Poggiò timidamente il piede sinistro, sperando di non aver iniziato con quello sbagliato.
Nelle sue orecchie risuonavano applausi, grida di incoraggiamento e soddisfazione. Davanti ai suoi occhi si apriva una immensa distesa ghiacciata, tutta uguale. La vegetazione rigogliosa e verde del suo paese non c’era più a rassicurarlo. Era circondato dal niente e questo niente era di colore grigio, blu opaco, bianco sporco. Nessun riflesso, era arrivato nel momento della penombra. Questi colori gli facevano sentire freddo, nonostante la sua tuta spaziale. Si era preparato per anni in vista di questa missione, dopo anni e anni di studio e calcoli matematici era pronto per esplorare Europa, un satellite di Giove, candidato come possibile corpo celeste con presenza di vita nel Sistema Solare. Lo studio della NASA era in delirio: centinaia di scienziati stavano seguendo l’atterraggio in diretta con il fiato sospeso.
L’organizzazione aveva richiesto un lavoro di squadra, anche se, indubbiamente, il sacrificio più grande era toccato a lui: quattro anni di viaggio per ritrovarsi su un involucro di ghiaccio che ricopre un oceano salato quasi senza atmosfera. Si fece coraggio e iniziò la sua camminata ghiacciata per scovare i punti sottili e le zone dove potrebbero celarsi sacche di acqua allo stato liquido. E l’acqua è la molecola della vita.
Abbassò il volume del trasmettitore fino a chiuderlo del tutto e si mise ad ascoltare il suono d’Europa. Vibrazioni metalliche profonde e continue che forse provenivano da qualche attività vulcanica del nucleo o forse era l’eco del Big Bang. La quiete fu interrotta da un rumore violento e del tutto inaspettato. Sussultò. Sentiva sempre più freddo, nonostante l’accelerazione dei suoi battiti. L’ansia di capire immediatamente di cosa si trattasse si scontrava con la lentezza dei passi, non riusciva a muoversi agilmente per l’assenza di gravità. Sentì qualcosa sulla schiena, come una forte pressione. Un colpo secco. Tornò con la mente a quando suonava con la chitarra la sua canzone preferita, Echoes dei Pink Floyd, e iniziò a canticchiare le note del primo accordo che aveva imparato dentro il suo casco, per calmarsi. Si ricordò che voleva fare il musicista. “Appena ritorno da questa maledetta missione lo faccio, lo giuro su mia madre”. Si voltò e vide dietro di lui un enorme geyser che sembrava sputare fuori tutta la rabbia che prova la natura per essere profanata. Si allontanò. Era salvo, almeno per adesso.
Per tutta la sua vita, Phil ha pensato di avere tempo. Per fare quello? Ci sarà tempo. Per realizzare quel sogno? Con calma, c’è tempo. Per dire ad Alice che sono innamorato di lei dal primo giorno che siamo stati vicini di banco al liceo? Non è ancora il momento, ho ancora tempo. Quel momento, però, non arrivava mai. E ora si trovava lì, dalle parti di Giove, lontano anni luce dal suo pianeta e anche dal suo vero sé stesso. Tutto questo per dare più importanza a come gli altri volevano che fosse.
Anche Alice era diventata un’astronauta, ma aveva studiato in un’altra città. Di rado si incontravano, grazie ad amici in comune, e si scambiavano qualche parola con affetto e complicità. Phil era convinto di avere un posto speciale nel suo cuore e aspettava il suo momento, intanto, lei aveva avuto una bambina con il suo compagno, conosciuto all’università. In ogni caso Phil non si faceva scoraggiare dagli avvenimenti, e forte del suo sentire, aveva deciso che non appena fossero tornati entrambi dalle rispettive missioni, si sarebbe dichiarato. Anche lei era partita in missione per Marte e sarebbe tornata due anni prima di lui. Il fatidico momento sarebbe arrivato tra cinque anni totali, calcolando anche il tempo che lui avrebbe trascorso su Europa. Cosa sono cinque anni rispetto all’amore? Da astrofisico, Phil aveva scoperto che l’amore è l’unica forza, talmente potente, che va oltre il tempo e lo spazio.
