Un bar, in un posto molto lontano, un giorno qualunque. Un ragazzo seduto a un tavolino intento a leggere un libro. Una cameriera svogliata appoggiata al bancone, occupata a sfogliare una rivista di offerte imperdibili. Una lampada a soffitto diffonde una luce grigia e fredda in una stanza altrettanto fredda e grigia. Un orologio a muro batte i secondi ma non suona le ore.
Un uomo entra dalla porta a vetri, saluta i presenti e si guarda intorno come se cercasse qualcuno, o forse qualcosa. I tavoli sono quasi tutti vuoti. L’uomo, sorretto da un bastone, si avvicina con passo malfermo alla sedia vuota di fronte al ragazzo. Il ragazzo alza la testa e lo osserva senza particolare stupore.
“Posso?” chiede l’uomo scostando la sedia dal tavolo
“Ti aspettavo, sapevo che prima o poi saresti venuto” risponde il ragazzo.
L’uomo si siede. “Sono contento anch’io di vederti” aggiunge con un sorriso beffardo. Ora si sporge in avanti verso le pagine aperte “Ti piace quello che stai leggendo?”
“Conosci già la risposta.”
“Uhm. Immagino di sì e me ne rammarico. Fino a un certo punto s’intende, dopotutto lo hai scritto tu.”
“Io non scriverò mai una schifezza del genere.”
L’uomo ride. “Schifezza? E da quando usi parole così brutali?”
“Da quando ho deciso quello che non sarei diventato.”
“Non puoi piegare il destino a tuo piacimento, questo è un principio con il quale ti troverai a fare i conti per tutta la vita.”
“Non ho intenzione di piegare il destino ma di cambiarlo.”
“Ah! Questo ha tutta l’aria di un omicidio premeditato. Mi intristisce un po’ sentirti parlare così.”
Con un gesto secco, il ragazzo chiude il libro davanti a sé.
“Questo è il terzo libro che scrivi in un anno. E lo sai perché? Perché questo non è scrivere, questo è produrre. Questi non sono libri, sono prodotti, prodotti di largo consumo in cui vomitare il tuo talento scaduto, storie appetitose come un croissant pieno di grassi appena sfornato, e guarnite di parole ammantate di panna in cui lettori onnivori non possono fare a meno di infilare le dita…”
“Accipicchia che carattere – certo, la prosa è ancora da affinare – ma avevo dimenticato la tua irruenza immatura e il tuo feroce anticonformismo.”
“Eppure ci hai campato per anni…”
“A dire il vero ho campato dei miei “prodotti”, tanto per usare un termine che ti sta a cuore. Di certo non mi sono arricchito con le tue acrobazie letterarie da giovane imberbe. Dopo il secondo bis anche lo spettatore più entusiasta si stanca di applaudire l’exploit del bambino prodigio.”
“Intanto il bambino prodigio ti ha catapultato in quella cerchia di letterati che oggi siedono accanto a te ai tavoli delle giurie.”
“Trovi l’idea così ripugnante?”
“Non è l’idea a ripugnarmi ma come ci sei arrivato. Ormai i tuoi libri sono solo la pura manifestazione del tuo ego, anche i tuoi personaggi trasudano vanità – quando non rispecchiano gli stereotipi dell’editoria mordi e fuggi – e personalmente nel tuo caso tenderei a fuggire senza mordere.”
“Bene bene, e dimmi, mio piccolo Rimbaud, cosa farebbe quindi di uno scrittore un buon scrittore?”
“La fedeltà al proprio talento, alla propria anima e alla propria storia. Il compromesso è volgare, lo scrittore non è un telefono a gettoni.”
“Santo cielo, il compromesso è volgare! E poi cosa, i soldi sono lo sterco del demonio?” L’uomo ora sorride compiaciuto. “Hai qualche altra battuta insipida da regalarmi, tu che sei il futuro grande scrittore? Ora sì che mi spiego da dove vengono i miei libri!”
“Sto parlando, non sto scrivendo. E mi adeguo al mio interlocutore.”
“Perché Van Gogh non eseguiva ritratti su commissione per autofinanziarsi?”
“Per autofinanziare la sua arte non il suo ingresso al circolo del tennis.”
“Come sei retorico!”
L’uomo sbatte il palmo della mano sul tavolo. La cameriera alza il capo dalla rivista e si gira per un istante verso la fonte del rumore, poi riaffonda lo sguardo spento nella pubblicità di una crema per gli occhi che promette miracoli.
“Mi aspettavo di meglio da te, prosegue l’uomo. E dimmi, chi ha l’ego più grande, lo scrittore che scrive per l’élite in un bilocale al pianterreno della periferia cittadina o quello che scrive per un pubblico indistinto in un antico casale in Toscana?”
“Io scrivo per amore, non per piacere agli altri e fare soldi.”
“Ah, quanta ingenuità! Stai solleticando la parte più nostalgica del mio ego. L’ardore, la determinazione, la radicalizzazione del proprio io. Splendido, tutto questo ha un sapore talmente antico ma talmente familiare per me. Ma dimmi, come sta andando il tuo ultimo libro?”
“Hai la memoria corta.”
“Solo un po’ confusa nel riordinare gli eventi. L’età non risparmia nessuno, dammi un aiuto.”
“Ho vinto il Premio Scrittori Esordienti.”
“Questo lo ricordavo, mi riferivo alle vendite.”
“Bene direi. È presto però per fare previsioni.”
“Prossimo progetto?”
“Sto partecipando con il mio nuovo romanzo al concorso italiano per giovani autori.”
“Ottimo, ne sono lieto. Non mi resta che complimentarmi e augurarti buona fortuna per il tuo libro. Credimi, sarà un grande successo. Ora però devo lasciarti, ho una giuria che mi aspetta, per l’appunto…”
L’uomo afferra il bastone e si alza, con un cenno del capo saluta il ragazzo. Il ragazzo risponde con lo stesso cenno del capo e osserva l’uomo allontanarsi verso l’uscita. La cameriera chiude la rivista, si sistema il grembiule e si gira verso il ragazzo per regalargli un sorriso. L’orologio, quasi fosse uno sbaglio, suona le 12. Il ragazzo riapre il libro dove l’aveva interrotto e poggia lo sguardo su una pagina bianca. Ora sfoglia il libro e sorride anche lui. Il mondo è suo, l’uomo anziano è sparito.






