Copia non autorizzata

di

Data

Oggi il mio personaggio non riesce a uscire. L’ho chiamato cento volte, ma niente. Si rifiuta di presentarsi, come un attore che non vuole andare in scena. “Non ho ancora un nome,” mi dice. “E senza nome non si esce”…

1.

Oggi il mio personaggio non riesce a uscire.
L’ho chiamato cento volte, ma niente. Si rifiuta di presentarsi, come un attore che non vuole andare in scena.
“Non ho ancora un nome,” mi dice. “E senza nome non si esce.”

Gli spiego che posso trovarne uno qualsiasi: Marco, Elena, persino qualcosa di più originale, tipo Zeno o Dafne. Ma lui scuote la testa. “Troppo neutri. Io voglio un nome che mi contenga.”

Contenga. È una parola che mi infastidisce. Dovrei essere io a contenerlo, non il contrario.

Provo a immaginargli un passato: il mare, la montagna, un piccolo appartamento pieno di silenzi. “Basta ambientazioni,” protesta. “Voglio un gesto, non una geografia.”
Gli chiedo chi sia, allora.
Silenzio.
“Ecco,” gli dico, “è questo il problema. Non mi dai materiale.”

La tastiera si ferma sotto le dita. Le lettere lucide leggermente sbiadite.

Non so più se sto scrivendo o trascrivendo.
Sospira come un attore stanco del copione. “Ti rendi conto che non mi fai mai agire? Mi descrivi, mi analizzi, ma non mi lasci vivere.”

Mi viene da ridere. “Ma sei nella mia testa.”
“Appunto. E qui dentro si sta stretti.”

Un brividino mi percorre la schiena da parte a parte. Non dirà sul serio?

Alla fine, decido di scrivere comunque. Lui tace, offeso.
Poi, all’improvviso, la tastiera si muove da sola: Si svegliò sul divano, nella penombra del tardo pomeriggio…
Le stesse parole che avevo usato io, ma adesso hanno un ritmo diverso. Forse sta scrivendo da solo.

Allora lo lascio fare. Se vuole uscire, che esca pure.

 

2.

Non ho più scritto nulla per due giorni. Pensavo che anche lui si fosse stancato di aspettare.
Poi stamattina ho sentito bussare. Tre colpi secchi, decisi.

Ho aperto la porta e c’era un uomo in corridoio. Sembrava… come dire… abbozzato: i tratti sfocati, i vestiti come disegnati in fretta.
“Scusi,” ha detto, “sono io.”
“Lei chi?”
“Il personaggio. Quello che non riusciva a uscire.”

Sono rimasta immobile, con la tazza di caffè a mezz’aria.

“Ah. Complimenti per la perseveranza.”

Lui ha scrollato le spalle facendosi strada nel corridoio pieno di scatole e pensieri. “Non è stato facile, aveva lasciato troppi punti sospensivi. E poi ha scritto che mi serviva un nome. Non potevo restare lì dentro all’infinito. Mi sono preso la libertà.”
“E quale sarebbe?”
“Mi chiamo Tommaso. Spero le piaccia.”

Entra in casa senza farsi pregare, osserva la stanza, scosta la sedia in vimini, si siede al mio posto.
“Ha del caffè?”
Gli ho versato una tazza, più per istinto che per gentilezza.
“Mi scusi,” ho detto, “ma non funziona così. I personaggi non escono dalle storie.”
Lui ha sorriso. “Nemmeno gli scrittori, a volte.”

Si è seduto davanti al computer.

“Non è come me l’aspettavo,” dice.
“Cosa?”
“Il mondo. È meno dettagliato.”

Io lo fisso. “Può per favore tornare da dove è venuto?”
“Ci ho provato,” sospira. “Ma non c’è più la trama.”
Accende il mio computer. Sullo schermo appare un documento nuovo: Capitolo 3 – L’autrice cerca di gestire la situazione.
Lo guardo scrivere.
“Non può farlo,” dico.
“Lei mi ha dato voce,” risponde, “e io ho preso il tono.”

Alla fine lascio correre.
È bravo, maledizione. Forse lo terrò.

 

3.

Stamattina ho scoperto di essere nata il 17 giugno. Ieri era l’11 gennaio.

“Più estivo,” ha detto Tommaso, mentre beveva il mio cappuccino.

Ho strizzato gli occhi, mi sono accorta che anche la tazza era diversa: non più quella con la scritta Keep calm and edit, ma una con sopra la scritta First draft.

“Dove l’hai presa?”

“Era già qui.”

“Non era già qui.”

“ Lo dice lei.”

Da allora cerco di non contraddirlo troppo. Ogni volta che lo faccio, qualcosa intorno a me cambia leggermente. Niente di esagerato: una foto spostata, un libro che non trovo più, il biglietto di un film in programmazione che non ricordo di aver visto.

Forse sto solo perdendo la concentrazione.

Tommaso invece sembra essere sempre più a suo agio. Ha preso l’abitudine di sedersi al mio posto, accendere il computer e correggere frasi che avevo già finito.

Ieri ho trovato sul desktop un file chiamato Capitolo 4 – Le correzioni dell’autrice. Dentro c’era una sola frase: “Si accorse troppo tardi di essere stata editata”.

 

Da qualche giorno Tommaso e io scriviamo insieme.

Non per scelta, ma per esaurimento.

“Facciamo turni,” ha proposto.
“Mattina io, pomeriggio tu.”
Ho accettato. Soprattutto per curiosità di vedere che cosa avrebbe combinato.

Ora trovo note nei miei testi.
Commenti puntuali, con tono da correttore esperto:

Paragrafo debole.
Troppi avverbi.
L’autrice sembra insicura in questa scena.

Alla terza nota gli ho risposto direttamente nel file:

Il personaggio risulta invadente.
Soffre di protagonismo cronico.
Forse va tagliato.

Da lì è cominciata la guerra fredda delle revisioni.
Io cambio i suoi dialoghi, lui rimuove le mie parentesi.
Io aggiungo un dettaglio psicologico, lui cancella le emozioni superflue.
In fondo, siamo una buona squadra: io do profondità, lui taglia i giri di parole.

Ieri ha riscritto il titolo del capitolo.
Non più Revisione congiunta, ma Collaborazione forzata.
Non l’ho ancora corretto.

Le immagini utilizzate in questo sito www.omero.it sono in parte proprietà dell’autore citato, o create appositamente dalla redazione, o reperite su apposite banche immagini online royalty-free. Nei casi in cui non è citata la fonte e/o l’autore, si tratta di immagini largamente diffuse su internet e ritenute di pubblico dominio. Su tali immagini il sito non detiene, quindi, alcun diritto d’autore. Se detenete il copyright di un’immagine presente su questo sito potete inviare una e-mail all’indirizzo scuola@omero.it che provvederà alla rimozione dell’immagine utilizzata. Grazie per la collaborazione!

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'