I fiori del vento

di

Data

Quando sei tornata con quella rosa eri felice. Ti guardavo dalla finestra della cucina percorrere il vialetto, sotto il caldo sole di luglio, con un grosso sorriso stampato in faccia e il braccio sollevato verso il cielo, come se stessi esibendo un trofeo...

Quando sei tornata con quella rosa eri felice. Ti guardavo dalla finestra della cucina percorrere il vialetto, sotto il caldo sole di luglio, con un grosso sorriso stampato in faccia e il braccio sollevato verso il cielo, come se stessi esibendo un trofeo. Ti sei messa a saltellare in giro per casa come facevi la mattina di Natale. E qualche giorno dopo te ne sei andata via. Niente biglietti, niente messaggi. Solo
l’armadio vuoto. Ricordo benissimo il giorno in cui hai deciso di piantare quella rosa. Lo ricordo perché ti avevo avvisata. Ti avevo detto “Guarda che non è il periodo giusto” e tu, con la tua solita aria
di ragazzina che si appresta a combinarne una delle sue, mi hai fatto l’occhiolino e hai risposto “Non ti preoccupare, vedrai”. E avevi ragione. Come al solito, avevi ragione.
Chissà se quel giorno avevi già deciso che te ne saresti andata, che mi avresti lasciato sola. Se l’avessi saputo, io ti avrei abbracciata di più, baciata più forte.

Sono trascorsi sei mesi da quando te ne sei andata. Non ho più avuto tue notizie. La rosa è ancora lì, sai? Sembra un enorme rubino tra le piante ricoperte di neve. L’ho chiamata La Rosa immortale. Ogni tanto mi fermo a guardarla per un po’, appoggiata alla finestra della cucina, o esco in giardino e mi fermo davanti a lei per osservarla meglio. L’ho odiata, La Rosa immortale. Perché ogni volta che la guardo mi ricorda che tu sei andata via e lei è ancora qui.
Ma adesso ho fatto pace con La Rosa immortale perché ho capito che sì, mi ricorda che sei andata via, ma è l’unica cosa che mi è rimasta di te e ho deciso che me ne prenderò cura, anche se non ne ha bisogno. Ci faremo compagnia. Le ho dato un soprannome, adesso la chiamo Rosie.

Ieri è passata Marta, non la vedevo da un po’. In realtà, è da un po’ che non incontro nessuno, non esco di casa, passo le mie giornate a prendermi cura di Rosie e a lavorare. Non ho tempo per altro. Mi ha rimproverata, ha detto che non mi fa bene stare tutto questo tempo da sola.
“Potremmo uscire qualche volta, fare una passeggiata.”
“Sarebbe bello, ma non ho tempo.”
“Per una passeggiata? Che avrai mai da fare?”
“Beh, devo lavorare, occuparmi della casa e…”
“E cosa?”
“E occuparmi di Rosie”.
Mi sono sentita veramente stupida.
“Della rosa? In che senso occuparti della rosa?”
Non so dirti se fosse più divertita o infastidita.
“Beh, non occuparmene, le faccio…compagnia.”
Mi ha guardata per un attimo, poi ha bevuto un sorso di caffè e ha posato piano la
tazzina sul tavolo.
“Sei sicura di stare bene?”
“Ma certo che sto bene!”
Ho tagliato corto, non volevo parlare, lei non può capire. Come potrebbe capire che tutto quello che mi è rimasto di te è una rosa che a quanto pare non muore mai? Ci deve essere per forza qualcosa di magico, un incantesimo che mi ha incatenata alla vita di quel fiore. Andando via hai deciso di lasciarmi qualcosa di cui prendermi cura per sempre. Come se ti volessi scusare di esserti sottratta a me.

