La vedeva sul suo treno delle 7:45 ormai da una ventina di giorni. Ogni volta che saliva lei si trovava già a bordo. Si chiedeva a quante fermate prima della sua salisse, ma non poteva di certo chiederglielo.
A volte la trovava già seduta, altre volte in piedi, ma sempre nel penultimo vagone dal lato solitamente destro della direzione di marcia, e sempre con un libro in mano. A volte la trovava immersa nella lettura, a volte invece indossava degli auricolari, e si capiva che stava ascoltando qualcosa di interessante, mentre il suo sguardo era rivolto fuori dal finestrino.
La cosa che aveva attirato la sua attenzione la prima volta e gli aveva fatto posare gli occhi sul suo viso, era proprio questa: aveva sempre in mano un libro con una matita fra le pagine, che lo stesse leggendo in quel momento oppure no.
Questo particolare gli aveva fatto ricordare la sua ex fidanzata, Laura, con cui era stato per cinque lunghi anni della sua vita, ormai un decennio prima. Anche lei aveva sempre un libro appresso, in mano o nella borsa, per qualsiasi evenienza.
Gli venne in mente quel Natale in cui lui, amante della tecnologia, aveva pensato di regalarle un kindle, dato che viaggiava spesso. Lei, nonostante la reazione positiva iniziale, non l’aveva mai usato. Se ne continuava ad andare in giro con un libro cartaceo sotto il braccio su cui annotava i suoi pensieri e di cui sottolineava le frasi che più la colpivano con una matita rossa. Lui all’epoca c’era rimasto male, ma non gliel’aveva mai detto. Come tante altre cose che non gli aveva mai detto e che forse avrebbe dovuto.
Anche la ragazza del treno annotava cose ai margini delle pagine, mentre la maggior parte delle persone su quel vagone, lui compreso, stava solitamente incollata ad uno schermo.
Da quando l’aveva notata tre settimane prima mentre sfogliava le ultime pagine di un saggio femminista di Angela Davis, lui non si era più fatto risucchiare da quello schermo che aveva sempre in tasca. Spesso lo teneva in mano per non dare nell’occhio, o si metteva le cuffie nelle orecchie, fingendo di ascoltare musica. Si metteva sempre dall’altro lato del vagone, a debita distanza, e lasciava che il tempo di percorrenza di quelle otto fermate che condividevano ogni giorno evaporasse osservandola da lontano, senza farsi notare.
La cercava già alla fermata con la coda dell’occhio prima di salire sulla vettura, accertandosi sempre di salire dal lato opposto. Non voleva incrociare il suo sguardo, anche se la curiosità di sapere di più sulla sua vita lo divorava.
Dove abitava? Probabilmente nella periferia nord-est della città, dove partiva la linea del treno.
Che lavoro faceva?
Aveva un gatto?
Che cosa beveva in quella tazza termica che spesso si portava dietro?
A che ora finiva di lavorare?
Amava qualcuno? Forse sì.
Qualcuno la amava? Sicuramente, si disse tra sé lui, sentendosi uno stupido. Quale idiota potrebbe mai lasciare andare un viso e degli occhi del genere?
Anche i suoi occhi lo riportarono indietro di dieci anni. Erano anch’essi dello stesso colore della sua ex fidanzata, Laura. Blu ceruleo e ciglia nere e folte a contrastarli. La differenza sostanziale però era che quelli della giovane donna del treno sorridevano sempre.
Quelli di Laura, soprattutto durante l’ultimo anno e mezzo della loro relazione, faticavano a sorridere anche quando la sua bocca si sforzava di farlo. E lui non le aveva mai chiesto come mai, anche se l’aveva notato. Non l’aveva chiesto, come tante altre cose che forse avrebbe dovuto.
Qualche giorno prima, mentre saliva sul vagone, notò subito che la ragazza del treno stava leggendo un nuovo libro. Nonostante fosse il primo giorno, lo teneva aperto quasi già a metà, ed era totalmente catturata dalle pagine, tanto che nemmeno alzò gli occhi per controllare a quale fermata fosse arrivata. Stava in piedi dato l’affollamento del mezzo, e si reggeva in equilibrio solo con la mano destra.
