Adolescenza e altre miserie

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Seduta due file davanti a me, Alessandra occupava il suo banco con allegra sicurezza: con un’abile torsione del busto snello, androgino, si voltava verso noi compagni facendo frullare il caschetto biondo come ali di colibrì, in un movimento al tempo stesso rapido e vezzoso, proprio come un incantevole uccellino dal piccolo viso triangolare e gli occhietti vispi e scuri…

Seduta due file davanti a me, Alessandra occupava il suo banco con allegra sicurezza: con un’abile torsione del busto snello, androgino, si voltava verso noi compagni facendo frullare il caschetto biondo come ali di colibrì, in un movimento al tempo stesso rapido e vezzoso, proprio come un incantevole uccellino dal piccolo viso triangolare e gli occhietti vispi e scuri.
Alessandra non poteva dirsi bella, eppure in quel perimetro giallino della III E, dove andava in scena la miseria tragica dell’adolescenza, lei pareva prendersi tutto lo spazio disponibile come fanno i liquidi in fisica, senza tracce evidenti di goffaggine, squittendo amabile con i professori e seduttiva verso i compagni più carini.
Io la trovavo perfetta, avrei voluto essere proprio così, come Alessandra, una sorta di rumorosa fontana scintillante al centro della stanza, di quelle che nelle capitali europee fanno i giochi d’acqua e luci che non puoi non guardare, a cui non puoi non prestare buona parte della tua attenzione.
Io, quasi invisibile, munita di tutti i fardelli portatori di insicurezza, volevo con ogni fibra del mio corpo entrare nella sua solare orbita, essere intercettata dal radar di Alessandra, diventare sua amica.
Alessandra era brava a scuola, ma talvolta la sua diligenza diventava pedanteria e, nonostante enormi sforzi, per lei la matematica era un ginepraio ostile come la foresta di rovi nella fiaba della Bella Addormentata: inaccessibile, nemica.
Fu così che il radar finalmente intercettò il mio piccolo naviglio a molte miglia da lei.
Il compito in classe poteva essere una vera débâcle e io, invece, con numeri e formule ho sempre giocato, senza alcuna fatica.
Alessandra sapeva tutto, sapeva soprattutto come ottenere ciò che voleva, che fosse un nuovo paio di scarpe o un buon voto in matematica.
La sua tenace determinazione la faceva apparire più grande dei suoi quindici anni, a suo agio con una certa franca arroganza che un poco cozzava con il suo aspetto così minuto, leggiadro, puerile.
Le labbra sottili potevano mutare d’un colpo un sorriso in una smorfia di disprezzo, i suoi occhi scuri potevano in un attimo lanciare dardi di velenoso sarcasmo.
Era molto temuta dalle amiche.
Quando mi avvicinò, lo fece con la gentilezza autentica con cui ci si rivolge a un vecchio affetto; mi parlò come avrebbe parlato alla sua migliore amica seduta sul prato fiorito di un’amabile confidenza.
Si piegò garbatamente verso di me, appoggiando i gomiti ossuti sul mio banco. Unendo i palmi a mo’ di cornice, vi adagiò il pallido triangolo del volto mentre dal caschetto biondo mi arrivò alle narici il profumo buono di shampoo appena fatto.
Fece un sospiro come per trovare le parole giuste, schiudendo il piccolo becco di uccellino in un modo artificiosamente infantile: «Ti siederesti accanto a me per il compito in classe?». Accompagnò il tono mellifluo della voce con uno sguardo remissivo.
«Se vuoi puoi sederti tu accanto a me, sai che il prof non ama cambi di posto il giorno del compito.»
Lo sguardo di Alessandra fu attraversato da un lampo freddo, riuscii a notare la lievissima contrazione dei muscoli mandibolari. Lei deglutì, riprese il controllo di sé e con voce petulante, alzando misuratamente il tono, replicò: «Ma no, tu lo sai che se chiedo di spostarmi, il prof me lo impedisce… a te, invece, non direbbe mai di no».
La sua insistenza non mi piaceva, non volevo spostarmi per farle copiare il compito.
«No, Alessandra, non mi sposterò, non chiederò di cambiare posto, se vuoi puoi farlo tu.»
Intorno a me cessò improvvisamente il cicaleccio delle varie amiche occupate a chiacchierare. La sensazione era quella di trovarsi in una voliera all’interno della quale i pappagallini di colpo tacciono all’unisono.
Alessandra si drizzò, staccando lentamente i gomiti dal banco e, nonostante la corporatura esile, sembrava sovrastarmi di molto. Il piccolo becco di uccellino si tese in lunghezza e le labbra, divenute ancora più sottili, mostrarono il lucore ferino dei denti. Le folte sopracciglia si aggrottarono formando due archi grinzosi intorno alle palpebre, il naso parve allungarsi in avanti e negli occhi – cupi e freddi come due blocchi di ossidiana – apparve il clamoroso disinteresse nei miei confronti, la noncuranza per me, per i miei diritti.
Con un filo di voce sibilò crudelmente: «Sei solo una sfigata, con occhiali di merda e jeans di merda». Mentre Alessandra dardeggiava insulti, io, senza un motivo preciso, pensavo a un naviglio a molte miglia dalla costa, lontano dai radar, e saldo sulla sua rotta.

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