Le linee della memoria

di

Data

È un mondo pieno di linee il nostro. Tubi, fili, cavi se li mettessimo uno dietro l’altro potrebbero fare il giro del pianeta più e più volte.

È un mondo pieno di linee il nostro. Tubi, fili, cavi se li mettessimo uno dietro
l’altro potrebbero fare il giro del pianeta più e più volte. I cavi delle linee
telefoniche ormai fanno parte di tanti paesaggi. Sono diventate il riposo di
molte specie di uccelli, stanno lì appoggiati con le loro zampette sopra
centinai di miglia di volt e non restano folgorati, perché a loro basta solo un
filo. Linee su linee, sulle quali si spostano i segnali, le nostre parole, le
emozioni. Quanti sono i numeri di telefono degli uomini non si sa, ma quasi
tutti possono comunicare tra di loro. Se dovessimo tracciare tutte le possibili
connessioni il mondo sarebbe pieno di fili e noi resteremmo intrappolati.
Anche i morti hanno un numero di telefono ma chi chiama i morti? Io chiamo
i morti. Chi è che diceva se mi chiedono perché, io dico perché no. Chi se lo
ricorda chi lo diceva, bella trovata. Proviamo. Allora com’era? prima ci va il
prefisso francese, che è +33. Il + già è un problema. A giusto devo
schiacciare questo tasto e quest’altro. +33 ecco fatto. Poi com’era già?
Vediamo se me lo ricordo, anche se da qualche parte me lo sono appuntato,
esco dalle chiamate. Era nei messaggi di bozza, giusto. 620 335, facile. Lo
terrò a mente non è difficile da ricordare, quindi +33 6 2 0 e… dannata
mente! Devo uscire di nuovo, il 5 è l’ultimo ma gli altri due numeri…
Fammelo ritrovare, eccolo. Non ci credo, gli anni di cristo. Come ho potuto
dimenticarmi degli anni di Gesù Cristo? Ma adesso non mi freghi più vecchia
mente malandata. +33, 6,2,0 gli anni di Cristo e un bel 5. E adesso si balla.
Squilla. Ci starebbe bene una di quelle segreterie telefoniche di inizio 900,
una dolce voce francese, che arriccia la r, magari di una donna, giovane e
sicuramente bella. Sarebbe perfetto.
– Allò.
Un uomo, dovevo aspettarmelo.
– Allò, il y a quelqu’un?
E adesso che faccio, non mi sembra corretto riattaccare, questo è morto da
più di 100 anni e io l’ho disturbato mentre chissà cosa stava facendo.
– Pronto, Signor Proust?
– Oui, qui parle?
– Sul serio sto parlando con il signor Proust?
– Bon Voilà je suis Marcel Proust, donc?
– Mi scusi sa il mio francese è orribile e… io non riesco a credere che sto
parlando con lei.
– Mi permetta di dirle caro signore, che questa conversazione è iniziata già
da un pezzetto. E lei sa con chi sta parlando, e ora sa anche che l’italiano
mio non è al livello del francese. Ma io ancor non ho avuto l’onore di
conoscere con chi sto parlando.
– Io, io signor Proust… o mi deve scusare sa sono un maleducato. Mi
presento io sono Enzo Sivoli ed è un grande piacere, anzi un onore poter
parlare con lei.
– Enzo… avevo un amico italiano che si chiamava Enzo, viveva a Roma ed
era un professore di storia, è grazie a lui se conosco un poco la vostra
lingua. Enzo c’est toi?
– O mi ha chiesto se sono io quel suo amico Enzo? No signor Proust mi
spiace io non sono Enzo, cioè volevo dire sì sono Enzo ma non il suo
amico Enzo, un altro. Non sono professore io faccio il fabbro, sa il tornio
… modestamente mi chiamano il mago del tornio ma ad ogni modo non
sono suo amico. Si intende mi piacerebbe molto o meglio mi sarebbe
piaciuto ma sa, noi non ci siamo conosciuti, insomma non avremmo mai
potuto conoscerci. Mi imbarazza un po’ dirglielo signor Proust ma sa io, io
sono vivo.
– Comprendo.
Ma che dico mi sono bevuto il cervello! Questo è morto e io gli dico che
sono vivo.
– Signor Enzo lei ha composto un numero preciso sul suo telefono, e quel
numero l’ha portata a faire la mia conoscenza ma è lei che ha chiamato
me. Vuole chiedermi qualcosa?
– Oh si certo scusi sa non volevo disturbarla. Eccome se volevo chiederle
non una ma tante cose, e immagino che questo le capiti di continuo ma
non voglio portarle via troppo tempo.
– Bien allora mi dica Enzo.
– Senta signor Proust sarò sincero la prima curiosità, ecco… non so bene
come chiederglielo, non c’è un modo elegante per chiedere certe cose. O
meglio sono sicuro che lei riuscirebbe a trovare un modo gentile ed
elegante anche per domande di questo genere ma io no. Ebbene signor
Proust, lei è morto giusto?
Ma che fa ride? Io gli chiedo se è sotto terra e questo se la ride, che tizio
strano questo Proust.
