Otto secondi. Suona la campana.
Le urla della folla si fanno di colpo assordanti, strappandomi via dai miei pensieri. È segno che toccherà presto a me. Lascio sfuggire un lungo e sommesso sospiro per scaricare la tensione. È la prima volta che torno in pista dalla mia uscita dall’ospedale, dove sono rimasto per quasi due mesi interi, senza contare i sei mesi di riabilitazione. Posso ancora sentire le grida di mia moglie quando le ho detto che avrei partecipato alla competizione di quest’inverno. Mi ha dato del pazzo, dell’idiota, dello stronzo e dell’egoista che non pensa alla sua famiglia e a quello che ha passato in questi ultimi mesi. Non capisce che questo non è soltanto un passatempo, non ho scelto io di salire su quei tori che tentano disperatamente di disarcionarmi per poi incornarmi. È ciò che sono, è ciò per cui vivo.
Risuona la campana, stridula e perforante. Ora tocca a me.
Scavalco l’impalcatura che tiene fermo il toro, il legno stride sotto al mio peso. La cacofonia del rodeo attorno a me diventa sempre più distante, eclissata dalla rimbombante pulsazione del mio battito e dalle silenziose urla di terrore emesse da ogni fibra del mio corpo. Chiudo gli occhi, cercando di ritrovare la calma.
“Non importa quanto sia doloroso, se cadi ti rialzi, subito!”
La voce rauca di mio padre riecheggia nella mia mente. Ricordare i suoi insegnamenti prima di una gara aiuta sempre a calmarmi. È il mio modo di sentirlo ancora vicino, in quei momenti di tensione.
Otto secondi, non uno di meno.
Salto sul garrese del toro, che muggisce con rabbia, un avvertimento dello scontro che sta per accadere. Afferro la corda dei finimenti, attorcigliandola alla mano destra fino a quando non percepisco il gemito delle fibre che si tendono allo stremo. Nell’interminabile attesa che precede la gara, il tempo sembra fermarsi e i muscoli di montatura e cavaliere si contraggono quasi all’unisono, sull’attenti, due veterani consapevoli che quest’armistizio verrà infranto non appena si apriranno le porte.
Risuona la campana, più stridula e perforante che mai, la porta del recinto si spalanca facendo tuonare il colpo secco del legno che sbatte contro il legno, come uno sparo assordante che apre le ostilità.
Un secondo. Il toro balza in avanti, emettendo un urlo quasi demoniaco. Gli zoccoli battono ferocemente la polvere umida della pista, le mie ginocchia si stringono sui suoi fianchi. Sento i muscoli tendersi all’improvviso, mentre i calci dell’animale provocano scariche di dolore lungo la mia colonna vertebrale.
“Tieniti dritto, non accovacciarti sul suo collo, non stare al suo gioco!” mi urla il ricordo di mio padre.
Combatto contro l’istinto di aggrapparmi con entrambe le mani alla criniera del toro, afferro il cappello per tenere la mano sinistra occupata e lancio un urlo di sfida alla bestia.
Due secondi. Inizia a volteggiare su sé stesso.
“Non combatterlo, segui il suo ritmo!”
Uso la forza centrifuga del suo movimento per mantenere il mio centro di gravità sulla sua schiena. Il vento mi soffia nelle orecchie, la battaglia sembra, per un attimo, essersi trasformata in un ballo sfrenato, con ritmi irregolari.
Tre secondi. Si ferma bruscamente, facendomi quasi cadere. Riesco a salvarmi in extremis stringendogli le gambe ai fianchi.
“Non lasciarti ingannare dall’animale, tenterà di fregarti!” Hai ragione papà, mi sono lasciato cullare dal ritmo e sono quasi caduto nella trappola.
Approfitto di un suo calcio per riassestarmi.
Quattro secondi. Si mette a correre, descrivendo cerchi nella sabbia della pista.
“Smettila di fare il sacco di patate sulla sua schiena, devi usare la testa! È il tuo unico vantaggio sulla bestia: il tuo cervello! Usalo, cerca di prevedere le sue mosse!”
Più facile a dirsi che a farsi, cercare di prevedere i movimenti di una belva incazzata e terrorizzata. Lo zoccolo dell’animale sbatte contro la parete della pista, e capisco immediatamente cosa farà dopo. Faccio appena in tempo a spostare in avanti la gamba che il toro inizia a sfregarsi contro la ringhiera. Sento il lamento del legno che si piega sotto la mezza tonnellata del toro e quest’ultimo urlare dal dolore per le schegge che gli s’infilzano nella pelle.
Cinque secondi. Si scaglia verso il centro della pista, a testa in giù. So bene cos’ha in mente di fare: buttarsi a terra ed intrappolarmi sotto al suo peso, com’è successo l’ultima volta.
“Portalo dove vuoi tu! Fagli capire che non è lui a decidere, sei tu il suo capo!”
Do un colpo di sperone sul suo fianco destro, provocando quasi immediatamente un calcio da quel lato. Un altro colpo, questa volta dal lato sinistro; la bestia urla di dolore e frustrazione.
Sei secondi. Come previsto, il toro s’impenna, ed io mi butto in avanti, toccando quasi la sua criniera con la punta del naso. Lancio in aria il mio cappello, tendendo la mano serrata in un movimento di vittoria. La folla esulta, i pugni battono estatici sull’impalcatura.
“Perché ti sei spaventato? Avresti dovuto approfittarne. Se s’impenna, ti ritrovi in una buona situazione. La bestia perde tempo, e quando si trova sulle zampe posteriori, non ha abbastanza forza o equilibrio per fare movimenti bruschi. L’unico pericolo sta nella remota ipotesi che…”
Sette secondi. Percepisco un suono secco, istantaneo, di qualcosa che si rompe. Non capisco di cosa si tratta, almeno non prima di sentire l’urlo straziante del toro. Si è rotto una zampa posteriore, sulle quali si stava reggendo.
“E ricordati ragazzo, qualsiasi cosa accada, evita di ritrovarti tra l’animale e il suolo.”
Il frastuono attorno a noi si ammutolisce. La folla tace, trattenendo il fiato. Lentamente, mi sento cadere all’indietro, spinto dall’immensa schiena della bestia agonizzante.
Otto secondi. Il silenzio viene scalfito dall’urlo stridulo e perforante della campana. Lascio la corda e spingo con entrambe le gambe contro la schiena dell’animale. Cado di spalle sul fango della pista. Sento un altro crac, secco, questa volta sono io. Non perdo tempo con il dolore lancinante della spalla slogata e uso la spinta della caduta per rotolare di lato.
Un tonfo sordo risuona a pochi centimetri dal mio viso. Sono riuscito a schivare di poco la pesante schiena del toro.
Mi rialzo, titubante. Lancio un urlo di vittoria, alzando il pugno verso il cielo.
La folla risponde al mio grido.
Otto secondi, non uno di meno.






