Sai, sono venuti Luciani, Barbini, e gli altri. Erano in tanti, mi davano la mano e mi dicevano i cognomi, ma ora non li ricordo tutti, anche se li dicevano in un modo che non voleva essere dimenticato. Uno aveva il bastone, si capiva che avevano degli acciacchi perché camminavano con un po’ di sforzo, ma tutti con un’espressione così risoluta, non so come spiegartelo, quella di chi voleva esserci e per nulla al mondo sarebbe mancato.
Se potessi farti arrivare questa lettera, questa cosa te la racconterei proprio. E penso che ti piacerebbe parecchio. Prenderesti a dire i nomi, a passarli in rassegna uno ad uno con quell’espressione di gratitudine e commozione che avevi ogni volta che parlavi del lavoro all’Enel e degli operai del tuo reparto.
Sai, è stata una cosa di una bellezza da togliere il fiato, una cosa che ha soverchiato la tristezza: mi si sono fatti tutti intorno e hanno cominciato a raccontarmi di te, anzi di loro con te, della vita condivisa, trentacinque anni insieme tutti i giorni tutto il giorno.
E io ho cominciato a sorridere, sai papà, sì, lì, sul sagrato della chiesa, ero appena uscita dal tuo funerale e davanti a quei volti che volevano solo dire di te, di loro con te, che volevano che io sapessi chi eri con loro, anche quando e dove io non c’ero, io ho sorriso tanto, ho sorriso a lungo.
“Siete i suoi colleghi?”.
“No. Siamo i suoi operai”.
Sui gradini Luciani mi ha raccontato di quando lui, giovanissimo appena assunto, aveva intenzione di proseguire gli studi e si era iscritto a Ingegneria ma la direzione si opponeva e fosti tu a sostenere le sue ragioni spiegando che ce la poteva fare, che non c’erano problemi a portare avanti entrambi gli impegni se ce n’era la volontà.
Uno scalino più su Candiotti mi ha detto di quando gli proponesti di andare in Albania qualche settimana. “In Albania…”. Era contrariato, gli spiegasti perché la scelta era ricaduta su di lui, era un lavoro che richiedeva grande perizia tecnica in una centrale, il modo e i toni che usasti riconoscevano profondamente il suo valore professionale e umano.
“L’officina è stata una grande storia d’amore”. Queste precise parole ha usato Scatolini in mezzo al racconto del suo primo giorno di lavoro, quando gli fu indicato di presentarsi a te.
E ancora e ancora, papà, sai non smettevano più e sarei rimasta giorni e giorni ad ascoltarli. Che strano, dovevo staccarmi da loro per accompagnare le tue spoglie mortali e intanto sentivo che eri lì in quei racconti traboccanti di vita, la tua.
La macchina funebre con te e con il grande mazzo di rose rosse che mamma ha voluto stava partendo, poi è partita, e io ancora su quei gradini, a lasciarmi attraversare da tutta quella vita che i tuoi Luciani, Barbini e gli altri erano così determinati a dirmi. Minuti preziosi che volevo bere tutti, il più possibile, assetata, da cui mi lasciavo inondare, sole su una riva dopo un naufragio. Tu eri su quella riva, nel caldo di quel sole. Perché andarsene, che cercare altrove?
Lì ho saputo che ti chiamavano “il tenente”. “Il tenente ci ha lasciato” ha detto loro al telefono tuo fratello, lo zio Fausto, chiamandoli uno per uno. Tutti sapevano del tuo percorso durante il servizio di leva, e poi, un po’ per celia un po’ per stima, sintetizzavano così il tuo essere tuttodunpezzo, uomo del Novecento, operoso, ligio ai propri compiti.
“Ci è dispiaciuto tanto che non sia venuto a pranzo”. Qualche mese fa era arrivato l’invito, ti hanno subito brillato gli occhi, non negarlo perché lo ricordo bene papà: so quanto lo desiderassi, ma poi eri stato irremovibile mettendo avanti complicazioni logistiche chissà se del tutto tue. Non ti sentivi più lo stesso dicevi, e a che servivano le mie parole, troppo facili da dire, che ogni giorno non siamo mai gli stessi di ieri, che accade a tutti e a tutto sempre, che se ognuno smettesse di fare e di incontrare…
Come quando a settembre ti ho proposto il mare: quanto ti avrei voluto portare per vederti ancora emozionarti come un bambino, i bei piedi nudi sulla sabbia anche con i passi incerti. Quanti passi insieme sulla spiaggia nel tempo delle certezze, delle biglie di vetro e dei salvagente da gonfiare. Penso che da te derivi la mia continua nostalgia di mare.