– Lo sa Enzo lei è simpatique, e ha ragione. Non ci sono modi eleganti per
chiedere certe cose. In alcuni casi è meglio essere diretti, quindi lei in che
anno si trova?
– Mi sta chiedendo che anno è adesso, qui sulla Terra?
– Exactement Enzo.
– Siamo nel 2025.
– Sembra un bell’anno, allora posso dire che sono morto da 103 anni. Sono
stato più morto rispetto a che vivo. Come disse il grande Seneca siamo
stati morti per migliaia di anni e continueremo ad esserlo, la vita è una
piccolissima opportunità, lei è molto fortunato signor Enzo.
– Ecco a proposito volevo chiederle un’altra cosa.
E ora come gli e lo chiedo, però l’ha detto anche lui, certe cose bisogna
chiederle e basta.
– Lei signor Proust si annoia?
– Annoia? Qu’est-ce que c’est? l’ennui?
– La noia, signor Proust, come posso spiegarle, ha presente quando si è da
soli a casa e non si aspetta nessuno, e non si ha niente da fare. Nessun
mobile da riparare, porta da oliare e sai che non succederà nulla a meno
che tu non faccia accadere qualcosa ma non sai cosa. E magari ti si è
pure rotta la televisione.
– Penso di aver capito la sua domanda Enzo ma prima di risponderle ho una
questione da porle. Che cos’è Telesione?
– O mi scusi sa, quasi dimenticavo, lei ovviamente non può saperlo.
– Ha presente i film?
– Les films? O mais oui j’adore le cinema!
– Ecco la televisione è un cinema ma in casa, in tutte le case ormai.
– Mi sta discendo che tutte le case nel suo tempo hanno un cinema.
È uno curioso questo Proust, forse gli scrittori sono tutti così.
– Diciamo di sì, ma molto più piccolo di un cinema vero, e senza tutte le
altre persone sedute in sala ovviamente.
– Ma sembra marveglioso!
– In realtà meno di quanto le può sembrare.
– Enzo se ho ben capito la sua domanda, lei vuole chiedermi se mi ennuio
ora, maintenaint que je suis mort? Corretto?
– Non penso di aver capito tutta la parte francese ma sì, signor Proust, lei si
annoia?
– No caro Enzo, non ho mai provato quel sentimento. Anche quando ero
vive le ore di una jornata mi sono sempre sembrate poche. Non molti
sanno questa cosa, io ho creato il mio jorno. Avevo un orologio con al
posto di sessanta novanta minuti. Poi ne avevo anche uno normale
certamente, per gli appuntamenti, ma quando mi chiedevo soltanto che
ora era allora guardavo il mio orologio, con il mio tempo.
– La trovo una cosa molto strana ma geniale, penso che se io lo facessi mi
perderei nel tempo.
– Ahaha Enzo le ho già detto che è molto simpatique? Io più volte mi sono
perso nel tempo, tutte le volte che scrivevo, e quindi posso dire di aver
vagato per la maggior parte della mia vita. Lei ha letto le mie opere Enzo?
Sapevo che il momento prima o poi sarebbe arrivato, e visto che ci parliamo
con sincerità mi sembra giusto non girarci troppo intorno.
– No signor Proust, non le ho lette ma prima di fare questa chiamata ho
parlato con un amico. Uno che ha studiato. E mi ha detto che lei ha scritto
un’opera molto importante. La Ricerca se non sbaglio. Mi ha raccontato
della Madeleine, spero di averlo detto bene, come le ha dato un morso si è
ricordato della sua infanzia. L’ho trovata una cosa bellissima e anche
sincera, penso anche io che nelle cose più semplici siano contenuti i più
grandi ricordi. Prima o poi lo leggerò.
– Oh Enzo è marveglioso! Sarei molto contento se tu leggessi La Recherche,
l’ho scritta per tanti anni e quella ricerca del tempo perduto mi ha fatto
trovare tutta la mia vita. Capisci che non avevo modo di ennuiarmi. Dimmi
Enzo tu mi hai chiamato davvero per chiedermi se qui, nel tempo dei morti
ci si annoia?
– Sì Signor Proust, è così.
– E perché è così preoccupato di annoiarsi quando sarà morto.
– No Signor Proust, questo non mi spaventa, io non potrò annoiarmi quando
passerò a miglior vita. Sa non è per me se le chiedo questo… è per mia
figlia.
– Sua figlia?
– Sì, Signor Proust. Vede lei detesta la noia. L’ultimo anno la malattia l’ha
inchiodata a letto, ormai non riusciva praticamente più ad alzarsi. E ci
diceva in continuazione che si annoiava. Allora le abbiamo comprato una
televisione più grande, sa l’oggetto che le ho spiegato prima, il cinema
personale. Ma niente. Continuava a ripetere a me e a mia moglie che si
annoiava. Allora ho deciso di non andare più a lavoro, restavamo a casa e
non le dico neanche le cose che abbiamo fatto per intrattenerla. Mi
travestivo da donna e questo la faceva ridere, ma poi dovevo di nuovo
inventarmi. Le ho costruito ogni tipo di giocattolo, e anche se non ci
