Robberto Bosco

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La verità è che ci sono certi giorni che proprio piove sempre sul bagnato e quella mattina io già m’ero messo in macchina che non vedevo l’ora di tornarmene di nuovo a casa. Però appunto proprio in mezzo al solito traffico di Corso Umberto per disgrazia avevo tamponato una signora. Io tamponavo, io pagavo anche se...

La verità è che ci sono certi giorni che proprio piove sempre sul bagnato e quella mattina io già m’ero messo in macchina che non vedevo l’ora di tornarmene di nuovo a casa. Però appunto proprio in mezzo al solito traffico di Corso Umberto per disgrazia avevo tamponato una signora. Io tamponavo, io pagavo anche se, sia chiaro, fosse stato per me avrei dato colpa a lei. Sta vecchia aveva frenato all’improvviso.
“Voi siete uno scellerato, ma non avete visto che c’ stev nu mucill”.
“Nu mucill Signò? E lei frena in questo modo p’ nu mucill?!!”
Caro mi costava mo stu gattin. Altri soldi che dovevo cacciare. Nemmeno mi ero ripreso dai millecinquecento euro di assicurazione auto appena cacciati. Perché l’assicurazione aumentava sempre di più, e a Napoli dovevamo pagarla pure di più. Io che già sognavo una nuova auto, una ibrida fiammante magari, non per me, per l’ambiente sia chiaro, dopotutto “è l’Europa che ce lo chiede”.
A parte i sogni, mi sentivo salire un misto di collera e avvilimento. Non si poteva più andare avanti così. Lo stipendio non bastava più a campare. Ma ci dovevano stare dei colpevoli, per forza, perché i prezzi aumentavano e quindi qualcuno sicuro si stava arricchendo alle spalle nostre. I soliti imprenditori, le banche, i capitalisti, ma pure i politici. Ci voleva una rivoluzione, un eroe d’altri tempi. Na specie di Robbin Wood, uno che di mestiere ruba ai ricchi, a sta gente potente, per dare ai poveri, a nuj che non arriviamo più a fine mese. Lo invocai con gli occhi stretti e le mani giunte “Robbin Wood ti prego vieni, è tempo di rivoluzione, ti prego, fagliela pagare tu!”.
Implorai, poi sbuffai, con la consapevole illusione che questi eroi rivoluzionari non esistessero più, ma che almeno, forse, chiù nera ra mezzanott nun putev venì e quinti tanto valeva far passare la giornata e arrivare alla notte.
“Uè ué eccomi qua, buuuongiorno”
“Oh Gesù Santo, ma chi è, ma che ora sono? Lei chi è? È in casa mia! Ma è notte fonda!?!”
“Uè calmiamoci, m’è chiammat tu!”
“L’ho chiamata io? Ma lei chi è? Com’è entrato?”
“So’ Robbert! Robberto Bosco.”
“Io non conosco nessun Roberto Bosco.”
“Ebbè ma perché mo vuj parlat sul inglese al giorno d’oggi, ma stamm a Napul, io so’ i Napul, quindi mica mi pozz chiammà Robin Wood, so’ Robberto Bosco, da Capodimonte per l’esattezza. E come richiesto, rubo ai ricchi per dare ai poveri”.
Stavo sicuramente sognando, ma non riuscivo a svegliarmi. Ma come era possibile, questo pure con la calzamaglia ed il cappellino di tela. Non si poteva guardare. “Lei sta scherzando, questo non è reale!”
“Ma come sto scherzando, siamo a Napoli, voi chiedete un rivoluzionario a Napoli e il rivoluzionario arriva, dove vi credete di essere? Mo non mi facciate perdere tempo per favore, vi ho ascoltato, se no jev a rubbà a n’altra casa. Qui non si perde tempo, a situazionij è seria”.
Forse era vero. Incredibile esistessero ancora eroi rivoluzionari in un mondo di ingiustizie.
“Allora è vero! Bhè complimenti Signor Robin o Roberto!”
“Va bene, va bene, grazie, complimenti, mo nun tengo tiemp a perd’r, mi vuole far vedere la cassaforte o indicare cosa posso prendere velocemente? Buoni del tesoro, orologij, braccialett, pure i contanti vanno bene”.
“Ma di cosa sta parlando io sono il povero, quello che ha bisogno, che vuole rubare a me?!?”
“E però vuj Signor Coppola, mi state a fare perdere il tempo a dare spiegazioni. Allora non sarete aggiornato, ma per il vostro ISEE ora ormai siete tra i ricchi. C’è stato un aumento del parametro. Ho sapit quant’è o stipendio medio qua a Nap’l? Milleecenteuro al mese. E vuj quant pigliat?”
“Io piglio duemilaecinque, ma che c’entra, io tengo il mutuo da finire di pagare, la cucina che mancano ancora dieci rate, non posso andare oltre dieci giorni di vacanze d’estate e sono due anni che non riesco a mettere da parte niente a fine mese. Lei non può dirmi così, io non so’ ricco.”
“E vabbuò vabbuò ma quindi u’ v’rit che tenit pur a cas e’ proprietà, putit pur fa e vacanz. Qua sta a ggent che nun ten manc l’uocch p’ chiagn’r. Siete proprio ricco. Su’ su’ rat’m almeno nu paio e orologij che vi vedo un po’ sconvolto. Per stavolta va buon accussì.”
E niente tirò fuori pure l’arco e per mandarlo via gli diedi un braccialetto d’oro e un orologio di marca. Ero ferito nell’orgoglio, mortificato per essermi lamentato per il superfluo ed essermi chiamato il rivoluzionario.
Tornai a coricarmi. Alla fine, fondamentalmente era tutta colpa del commercialista, che ogni volt nun riuscev maij a spiegarm in che consistev stu cazz e’ ISEE!!

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