Prima di partire si era accordato con un suo amico della NASA per essere costantemente informato su Alice. Ogni giorno gli avrebbe inviato una registrazione con un breve resoconto della situazione e così lui avrebbe potuto continuare tranquillo la sua missione e la sua dolce attesa. Phil aveva al massimo venti giorni di autonomia, che corrispondevano a un anno terrestre: entro questo tempo doveva inviare i dati tanto desiderati e completare il suo lavoro.
Lottando contro la mancanza di gravità e la solitudine, Phil svolgeva il suo lavoro con la massima dedizione, come se fosse quello che da sempre sognava, e le sue energie erano inesauribili. Il suo ossigeno era la sua vivace immaginazione che lo portava a pensare sempre ad Alice, in modo così intenso, da percepirla vicino a lui in carne ed ossa, con la sua voce gentile, gli occhi grandi verdi e la fossetta sulla guancia quando sorrideva. Pur trovandosi ad anni-luce di distanza, stavano facendo le stesse cose, stavano provando le stesse emozioni. Si immaginava che lei lo osservasse e forse era per questo che metteva tutto quell’amore in ogni cosa che faceva. Non riusciva proprio a rinunciare a questa fantasia, nonostante perfino il suo scrittore preferito, Kundera, avesse scritto chiaramente che può essere molto pericoloso vivere immaginando di essere sempre sotto la lente di ingrandimento di chi amiamo.
Il settimo giorno fu molto fruttuoso perché l’esplorazione mattutina gli fece scoprire minerali ferrosi, che testimoniano eruzioni vulcaniche passate. Un’altra possibile fonte di vita! Eccitato, corse sull’astronave per comunicare la buona notizia alla base. Nel frattempo, non poté fare a meno di notare che non era ancora arrivato il messaggio più importante della giornata, nessuna registrazione era stata inviata quel giorno. Strano, in genere a quest’ora era già pronta per essere ascoltata, pensò. Si mise ad aspettare. Passarono quattro ore ma non arrivava niente. Un po’ di ritardo può capitare a tutti, disse a sé stesso. Non riuscì a dormire quella sera. L’indomani rinunciò all’allenamento mattutino, non ne aveva le forze, e non poté nemmeno uscire perché la vista di quel paesaggio desolato era diventato insopportabile, senza il suo ossigeno. Passò così un giorno e poi un altro giorno ancora. Finché un messaggio arrivò. “Ciao Phil, scusa il ritardo. C’è stato un problema. Scusa, non so come dirtelo, non vorrei dirtelo, non avrei mai voluto… Ma, ecco, Alice è morta. È stato un incidente… si pensa a una rottura del casco che ha causato una perdita di ossigeno.” Di colpo anche lui non riusciva più a respirare, era finito anche il suo ossigeno. Il dolore lo assalì. Ascoltò una seconda volta, era tutto vero. Iniziò a piangere, a urlare, a dimenarsi nella sua astronave, ma nessuno poteva sentirlo. Vomitò. Era disperato. Continuò a disperarsi fino a esaurire le forze, fino a non poter più muovere nemmeno il più piccolo muscolo. Nemmeno le palpebre. Passò tre giorni disteso e immobile. Respirava a malapena. Fino a quando, nella sua mente, balenò il pensiero che erano ormai giorni che sulla Terra non arrivavano più sue notizie. Pensò ai suoi genitori, al suo amico della NASA, ai suoi colleghi. Doveva farlo per tutti loro, per chi aveva creduto in lui e ci credeva tuttora.