diceva più nulla vedevo lo stesso la noia nei suoi occhi. Forse perché i
bambini, signor Proust, devono semplicemente intrattenersi e giocare da
soli, andare a correre in giro, inventarsi le loro storie e se non possono
farlo, e allora tocca a noi adulti intrattenerli, finisce che li annoiamo.
Quando ho finito la fantasia le ho comprato dei libri, lei adorava le fiabe
così le ho preso questo libro pieno di fate in copertina, non penso che lei
lo conosca, e non ricordo il titolo. Leggeva tanto ma non è riuscita a finirlo.
Adesso è dalle sue parti chissà dove, sa non posso chiamare lei perché
era così piccola che non aveva un numero di telefono. Ho visto questo
video sui social che lei non sa cosa sono ma dubito di saperglielo
spiegare, sto imparando anche io. Ad ogni modo nel video questo anziano
signore parlava dei vecchi numeri di telefono. Si chiedeva se era giusto
conservare questa memoria. Io lo trovo giusto e l’ho chiamata, le dico la
verità non l’ho fatto perché sono un suo ammiratore ma nella speranza di
poter trovare mia figlia, anche solo per un secondo. Ma so che questo è
impossibile. Chissà quanti sarete lì dalle sue parti, molti di più rispetto a
noi qui sulla Terra, e già qua è molto difficile incontrarsi. Però Sara, mia
figlia, è una bambina con i capelli lunghi e mossi, tanto biondi che a volte
sembrano bianchi. Ha le dita delle mani più piccole che si possono mai
vedere, e gli occhi, come descrivere i suoi occhi: sono bellissimi. Non è
molto alta, forse sarà appena un metro adesso, ma di certo da nell’occhio.
Magari un giorno la può incrociare, la prego non me la saluti. Non le dica
niente da parte mia. Come ho detto al mio arrivo, spero il prima possibile,
non avrò modo di annoiarmi perché sarò con lei. E avremo tantissime cose
da raccontarci, lo faremo tra di noi. Quello che le chiedo, signor Proust, ed
è l’ultima richiesta che ho da farle, è che se mai dovesse incontrarla la
intrattenga. Lei che è un grande scrittore le racconti una storia, le legga
una fiaba, le parli delle fate, lei le adora. Insomma quello che le chiedo, è
di assicurarsi che non si annoi, almeno per qualche istante.
Eccone un altro che piange.
– Pronto?
– Mi scusi signor Enzo, io spero che lei abbia capito. Io non sono il signor
Marcel Proust, e non sono morto. Ho 27 anni e oggi è il mio primo giorno,
questo è il mio lavoro, mi chiamo sì Marcel ma Dujarry. Lavoro per la
fondazione Le Linee della Memoria. Abbiamo recuperato la linea telefonica
del vecchio scrittore e quelle di tanti altri celebri defunti. È un luogo per il
dialogo, per lo sfogo, per chiunque non può permettersi il supporto
psicologico. Io amo questo lavoro ma non ero pronto a sentire certe storie,
mi scusi. È ancora lì signor Enzo?
– Provi a digitare il mio nome su un qualsiasi motore di ricerca.
– Oh, signore mi dispiace io non avevo idea…
– Ragazzo lei crede che la gente che chiama le nostre linee lo fa nella
speranza di parlare con qualche noto personaggio deceduto? No signore.
Chiunque chiami le nostre linee lo fa per parlare con se stesso. Oggi avevo
proprio voglia di fare una bella chiacchierata con Marcel proust, e lei è
stato un ottimo Proust per certi aspetti ma poi ha violato una parte
fondamentale del suo contratto. È uscito dal personaggio. Mai uscire dal
personaggio. Viene specificato in più punti del contratto, proprio per
evitare che ciò accada. Ho fondato io l’associazione Le linee della
memoria, un anno dopo che la mia Sara aveva raggiunto il grande scrittore
nel regno dei cieli. Possediamo attualmente 128 linee. Io chiamo
personalmente ogni nuovo dipendente al suo primo giorno. Continui le sue
chiamate e si ricordi: mai uscire dal personaggio.
– Io le chiedo scusa signor Sivoli non avevo idea…
– Ah e un’ultima cosa. Lasci stare la cosa dei due orologi, non mi piace.
– Certo, la cosa degli orologi non la dirò più. Mi dispiace molto per sua
figlia…
Per essere il suo primo giorno di lavoro poteva andargli anche peggio.
E adesso chi manca? Ah, chiamiamo la linea del nuovo Jung, niente male,
almeno posso sfogami un po’. Con Proust non è mai facile parlare di
memoria.

O Linea,
Che vaghi nel mondo
Sia santificato il tuo segno.
Venga il tuo destinatario
Come in cielo così in terra.
Dammi oggi la mia memoria quotidiana
E rimetti in me ogni ricordo
Ma liberami dal suo dolore.
Amen

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