrariato di Anita, di suo padre e quello divertito di ognuno dei miei quattro figli e di mio nipote, assieme a quello di Filippo, mio fratello.
E poi, la mia morte. E il respiro sembrò mancarmi del tutto, per davvero.
Svenni. Io che credevo di poter imitare il Barone Rosso, di sentirmi come un vero aviatore, invincibile come lui, di poter sguazzare in quelle emozioni così forti e vivere al massimo quel poco che mi restava ancora, o anche morire mi sarebbe andato bene ugualmente, invece, mi toccò solo perdere i sensi. Anche se in modo molto rocambolesco.
Mi ritrovai sanguinante e con un ematoma sotto l’occhio perché, mentre ero svenuto, la testa andò a sbattere sulla barra di comando e sul vetro.
Il giovane pilota ci riportò a terra sani e salvi.
Fu deprimente vedere che il suo volto non rideva più e che invece era diventato bianco come un cencio.
Niente, non mi fu concessa né una piccola parentesi di gloria, né una degna uscita di scena e, miseramente, su quella pista mi ritrovai a dover accettare la mia sconfitta in tutta la sua pienezza.
Ci avevo provato, sì, avevo fatto un bel volo pindarico, tra nuvole, alberi, laghi, ricordi e mondi fantastici, ma dopo tutto questo mi fu chiaro, come il rosso di quel sole al tramonto, che dovevo smettere di tergiversare.
Era arrivato una volta per tutte il momento di affrontare l’unica triste e sempre certa ebrezza di ogni esistenza.

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