Respirò profondamente, poi aprì la porta e scese poggiando sempre lo stesso piede, il sinistro, tanto ormai non poteva andare peggio di così. Accese il video-collegamento con la Terra, si diresse verso il punto della distesa ghiacciata che gli era sembrato più sottile e si fermò nella zona sotto la quale con maggior probabilità poteva trovarsi l’acqua salata dell’Oceano di Europa. Accese il contatore Geiger per misurare la radioattività dell’isotopo dell’idrogeno e inviò i dati per far capire agli scienziati della NASA quanto l’oceano fosse vicino alla superficie. Dal radiotrasmettitore un collega diceva che erano ottimi dati, tuttavia, sembrava non fossero sufficienti come prova definitiva della presenza dell’acqua sotto le lastre di ghiaccio. «Siamo vicini, ci manca poco» gli disse. «Basta trovare un metodo alternativo per rilevare la presenza dell’acqua» rispose. «Credo di aver avuto un’idea improvvisa proprio ora.» «Fantastico, lo sapevamo che non ci avresti deluso! Dicci a cosa hai pensato…» Con una particolare luce negli occhi disse serafico: «Ora lo vedrete.» Abbassò il volume del radiotrasmettitore, fino a spegnerlo del tutto. Era stufo di sentire il sottofondo del mondo. Lasciò però il collegamento-video acceso, affinché lo studio della NASA potesse seguirlo mentre metteva in pratica il suo metodo. Si mise in ginocchio proprio sul punto della distesa di ghiaccio che era risultata essere più sottile e in modo delicato accostò la testa, sempre all’interno del casco, al ghiaccio, come se volesse guardarci dentro. Il viso dolce di Alice comparve dinanzi a lui, tremolante, al di là della calotta. Alzò la testa spingendola contro la lastra di ghiaccio con un po’ più di forza. Alice stava lì, la sua testa, dentro il casco, con gli occhi verdi sgranati che risaltavano sul suo viso cianotico. Phil fece di nuovo lo stesso movimento, ma l’impatto divenne sempre più violento. «Ma che cazzo sta facendo?» I colleghi della NASA si interrogavano basiti. «È impazzito…» Cercavano di chiamarlo via radio, di dissuaderlo, ma niente, era tutto spento, non gli arrivava niente. Phil in ginocchio guardava Alice spegnersi lentamente, ansimante, con la bocca aperta e l’espressione contratta che nascondeva quella fossetta che gli così piaceva tanto. Continuò a sbattere il suo casco sul ghiaccio, in modo instancabile e ripetitivo. Il silenzio sospeso di Europa si riempì di un rumore spaventoso di vetro che si rompeva, un rumore di un impatto sordo, impietoso, disperato e costante. Continuò così per un bel po’, immaginando di tenere il ritmo della sua canzone preferita, Echoes dei Pink Floyd, mentre la musica gli scorreva nelle orecchie facendolo sentire meno solo. Il rumore iniziò ad attutirsi via via che le protezioni del casco cominciarono a cedere. Si formò una crepa obliqua e un’altra orizzontale, più lunga, che lasciava entrare l’atmosfera di Europa. Più l’aria entrava all’interno del casco, più Phil non aveva ossigeno al cervello per mandare l’ordine di continuare a sbattere, né ossigeno nei muscoli per muoversi e far pulsare il cuore. L’ultimo suo pensiero fu che nonostante fossero distanti anni-luce, lui e Alice, erano morti allo stesso modo. Rimase lì, a pancia in giù, privo di vita.
Nello studio della NASA ci furono reazioni contrastanti: c’era chi piangeva, chi era sotto shock, chi continuava a guardare lo schermo e sperare in un colpo di scena, chi era arrabbiato per il fallimento. Dopo qualche ora, gli instancabili osservatori notarono un cambiamento: si era formata una piccola frattura nella parte di lastra ghiacciata sotto il casco, proprio di fronte alla telecamera. Col trascorrere del tempo si stava allargando, si stava aprendo sempre di più. I margini si stavano allontanando grazie al peso del corpo di Phil senza vita. Il giorno dopo l’inquadratura era diventata tutta blu. Lo studio si riempì di applausi e abbracci: l’acqua era blu, anche su Europa.






