Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il Sole, la Luna e la Verità

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Il Grande Capo si avvicina alla scrivania con il suo sorrisetto, le labbra compresse e tirate, il pugno all’altezza della mia tempia. Io levo lo sguardo dall’articolo che sto scrivendo. Questa è la settimana di un ex terrorista psicopatico che una mattina si è presentato davanti la sede del Partito Unico Democratico e ha scaricato una fucilata sul Nemico Numero Uno del Grande Capo…

Il Grande Capo si avvicina alla scrivania con il suo sorrisetto, le labbra compresse e tirate, il pugno all’altezza della mia tempia. Io levo lo sguardo dall’articolo che sto scrivendo. Questa è la settimana di un ex terrorista psicopatico che una mattina si è presentato davanti la sede del Partito Unico Democratico e ha scaricato una fucilata sul Nemico Numero Uno del Grande Capo, facendo esplodere una secchiata di budella puzzolenti attraverso la spina dorsale. Un anno dopo essere uscito dal carcere il Governo gli ha concesso un beneficio economico. Il riconoscimento ha provocato qualche malumore, deteriorando di un punto percentuale il gradimento del Grande Capo fra gli elettori.
Io uso sempre la formula della legalità. Il beneficio è stato riconosciuto in ottemperanza alle norme vigenti. Tuttavia è stata accertata una violazione della legge sulla privacy. Una fucilata petulante alla dignità di chi è già stato messo in croce.
La settimana scorsa è stato il caso più tipico. La settimana scorsa il problema erano le accuse contro il Grande Capo per corruzione e favoreggiamento. Tangenti. Concessioni. Pagamenti occulti di spazi pubblicitari. Il Partito non paga gli affitti. Il debito nei confronti dell’istituto case popolari è mostruoso.
Il Grande Capo ha chiamato la cittadella giudiziaria. Qualcosa di abbastanza forte da bloccare ogni tentativo di indagine. Poi è partita una smentita ufficiale. Mai favori alle aziende che lo finanziano. Mai un debito non onorato. Tutto è finito con una raffica di denunce per diffamazione.
La formula difensore degli oppressi per vittima di complotti questa volta ha dato un risultato nei sondaggi superiore a quello di una costosa campagna elettorale.
Il Grande Capo si presenta alla mia scrivania con un foglio di carta e mi chiede se sto cercando qualcosa. Questo foglio lo ha trovato nella stampante, dice, e comincia a leggere: «La prima regola del Partito Unico Democratico è che tu non tocchi il Grande Capo e nessuno tocca te». I suoi occhi corrono da una parte all’altra del foglio di carta e lui ridacchia. «La seconda regola del Partito è nessuna pietà per chi tradisce il Grande Capo o per chi ha un comportamento pessimo nei suoi confronti». Sento le parole che escono dall’ufficio del Grande Capo quando ricorda le dieci regole del Partito. Il Grande Capo con il ritratto di famiglia sulla scrivania. Mi guarda e dice: «Spero non sia opera tua».
Non so come sia l’anima di un bandito, ma l’anima dell’uomo onesto, dell’uomo buono è un inferno. Vai in televisione, penso, guardando il Grande Capo, e cosa dici? Con il tono gentile e paziente di un dottore, di un insegnante, addirittura di un prete, spieghi le tue idee davanti a una telecamera. Sorridi. «Risolverò i problemi», dici. Animato dal desiderio di spiegare e persuadere, più che punire, ci salverai, ci renderai perfetti. Vivremo in un mondo dove non ci saranno tenebre. Poi stringi la mano a uno con la faccia da fame dei cani di strada, la pelle piena di croste, tutta bucherellata e raggrinzita. Guardi le nocche butterate, poi metti dieci euro nella latta piena di monete. Sorridi. Così pensi che vada bene. Così tu pensi che vada tutto bene.
Io non mi sento a mio agio. La mia anima è un inferno. Il buco nella pancia del suo nemico numero uno, la macchia di sangue che si allarga sulla strada, la cicatrice gonfia e rossa del bacio del Grande Capo sulla faccia del killer quando quello si è detto pentito.
Il Grande Capo mi agita il foglio sotto il naso. «Allora?», mi chiede. «È qualche scherzetto a cui hai pensato durante l’orario di lavoro?» Io sono pagato per dedicargli la mia piena dedizione.
