Non saprei indicare il momento in cui quello sguardo ha iniziato a cambiare. Forse perché non esiste un momento ma, come era solito dire quel mio vecchio professore di filosofia, tutte le cose, specialmente le più brutte, si trasformano lentamente, in un logorio lento e inarrestabile. Un po’ come succede ad alcune storie d’amore.
Ma torniamo allo sguardo, a quegli occhi che nessuno sembra capace di distogliere dal suo oggetto preferito, io. Ed è proprio quella frase, quelle quattro parole che risuonano come un eco che fanno scattare una reazione inattesa quanto imprevista. L’oggetto inanimato si risveglia, prende vita ed emette un urlo profondo, viscerale e mentre urla si alza e alzandosi rivela la sua altezza, sono più alta di lui e in quel momento lui è piccolo, non è mai stato così piccolo.
Allora lui indietreggia, come se quell’urlo avesse la forza di un colpo diretto allo stomaco, un colpo potente, di quelli che ti fanno vacillare e chissà se in quel momento insieme al suo corpo vacillano anche i suoi pensieri, quei pensieri che io ormai chiamo manie.
“Sono un povero stronzo,” ripete. Questa volta però con una voce più flebile. Colgo anche un leggero tremolio, non quello che scaturisce da un’emozione ma quello che nasce dalla paura, paura dell’oggetto non più inanimato.
“Lo so”, rispondo.
“Manipolare, soffocare, reprimere è tutto ciò che fanno gli stronzi”, aggiungo.
“Ti chiedo “sc..”, la voce gli si spezza o forse sono io che non riesco a cogliere il finale.
“Quanto è facile…”, bisbiglio.
“Cosa?” risponde, o almeno questo è quello che colgono i miei sensi.
Sì, i miei sensi, quelli storditi dalla tua voce, da quel tono smorzato che ha il potere di intimidirmi, di generare il dubbio. Dura un attimo, quel tanto che basta per farmi vacillare. Ci vuole così poco, penso. Come quando da ragazzina, in estate, bastava che la temperatura si alzasse di qualche grado per farmi piombare a terra, un colpo secco e qualche secondo di oblio al quale seguivano leggeri colpetti sulla guancia per farmi riprendere.
Quanto vorrei sentire quel calore adesso, ora che il freddo dell’inverno è calato nella stanza, o forse solo sul mio corpo.
“Andiamo, dai” riprende lui con voce più sicura, incedendo lentamente verso di me.
“Fermo”, sibilo io. Un passo, ancora un altro, non cede.
“Non muoverti” dico, e per la prima volta sono io a puntare gli occhi su di lui.
Non si arresta, non molla, si convince che anche questa volta sarò io a cedere, il suo oggetto preferito tornerà nell’angolo buio, quell’angolo dove riposano gli oggetti dimenticati o quelli inanimati.
“Non muoverti”, ripeto. E così, proprio come stabilisce quella legge della fisica che ami tanto ricordare, l’urlo si trasforma, muta e si fissa nelle parole che mi distruggono e ricompongono allo stesso tempo: “Non toccarmi”.
“Non toccarmi”, scandisco più forte.
Eccolo, lo sento di nuovo, lo percepisco sulla pelle. È lo stesso di quando ero ragazzina, quel calore che mi stordiva, tagliava le gambe e mi gettava a terra. Solo che adesso non ho bisogno di qualcuno che mi scuota, di una mano che mi riempia il viso di schiaffi.
Basto io, basta la mia schiena dritta, basta il mio sguardo che sostiene il tuo, basta il mio braccio teso contro di te.
Mi avvicino alla scrivania, appoggio il tuo anello, tuo unico dono, tuo unico ricordo.
Niente di te mi appartiene adesso. Sono di nuovo io, non più oggetto. Io, intera, finalmente.