Non so più dove sei, cosa fai, con chi sei. Ti ho immaginata in mille mondi diversi, e spero che in ognuno di quei mondi tu stia bene, sorrida, sia felice. Io sono sempre qui, in questa casa, con questo giardino, con Rosie.
Marta dice che è esattamente la stessa rosa che ha visto mesi fa, che non potrebbe essere altrimenti. Qualche giorno fa le si è avvicinata, mentre attraversava il giardino per andare via, e l’ha osservata per qualche minuto, poi si è messa a ridere. Non so perché…
Ieri notte mi sono svegliata di soprassalto a causa del temporale e sono scesa di corsa in giardino, avevo paura che quel vento forte potesse sradicarla. Non mi importava dell’acqua, del fango, del freddo, del vento, io dovevo proteggerla, le ho fatto scudo col mio corpo. Ero lì, bagnata fin dentro le ossa, con i capelli incollati al volto e ho pensato, anzi no, ho gridato: “Ma che cazzo sto facendo?”.
Mi sono messa a correre e sono tornata in casa, mi sono fermata davanti allo specchio grande, quello in sala da pranzo.Continuavo a guardarmi spostando lo sguardo sui capelli fradici, sugli occhi gonfi, sulla
camicia da notte completamente incollata al corpo, sui piedi pieni di fango.
Ma davvero sono io questa donna che vedo allo specchio? Piangevo e non me ne rendevo conto. Sono tornata di sopra, sul letto, completamente bagnata e non me ne è importato nulla, mi sono coperta e ho chiuso gli occhi. Ho continuato a piangere e poi qualcuno ha suonato il campanello, li ho aperti e sono stata accecata dalla luce del sole che entrava dalla finestra. Cazzo, sembrava che qualcuno mi stesse bucando gli occhi con degli aghi. Sono scesa lentamente, avevo le gambe pesanti e la testa che scoppiava. Era Marta.
“Cazzo ma che hai fatto?”
“Io, ehm…niente, non mi sento molto bene.”
“Ti ho mandato un messaggio due giorni fa, sto ancora aspettando che tu risponda.”
“Lo so, scusami, sono stata…”
“Sì, lo so, sei impegnata. Dai, ti ho portato una ciambella, facciamo colazione.”
Ho preparato il caffè in silenzio, mi sono messa a cercare una scusa plausibile per non parlare di te o di Rosie. Ovviamente non ce l’ho fatta.
“Allora, stavo pensando che oggi potremmo…Ehi!”
Sono caduta in ginocchio vicino a lei, ho iniziato a singhiozzare come una ragazzina e le ho messo la testa in grembo. Continuava a chiedermi che cosa avessi e io non ce l’ho fatta e le ho raccontato tutto quello che era successo durante la notte. Non ha detto niente, mi ha aiutato a sedermi e mi ha versato del caffè, poi si è alzata, ha preso un paio di forbici dal cassetto e si è diretta in giardino. L’ho seguita con gli occhi senza dire una parola, ho cercato di mettere in fila i pensieri per capire cosa stesse
succedendo. Stava andando da Rosie! Mi sono alzata di corsa e l’ho raggiunta, l’ho presa per un braccio e mi sono messa tra loro due.
“Spostati, non fare la stupida.”
“No, tu non fare la stupida! Che cazzo vuoi fare? Lasciala stare!”
Stavo strillando.
“Abbassa la voce! Scansati, finiamo questa storia una volte per tutte, ti ho lasciato fare anche troppo!”
“Ma che stai facendo, Marta fermati! Questa rosa è qui da un anno e non è mai appassita! Hai capito cosa ho detto?”
Mi ha messo una mano davanti la bocca per non farmi strillare.
“Non è mai appassita? Ma che dici?”
Ha spalancato gli occhi e ha iniziato a scandire le parole, come se parlasse a una ragazzina indisciplinata.
“Questa rosa è finta. Finta! Tu lo sai, vero?”
Di nuovo, ho pianto. Certo che lo sapevo. Questo rendeva i miei sentimenti verso di lei meno veri? Rendeva i nostri giorni insieme, il giorno in cui scherzosamente l’hai piantata, meno reale? No. E allora cosa importava? A chi importava? In un attimo, Marta mi ha strattonata da una parte e si è diretta verso Rosie, io l’ho presa per il braccio, l’ho girata e le ho dato uno schiaffo in faccia. Mi ha guardata, di nuovo con gli occhi spalancati. Ho visto una lacrima scenderle piano sulla guancia, si era arresa.
“Vaffanculo.”
Non l’ho vista per mesi.