Se potessi farti arrivare questa lettera ti racconterei con tutti i dettagli le cose successe in questi giorni. Ci sono cose che solo in certi giorni possono affiorare, tasselli che in un preciso momento decidono di saltar fuori dall’intarsio delle nostre storie.
Gianluca ha scritto in un messaggio “le sue parole mi hanno salvato tante volte”. Te lo ricordi, uno dei tanti adolescenti della piazzetta che ogni pomeriggio riempivano il giardino di casa e si alternavano al tavolo da ping-pong che tu hai costruito, due assi di legno dalle dimensioni assolutamente regolamentari e pitturate con cura, sormontato dal grande neon testimone di tanti tornei nelle sere d’estate. In una di quelle sere, eravamo appena andati a dormire dopo una storica sfida, passò il terremoto, uno dei più forti che avevo mai sentito, almeno fino a quel momento.
Stefano mi ha raccontato del pomeriggio di maggio quando sono nata. Lo hai preso con te, lui piccolo di quattro anni, e vi siete messi in macchina per raggiungere la mamma e me nuova di zecca. Che tenerezza mi avvolge a immaginarti al volante cantare forte “C’era una volta un piccolo naviglio” sia per accompagnare la trepidazione del fratellino sia per dare forma alla tua felicità di giovane uomo orgoglioso del suo progetto di vita. E che stupore mi coglie se penso di non averti mai sentito cantare.
Luce che scompagina la trama e l’ordito del conosciuto, entra vigorosa e mi ricorda che ogni storia sono mille storie e che ognuno è costruito anche dai ricordi che non sa.
Il dolore – tanto, sai papà… – non mi ha tolto lucidità, questa constatazione mi sorprende e mi fa tornare in mente le parole di un sogno: lo scacco del momento presente contrae il mondo e ce lo fa vedere con maggiore intensità.
Ricerco i ricordi delle lotte sul letto la domenica mattina, la tua vicinanza nella mia adolescenza, quel tuo esserci sempre e quell’arrivare comunque anche se ti avvertivo all’ultimo momento. Da piccola la sera correvo su per le scale e mi pigliavi, mi portavi all’altezza di te facendomi sporgere la testa solo un po’ dal parapetto ma tenendomi così saldamente che il brivido che provavo a guardare giù era la gioia di sentire quella presa. Il nascondermi sotto le coperte nel lettone per non essere vista, cosa impossibile, al tuo arrivo. Quante volte ti ho chiamato di notte, mi chiedo come facevi a non spazientirti. Le tasse dell’università ancora una volta pagate, non una volta hai inveito per i miei esami fuori corso. E ricordi quell’8 gennaio a Roma io e te, tra dentista e Musei Vaticani? Mai la capitale è stata tanto fredda, scintillava bella però sotto il sole invernale e abbiamo comprato le caldarroste.
Li ricerco un po’ a forza i ricordi, non perché non ne abbia memoria chiara ma perché mi costituiscono, sangue muscoli peli ossa impulsi sinapsi, e sistemarli nel faldone di cose andate mi sembra strano come strapparli fuori da me. Siamo di dove siamo, e io sono irrimediabilmente di te.
Caro papà, mi sporgo a guardare le scene di questo naufragio che ti ha incontrato e del quale non ho saputo dirti, vacillo e sento nello stomaco la morsa di una paura improvvisa. Ma percepisco la tua presa forte, il tuo segno. Mi porti, me piccolina, ancora alla tua altezza.
Quando ho finito di scendere i gradini della chiesa per andare a riprendere l’auto e raggiungere il corteo già lontano, mi sono girata di poco per continuare a guardarli, i tuoi operai: erano ancora lì, in piedi, sparsi sul piazzale. E piano piano si riunivano tutti.