Vai a fare un giro là fuori, penso, sai cosa troverai? Troverai auto blindate, pietre, schegge di vetro, fango, tigri. Semafori, e chi si ferma ai semafori? Nessuno si ferma ai semafori. Nessuno ferma quell’auto che non si ferma ai semafori. Nessuno la guarda. Nessuno guarda chi non la ferma. Nessuno batte ciglio. Nessuno esce di casa. Nessuna fiducia. Paura. Panico. Rassegnazione. Odio. Io non mi sento a mio agio. La mia anima è un inferno. Mi porto dentro una tristezza, una tristezza che aspetta un motivo per scoppiare e una mattina, quando i vicesegretari del Partito avanzano nei corridoi e ridono di quello schizofrenico che si è fatto esplodere le viscere perché ha violato la regola numero uno, pubblico su wikileaks i primi documenti che spiegano come stanno le cose.
«Allora?» Mi agita il foglio sotto il naso. Che cosa penso, mi chiede, che cosa dovrebbe fare di un dipendente che passa il tempo a complottare? Se fossi nei suoi panni, che cosa farei?
Che cosa farei?
«Il tuo vecchio è un morto di fame che si è infilato nelle case popolari come una zecca. Pulisce i cessi della metropolitana, giusto? Una famiglia di falliti e morti di fame. Tu, invece, ora vivi in un quartiere bene, eh? Ah, già, ora, sei un borghesuccio del cazzo. Sei un bambino a due facce, non è vero, eh? Una con il tuo vecchio e un’altra qui dentro. Fai il signorino bene durante la settimana, poi ti scordi dell’erre moscia e nei weekend frequenti i quartieri malfamati dove abita tuo padre, la bestia da soma. Ho capito bene? Già, e cambi modo di parlare? E così, non è vero, serpentello del cazzo. Sei due persone diverse».
«Lei è uno psichiatra?»
«Se lo fossi ti chiederei perché hai scritto questa merda e credo che neanche se fossi Freud otterrei una risposta. Dai dimmelo, se fossi nei miei panni, che cosa faresti?»
«Quello che farei», rispondo, «è stare molto attento alla persona con cui parlo di questo foglio».
Il mio capo mi guarda. «No, davvero», dice, «è affascinante. L’opera di un cervello completamente ammorbato».
Guardo il mio capo. Il mio capo ha occhi celesti e capelli biondo castano, di una tonalità discreta, rassicurante. «Lascia che ti aiuti», dico. «Brutta storia. Questa probabilmente è l’opera di una persona che ti conosce da anni. Questa è probabilmente una persona che ti conosce da anni, sa come vivi, cosa pensi e cosa fai. Sa quello che sei e quello che non sei. Non occorre che ti dica che deve essere spossante. Una di quelle cose che tutt’a un tratto non le reggi. Ti voglio ricordare una cosa, Grande Capo. Io sono il miglior amico che hai sulla faccia della terra. So quante persone sono morte arse vive per le tue decisioni e delle interrogazioni con le quali ti chiedevano spiegazioni e della voce con quale dicevi “Abbiamo agito in ottemperanza alle disposizioni di legge”».
La tua legge.
«Avanti», dico, «leggimene un altro po’».
Il Grande Capo ritira il foglio da sotto il mio naso.
Prendo il foglio tra le dita e glielo strappo di mano. Si vede che il filo di carta gli affetta il pollice perché la sua mano vola alla bocca e lui si mette a succhiare come un matto, con gli occhi sgranati. «Fingere è il tuo lavoro, ma tu non sarai mai un Grande Uomo». Accartoccio il foglio e lo getto nel cestino sotto la mia scrivania.
«È così che la metti, eh?» La sua faccia è piccola e bianca. «Oh, e tu saresti un pensatore…»
Dopodiché esco dalla sede del Partito. Fuori sta facendosi buio. Il lampione si accende e illumina un tizio col passamontagna che mi caccia una pistola in bocca e mi dice di consegnarli il portafoglio e le chiavi della macchina. Con la canna di una pistola tra i denti che preme sulla lingua non posso parlare. Gli consegno lo zaino. È tutto lì dentro. Preme il grilletto. Sento il grosso rumore di uno sparo, il piccolo bang ultrasonico che fa il proiettile per la grande velocità a cui viaggia.
Quel suono sembra stranamente rinfrancarmi. Ho proclamato una verità che nessuno mai potrà udire, ma finché qualcuno continuerà a proclamarla, in qualche misterioso modo l’umana catena non si spezzerà. Non è facendosi udire che si salvaguardia il retaggio degli uomini, ma conservando la propria integrità mentale.
La pallottola mi squarcia il cranio e si procura un’apertura così il gas può uscire, portandosi via le mie ultime parole.
Sono state il meglio della mia vita vera.

Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto.
George Orwell, 1984

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