La darsena

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La darsena alla mia destra sonnecchia, le ancore tirate a secco sono puntellate dalle croste bianche dei balani. Le onde, come lunghe coperte di ardesia, allungano ampie lingue sulla rena. Sei in ritardo…

La darsena alla mia destra sonnecchia, le ancore tirate a secco sono puntellate dalle croste bianche dei balani. Le onde, come lunghe coperte di ardesia, allungano ampie lingue sulla rena. Sei in ritardo. Sono seduta sui gradoni che portano alla spiaggia, dal cui dorso sono stati sradicati tutti gli ombrelloni. Sei in ritardo, e io ho questa brutta abitudine di arrivare sempre in anticipo agli appuntamenti.
Tu partirai, e io ti perderò.
L’odore dei molluschi sputati e lasciati a morire dalla prima mareggiata è nauseabondo; dovrei alzarmi, ma se mi spostassi anche solo di un millimetro questo fragile equilibrio perderebbe il suo centro: tu arriveresti e non mi troveresti.
I gradoni di marmo sono umidi e freddi come lapidi, ho il sedere bagnato e sporco di sabbia, le mie gambe formicolano.
Sono le sei ormai e il ponente va e viene come un grosso felino, indeciso se ignorarmi o divorarmi. Sincronizzo il mio respiro con il rantolo lento del mare; i gradoni sono alieni come la superficie lunare e così cerco di trovare un motivo al tuo ritardo, minimizzando questo tempo che si allarga a dismisura intorno a me, come una marea densa.
Sei in ritardo.
Alle sette e mezzo partirà il tuo treno, manca ancora mezz’ora e dovremmo dirci che non ci lasceremo nonostante la distanza.
E ora dovrei alzarmi. A questo punto è chiaro che non verrai, dovrei raggiungerti sotto casa, smascherarti, rinfacciarti di non essere più venuto. Invece resto immobile, si è acceso anche l’occhio del faro della darsena verso un orizzonte violaceo di piombo.
Sei in ritardo.
Sono le sette e quaranta. Ho consumato da sola il nostro addio.
Allungo lentamente la gamba destra, poggio il tallone sul marmo, il polpaccio tira le sue fibre una per una. Scardino lentamente il groviglio dei miei arti anchilosati.
Potrei alzarmi, con questa ritrovata pace che si è aperta calda e liquida nel cavo del mio addome e si infiltra fin dentro le periferie del mio corpo. Ma resto qui, la via di casa è costellata di pezzi di vetro e io ora ho la pelle tesa come l’involucro di una grossa bolla: potrei rompermi con una tale facilità che sarebbe un peccato, proprio ora.
Oppure scegliere il mare, senza spigoli, liscio come inchiostro di china, la darsena dietro di me si farebbe sempre più piccola, il suo occhio – come pigro ciclope – mi investirebbe per un poco dissolvendosi poi nel nero.
Tocco la tasca destra della giacca e sento il crepitio di un foglio di carta. Lo tiro fuori, è un po’ stropicciato, ma non troppo. Si sta imbevendo di odore salmastro e di ponente, e mi invita a restare, ancora per un po’. Una penna è con me, e la luce lunare, sufficiente.

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