Leggeva On Palestine di Noam Chomsky, e solo in quel momento collegò il significato di quella spilletta a forma di anguria che aveva attaccata alla borsa.
I suoi occhi scorrevano sulle pagine velocissimi e voraci, e anche questo particolare gli riportò alla memoria Laura. La sua capacità di svanire nelle pagine di un libro lo aveva sempre ingelosito. Lui faticava sempre a concentrarsi e spesso e volentieri abbandonava i romanzi che leggeva, prediligendo video su YouTube.
Quante volte lei gli aveva regalato la traduzione in italiano di qualche romanzo internazionale che lei amava? Non ne aveva mai finito uno. Un po’ per stanchezza, un po’ per pigrizia, sta di fatto che non aveva mai scoperto cosa la appassionasse così tanto di quei libri.
Si rese conto all’improvviso dell’arroganza che invece stava dietro alla sua pigrizia. Non aveva mai creduto interessanti i libri che Laura leggeva e gli regalava. E sicuramente lei l’aveva capito. L’aveva capito da sola, come molte altre cose che lui non le diceva esplicitamente e che invece, si rendeva conto adesso, avrebbe dovuto dirle.
Guardando la ragazza del treno tra la folla in piedi e ammassata, si chiese come sarebbe stato invece discutere con lei della questione palestinese. Gli venne un’irrefrenabile voglia di raggiungerla e lasciarla parlare del come scegliesse le sue letture, e quali titoli attendevano sul suo comodino dopo questo. Avrebbe voluto leggerli anche lui, ma dopo di lei, per vedere anche le sue note e quali frasi avesse sottolineato.
Per un attimo, pensò davvero di farsi strada verso la porta e scendere alla sua fermata, mentre lei si avvicinava all’uscita.
Fece quasi un passo, ma poi si fermò di colpo, incapace di muovere un muscolo.
Che cosa le avrebbe potuto dire? Avrebbe fatto la figura dell’idiota.
Si accontentò di salutarla con lo sguardo, mentre lei guardava già oltre e si sfilava i capelli mossi e castani chiari da sotto la sciarpa di lana.
Anche Laura aveva i capelli di quel colore, ma li portava sempre molto più corti. Amava nuotare anche in inverno e quella lunghezza le risultava più comoda da gestire.
Lui amava i suoi capelli, specialmente quando dopo la doccia non li asciugava, ma non glielo aveva mai detto. Come tante altre cose che amava di lei e che non gli aveva mai detto, ma che avrebbe dovuto dirle.
Quella mattina, quando le porte del vagone si aprirono, la ragazza del treno aveva in mano una guida di Tokyo. Era tutta stropicciata, con varie striscette di carta colorata segnalibro che uscivano dalle pagine. Teneva un evidenziatore in mano e ogni tanto sottolineava qualcosa con uno sguardo tra il corrucciato e l’emozionato.
Anche Laura anni prima si era comprata una guida del Giappone. L’aveva acquistata mentre erano insieme in un negozio dell’usato vicino casa. Lei amava viaggiare, ma per qualche motivo non avevano mai intrapreso un viaggio insieme. Lei avrebbe voluto tanto trascinarlo con sé nelle sue avventure. Da sola si era girata mezza Asia prima di mettersi con lui, e per un sacco di tempo aveva cercato di convincerlo a partire, ma per lui non era mai il momento giusto. Gli sarebbe piaciuto esplorare il mondo con lei, ma procrastinava sempre, pensando di avere tutto il tempo del mondo. Per farla contenta le aveva promesso che avrebbero organizzato un viaggio a Tokyo per il Natale successivo, ma poi non aveva più sollevato la questione. Non le aveva più proposto né quel viaggio, né nessun altro viaggio insieme. Non si era più interessato di quella promessa, come di tante altre, e ora, più che mai si rendeva conto che avrebbe dovuto.
Lo stomaco di lui si strinse.
La ragazza del treno stava programmando il suo prossimo viaggio?
Con chi sarebbe andata?
