Vado al cinema. Tre volte a settimana, il lunedì, il martedì e il mercoledì. Tendo a evitare i
weekend. Troppe persone, mi sento stretto. Il lunedì è il giorno che preferisco. So per certo che il
ragazzo delle pulizie ha il giorno libero. La fiumana della sera prima lascia tracce in ogni angolo
della sala. E io mi ritrovo lì a prenderne nota. I popcorn grassi rovesciati per terra come carta
bagnata calpestata, le lattine di coca cola scura e appiccicosa lasciate a metà nei braccioli, l’aria
masticata da un centinaio di persone e poi lasciata lì ad avvizzire per una notte intera. Non ha
alcuna importanza il film che vedo, mi basta ritrovarmi in una di quelle sale logore. Scelgo un
film francese, uno di quelli di serie B, uno di quelli che il cinema proietta solo per riempire il
palinsesto. Salgo al secondo piano e trovo esattamente quello che mi aspetto di trovare. La sala è
vuota. Scelgo una posizione centrale nel cuore della pattumiera. Guardo lo schermo che proietta
la pubblicità, ma io sono immerso in altro. La coca cola al lime nella pozza verde ai miei piedi mi
solletica la gola. La salsa piccante nel rivestimento davanti a me cola come sabbia rossa e calda.
L’alito rappreso di un trancio di pizza ai peperoni dal sedile di fianco al mio. Faccio un respiro
profondo per assorbire tutto. È raro ritrovarsi in situazioni del genere, a contatto con il vero
cinema. Inizio a girare nervosamente per la sala. Ogni fila mi regala nuove sensazioni. Un fiato
vecchio e lattiginoso si scioglie nella mia bocca, la mia camicia assorbe le tracce di sudore. Alzo le
braccia e chiudo gli occhi per inspirare a pieni polmoni. C’è tutto, due ore di estasi pura. Mentre
inspiro qualcosa mi cattura. È disgustoso. Per poco non trattengo un conato. C’è qualcosa di
floreale, quasi fruttato, che mi solletica le narici. Ma non è solo questo. È arrogante, quasi vivace,
un insulto. Cammino con gli occhi chiusi verso quell’odore e non riesco a capacitarmene. Per un
attimo riassaporo nella bocca il fiato di latte scaduto, ma svanisce subito, vinto da…sì, sembra
proprio lillà, lillà e uva spina. Mi fermo con le braccia in aria quando lo sento in movimento.
Quella scia leggera si fa sempre più vicina. Non ci sono dubbi, è una presenza femminile. Una
presenza femminile che sì…mi sta sfidando. Una sfida pazza e fuori controllo, lanciata da una
persona pazza e fuori controllo. Che razza di persona verrebbe qui con un tale odore addosso, se
non una psicopatica. Fare finta di nulla è una lotta con me stesso. Sento l’uva spina pizzicare nel
naso e il lillà avvolgermi il collo come un cappio. Ma non posso cedere, deve capire che non ho
paura, che la sua provocazione non mi ha colto. Sento quell’odore depositarsi in una zona precisa
del cinema, si deve essere seduta. Io torno al centro della mia pattumiera e il mio corpo viene
riassorbito dalla muffa calda e dal tappeto di popcorn in decomposizione. Inspiro ancora e
comincia il film. Non seguo la trama. È impossibile. È così difficile ammetterlo. Non penso ad
altro. Ogni tanto respiro a pieni polmoni e ricevo dalla sala quello che ho sempre ricevuto. Ma
alla fine…alla fine arriva sempre lei. Il mais caldo e stanco dei nachos sbriciolati che si sfalda nelnaso. Uva spina. Un fazzoletto di muffa umida mi copre il volto. Lillà. L’odore scuro e gommoso
che traspira dal pavimento calpestato da centinaia di scarpe. Uva spina. Il fetore appiccicoso del
rivestimento dei sedili molestati da cento schiene umidicce. Lillà. Uva spina e lillà. Poi solo uva
spina. Di nuovo tutte e due insieme. Porto le mani intorno alla testa. Mi accovaccio sul
pavimento, per sentire di nuovo la gomma collosa. Niente da fare. Lillà. Avvolgo il naso nella
giacca. Ancora niente. Provo a trattenere il fiato. Rimango in apnea. Dieci secondi. Venti. Non
resisto più e sussulto.
Alzo lo sguardo e me la ritrovo lì. Lavanda fresca dai capelli, gelsomino dai tessuti. Uva spina e
lillà. “Tutto bene?”
Torno in apnea. Provo a ricompormi e cado sul sedile con fatica.
Mi passa una mano sulla giacca. “Vuole che chiamo qualcuno?”
Sussulto di nuovo quando finisco il fiato.
“Forse è meglio andare fuori, c’è una puzza in questa sala.”
Le concedo un ghigno. “Il ragazzo delle pulizie ha il giorno libero il lunedì”.
Mi sorride. Questo è il momento.
Afferro il trancio di pizza ai peperoni e glielo scaravento addosso. Dritto sulla maglietta, altezza
collo. Un rivolo di sugo le bagna il tessuto, un peperone marcio le si infila al di sotto e la pizza
rimbalza sulle sue scarpe. Mentre urla, inspiro di nuovo. Uva spina sì, ma fermentata. Lillà, ma
aspro. Sorrido e lei mi schiaffeggia. La osservo correre via dalla sala.
Che razza di psicopatica.





