Quella parte della mia vita che accade all’interno, quella che non si manifesta agli altri, è da un anno improntata su di te.
Non è una dichiarazione d’amore. Almeno non credo. E se vuole esserlo è perché́ se non si smette di amare, qualsiasi cosa non può fare a meno di raccontare il sentimento.
Chissà come stai. Io sto bene. Ma non sto meglio di quanto si possa dire quando si sta semplicemente bene. Quando stavo con te stavo meglio di come stavo prima di incontrarti. E se ora tu fossi qui accanto a me, starei meglio di come sto ora.
Da un anno vivo come un monaco. Non è vero, però suona bene. Le donne hanno smesso di interessarmi. Ho pensato: a baciare nuove labbra ho sempre dimenticato quelle precedenti. Delle tue non sono sicuro di voler farne svanire le sensazioni. La nostalgia, eh? Eppure, no, non provo nostalgia. Come posso dire… credo più che altro di avere la testa infestata da fantasmi incantevoli. Quelli imprigionati nelle mattine di marzo, nelle mattine che non sanno cosa essere se non un tempo che scorre senza parvenza, nei rumori rilassanti di una casa messa in ordine, una casa della noia appagata, del nulla di speciale, quella del tutto qui ma qui va bene per fortuna, quella fortuna dei tuoi capelli in una treccia.
Sul nostro divano ti guardavo farmi una linguaccia mentre passavi l’aspirapolvere. Della cosa di cui volevo parlare un attimo, non troppo, è il sesso. Quello pensato, voluto, attuato. Ormai lo vivo come atto masturbatorio nel ricordo del tuo corpo. Lo sai a me interessano le ragazze che evocano alla mente dei tipi di fiori, anche se poi i fiori mi piace soltanto avvistarli nei dipinti. Era divertente quando alzavi la maglietta e facevi “ta-daaah.” Ridacchiavi se mi avvolgevo a te. Nella maggior parte dei casi però preferivo prolungare quel dannato sonno mattutino, imbarazzata poi ti coprivi il seno. Quante opportunità sprecate. Adesso un po’ di pace c’è, a respirare faccio meno fatica. Avrò sempre con me alcune carezze, alcuni abbracci, alcune notti.
Non c’è altro da dire. Anche perché non ho altro da dirti. Sarebbe più corretto rivelarti che vorrei scrivere allo sfinimento fino a riconquistarti. Sappiamo entrambi benissimo che non funzionerebbe. C’ho già provato. Aspetta un attimo però, non ripormi ancora nel cassetto. Le poesie te le ricordi? Quante di quelle che ti ho mandato avrai letto veramente? Un cuore infranto è un diletto per uno scrittore. Grazie per avermelo spezzato. Guarda che dico sul serio, grazie. Però avresti anche potuto rispondere a una, non per parlare di noi, giusto per farmi sapere se sono effettivamente bravo. Sai che la migliore è andata persa? A brandelli, nelle fognature della città. Scappavo dal temporale e mi sarà cascata fuori dalla tasca. No, non è vero. In realtà non riesco a completarla. Devo smetterla di mentirti. Giuro che ci sto lavorando su questa cosa. Anche se… che male c’è in alcune bugie? Quel che voglio è impressionarti, così da non farmi dimenticare. Che avrai visto in me in quella sera tramutata in pomeriggio estivo, oltre alla mediocrità? Se mi risponderai, mi raccomando, raccontami il più possibile. Sei ancora in città? Non ti vedo più fuori al bar. Io ho lasciato il nostro appartamento. Però sono a qualche centinaio di metri da lì, non lontano, in piazza, la scultura di Dante indica solennemente il palazzo in cui mi sono trasferito. Nel caso dovessi passare in zona, lo sai. La casa non l’ho ancora arredata di nulla.
“Fuori dalla doccia usciva con i piedi scalzi, e sul pavimento lasciava impronte bagnate di letizia…”, sono i versi iniziali della poesia, che ne pensi? Stavolta però, ti prego, rispondimi. Sembra quasi che hai paura di me. Be’, fai un po’ come vuoi, l’importante è che tu non mi scriva se non hai alcuna intenzione di incontrarmi. Per quanto si possa dire, sono ancora un uomo. Credo nella realtà delle emozioni travolgenti, dove ci si abbraccia nei baci. Le bolle di sapone non fanno per me, saranno anche romantiche, ma non sono afferrabili. Non ho bisogno di parole che finiscono nell’etere, preferisco quelle che finiscono tra le braccia di qualcuno. Quindi, ti prego non ignorarmi.
Ti viene così facile rimanere indifferente. Come fai? Cosa occuperà mai tanto la tua mente? Figurati, sono stato deludente anche io, potevo fare di gran lunga meglio. Quante volte ho affermato di saper amare. Convinto che saper amare ed amare fossero frutti dello stesso albero. Amavo sì, ma non per questo avevo idea di come si facesse. L’altro giorno ho sollevato da terra un uccellino disteso, pareva pesare esattamente quanto la tua anima. Tra le mani mi è morto in un patire riservato. L’ho seppellito scavando con le mani nude nella misera terra debole di un alberello nell’androne del palazzo, le unghie si sono fatte sporche di sforzi inutili e delle mie incapacità. Per pochi minuti ho amato quell’uccellino più della mia stessa vita. Per pochi minuti. Durano così poco i minuti. Immagina la tragedia nello scoprire che né l’amore né la poesia sono abbastanza. Fattene una ragione mi dirai. Non avresti torto. E me la sono fatta, dopotutto, una ragione. Voglio credere di star facendo il possibile, e se il possibile non basterà dimmi tu se in qualche modo posso rendere possibile quell’impossibile.
Va bene allora, ciao, ti starò tediando e forse non sarai nemmeno arrivata a leggerla fino in fondo questa lettera. Vado a chiudere gli occhi anche se esiterò ad addormentarmi subito. Arrancando troverò un modo per non accorgermi di te. Dubito che accenderò le luci ora che sul letto si è sparso l’odore di un’altra notte, una di quelle passate, dove vorrei essere.
Attendo risposta, poiché null’altro potrei fare. Infinitamente tuo, un ormai sconosciuto.