Il senso del tempo mi è sfuggito. Non so come sia successo, ho perso il conto dei giorni che non ho vissuto. Ti penso ancora, ti penso sempre, e più ti penso, più il vuoto che sento al centro del petto si allarga cercando di inghiottirmi. Cerco di resistere, ma non so per quanto ancora avrò le forze di restare sull’orlo del baratro e non cadere.
Oggi sono uscita, per la prima volta da mesi. Nulla di avventuroso, non ti preoccupare, sono solo andata a fare la spesa. Mentre uscivo non mi sono fermata davanti a Rosie, le ho solo dato uno sguardo. Sto cercando di non interessarmene e di lasciarla stare lì, resistendo all’impulso di tornare indietro e accarezzarla. Ho camminato piano lungo la strada, evitando lo sguardo degli altri, coprendo gli occhi quando la luce sembrava troppo forte. Non lo riconosco più questo posto, siamo diventati estranei. Per fortuna ho trovato una panchina, sai quella davanti all’entrata del parco? Mi sono seduta per riposare qualche minuto e l’ho vista, dall’altre parte della strada. Una grande vetrina piena di rose rosse identiche a Rosie. Non so nemmeno io come, mi sono ritrovata all’interno del negozio con il cuore che batteva come un martello. C’era una ragazza, con le trecce rosse e gli occhi dolci. Io non ho detto una parola, ho solo indicato tutte quelle rose.
“Sono molto belle, vero? Sono artificiali, si usano anche nei film”.
Mi ha sorriso.
Ho continuato a guardarle senza aprire bocca. Rosie viene da lì, da una vetrina piena di rose tutte identiche a lei. Così uguali che non saprei riconoscerla.Se adesso tu mi chiedessi come mi ha fatto sentire questo pensiero, non saprei risponderti; non triste, non felice… Amareggiata, questo sì.
“Posso aiutarla in qualche modo?”
La ragazza con le trecce rosse e gli occhi dolci mi ha sorriso di nuovo.
“No, grazie, ero solo curiosa.”
“Vuole una di queste rose?”
“No, no, grazie mille ma no.”
Avrei voluto dirle che ce l’ho già, la mia maledizione.
Stavo per uscire, ma mi sono fermata a guardare la ragazza dalle trecce rosse e dagli occhi dolci che sistemava dei piccoli fiorellini bianchi in un vaso.
“Sono bellissimi.”
“Questi? Sì, sono i miei preferiti.”
“Sembrano molto delicati.”
“È vero, basta un soffio di vento per portarli via, ma a loro non importa. Ogni anno fioriscono molto prima degli altri fiori. Rinascono sempre.”
“Come si chiamano?”
“Anemoni.”
Anèmos. Vento. I fiori del vento.
“Tenga”.
Me ne ha regalato un mazzetto.

Ciao. Ti chiedo scusa, non ti ho più scritto. Ti starai chiedendo come mai. La verità è che non so nemmeno il perché. Forse questa volta ero io ad aver bisogno di silenzio. Volevo dirti che sto bene, che ho chiesto scusa a Marta, che esco spesso, che ho ripreso a canticchiare. Che mi sto perdonando. Che il tempo scorre di nuovo, che oggi è il quindici marzo. Volevo dirti che questa mattina, questa bellissima mattina di sole, ho aperto la porta di casa e mi sono fermata a guardare l’esterno, per qualche minuto. Ho fatto entrare l’aria fresca nei polmoni e sono andata da Rosie, per osservarla un po’. Volevo dirti che l’ho guardata, che ho guardato i suoi meravigliosi, immutabili petali e
ho afferrato il gambo, poi ho tirato.
Volevo dirti che l’ho strappata.
Volevo dirti che il giardino è pieno di fiori del vento.
Che sono libera.

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