Chiuse gli occhi. Dietro lo schermo delle palpebre era libera. Perché così può essere un servo che non vede il padrone, un prigioniero che non vede la cella. Aveva provato più e più volte a forzare i legacci, ma erano troppo robusti, troppo ben stretti. Ormai facevano tristemente parte di lei, come l’addio per un viaggiatore che da troppo tempo non rivede la propria casa. Il freddo la pervadeva costantemente. Difficile ribellarsi a quegli spilli acuminati e all’intorpidimento costanti. Aveva immaginato la fuga molte volte. Forse qualcuno sarebbe venuto, forse la cercavano. Ma quando anche la fuga era diventata impensabile, era evasa immaginando scene del proprio passato. Il passato sì, immaginava un momento di felicità, un istante di luce che scalda la pelle infreddolita. Così ora è giovane. Anzi piccola. Una bambina spensierata nel suo vestitino rosa sporco d’erba e terra. Corre come una piccola ninfa dei boschi, rapida nella selva tra alberi, fiori e api. Saltando di slancio scavalca un ruscello che per lei è un fiume. Arrivata in una radura rischiarata da un raggio dorato, si ferma. Si trova davanti a un cervo. Bello, maestoso e libero. Ma torna il freddo, l’intorpidimento, la stanza. Con grande sforzo riesce a vedere la testa coronata del cervo che torcendo il collo vigoroso la osserva. La porta si apre, si stava avvicinando, crepitavano le grandi foglie sotto gli zoccoli, stivali sulle piastrelle sudicie e dopo un ultimo sguardo, aveva abbassato la testa, così che quella piccola cosa potesse almeno per una volta accarezzarlo. Era sola, al freddo, tormentata, torturata, ma mentre lui poneva fine alla sua vita, lei sorrideva al cervo.