Quando sarebbe partita?
Sarebbe tornata?
E se non fosse più tornata?
Non poteva immaginare di non rivederla. Era entrata a fare parte della sua quotidianità, anche se da lontano, e non voleva lasciarla andare.
Mentre lei chiudeva la guida di Tokyo e si accingeva a scendere dal treno, le gambe di lui si mossero da sole. Si trovò a farsi strada tra il vagone colmo, e per un pelo non rimase incastrato nelle porte.
Allungò il passo, ma la ragazza del treno stava già salendo le scale mobili verso l’uscita.
Si sentiva uno stupido, un codardo in ritardo. Troppo in ritardo, e con questo pensiero si fermò alla base della scala mobile e la osservò andarsene.
Avrebbe voluto chiederle un caffè, sapere di lei, ma non l’aveva fatto, come tante altre cose che non aveva mai fatto e avrebbe dovuto.
Si girò e si avviò di nuovo al binario ad aspettare il treno successivo. Sarebbe arrivato al lavoro in ritardo senza un motivo: che coglione.
Non era mai riuscito a fare, chiedere, e dire tante di quelle cose, che all’improvviso se le sentì tutte sulle spalle, cadergli addosso come bagagli pieni e ingombranti che rotolano giù da una scala mobile in movimento che va nella direzione opposta.
“Andrea!” si sentì chiamare alle spalle.
Laura era tornata indietro e stava in piedi davanti a lui al binario 2.
Con qualche ciocca di capelli lunghi castano chiaro infilati sotto la sciarpa di lana e la guida di Tokyo stropicciata tra le braccia incrociate sul petto, lo guardava sorridendo debolmente.
“Ti ho intravisto scendere alla mia fermata prima, e andare nella mia direzione, ma poi ti ho perso tra la folla.”
“Laura, quanto tempo. Sì, ecco…sono sceso per sbaglio alla fermata prima e…” la voce di lui era tremante, e il suo sguardo vagava.
La voce invece ferma e serena di lei lo incalzò: “È già da un po’ che ti vedo sul treno. Non sapevo se salutarti, ma poi ho visto che facevi finta di non vedermi e salivi sempre dal lato opposto del vagone e quindi pensavo volessi evitarmi.”
“Evitarti? No, no anzi…è che…” tremava la voce di lui, la stessa che in tanti anni non le aveva detto una marea di cose e che avrebbe invece dovuto dirle.
“Poi prima quando ho visto che sei sceso alla mia fermata, ho pensato volessi salutarmi. Sembrava volessi dirmi qualcosa, ma poi sei sparito.”
“Guarda che forse hai frainteso. Io non ti avevo proprio vista. È davvero una sorpresa trovarti qui. Ma davvero anche tu prendi questo treno?”
Le parole gli uscirono senza ragione. Rotolavano giù dalla scala mobile in movimento insieme ai bagagli.
“Avrò capito male io… Niente allora. Non ti disturbo oltre” fece lei con mezzo sorriso sarcastico, ma disteso.
“Disturbare? Tu? Macché! Anzi, che sorpresa! Come stai, Laura? Sei finalmente in partenza per il Giappone?” fece lui, indicando il libro sottobraccio.
“Il terzo. Ci sono stata due volte negli ultimi anni e me ne sono innamorata. Ci torno questa primavera per studiare giapponese.”
“Wow! Bello! E dove abiti?”
“A qualche fermata prima della tua.” rispose lei fermamente.
“E cosa fai?”
“Lavoro come traduttrice e scrivo.”
“Wow. Beh, Laura, sono molto felice per te. È sempre stato il tuo sogno.”
“Mi sembra che anche tu stia bene, Andrea. E mi pare di capire anche che tu non abbia davvero nulla da dirmi. Ti auguro una buona giornata. Vado!”
Un velo di amarezza si distese sulle sue ultime parole.
Lei si girò e lui non le disse nulla. E quel nulla si posò sulla montagna di cose che non gli aveva mai detto, ma che avrebbe dovuto dirle.
Ormai era in ritardo. Troppo in ritardo.





