La musica del pianoforte

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Illustrazione di Agrin Amedì

Si era alzato il vento e aveva portato con sé quella musica. Mario non si era chiesto da dove venisse. Aveva iniziato a seguirla, come se dovesse obbedire a un comando misterioso e irresistibile. La musica, dapprima indistinta, era divenuta chiara. Qualcuno stava suonando il pianoforte. Quella musica era un ricordo confuso, lontano, appena affiorato dalla memoria. Il buio della notte era rischiarato dalla luce bianca della luna. Una luna bassa nel cielo nero che sembrava toccare il tetto delle case della città vecchia, quasi a volerle schiacciare. Il vento era calato d’un tratto, la musica si era interrotta. Solo il canto incosciente delle cicale rompeva il silenzio della notte. Mario aveva alzato lo sguardo verso la luna e il pianoforte aveva ripreso a suonare, come ad accogliere una sua preghiera. La piazza era deserta. Mario non ricordava di averla mai vista prima, eppure conosceva bene la città vecchia, i suoi vicoli, le sue piazze.
La musica del pianoforte, l’insegna blu a caratteri che ricordavano la scrittura dei bambini illuminava l’ingresso del locale. Nel vederlo arrivare un gatto accovacciato all’ingresso si era sollevato di colpo. Mario lo aveva accarezzato. Gli occhi blu del gatto lo avevano fissato a lungo. Il gatto aveva iniziato a miagolare e l’uomo era arrivato. L’uomo calvo, gli occhi blu, indossava un abito nero, camicia bianca, scarpe nere di vernice. La giacca troppo stretta tratteneva a fatica il suo ventre prominente.
Benvenuto, la stavamo aspettando, aveva detto l’uomo. Mario lo aveva guardato meravigliato. Il gatto si era strofinato sui pantaloni dell’uomo. Gli occhi blu dell’uomo non tradivano alcuna emozione.
Le faccio strada. L’uomo lo aveva preceduto nel corridoio che conduceva all’interno del locale. Il buio della sala era interrotto dalle luci degli abat-jour poggiati sui tavoli. L’uomo si era diretto verso un angolo della sala, il gatto lo aveva seguito. Questo è il suo tavolo. Il gatto poi si era accovacciato sotto il tavolo. La coppia seduta accanto era così vicina che Mario poteva ascoltare il brusio dei loro discorsi. Il gatto sembrava essersi addormentato. Si erano accese le luci, il pianoforte era nero e lucido, lo sgabello dietro al pianoforte era vuoto. L’uomo del tavolo accanto accarezzava il seno della donna seduta di fronte a lui. Ci vedono tutti, aveva detto la donna. L’uomo aveva riso. L’uomo calvo e gli occhi blu aveva portato un calice di vino bianco e si era allontanato senza parlare. Il vino era gelato e aveva un sapore amarognolo. Il gatto continuava a dormire. Non mi toccare, aveva detto la donna del tavolo accanto. L’uomo aveva riso di nuovo. Il cono di luce aveva illuminato il pianoforte. La pianista era giovane, capelli biondi e lisci, gli occhi blu. La camicetta bianca lasciava intravedere i suoi seni da bambina, aveva chinato la testa per salutare. Le note del pianoforte avevano riempito la sala. La pianista suonava Be my Love, un pezzo di Keith Jarrett, suonava bene. Mario non riusciva a smettere di guardarla, quella musica aveva acceso il desiderio. L’uomo calvo con gli occhi blu si era avvicinato al suo tavolo. Altro vino, signore? Mario aveva annuito. La pianista aveva smesso di suonare. Mario avrebbe voluto che quella musica non finisse mai. La pianista si era avvicinata al suo tavolo e lo aveva baciato sulle labbra. Le sue labbra sapevano di qualcosa di tanto tempo prima che non riusciva a ricordare. Puoi avermi, aveva detto la pianista, ma voglio tutto di te. Si erano guardati a lungo. Mario non aveva mai visto niente di più bello. Devo tornare a suonare, aveva detto la pianista. Aspetta aveva detto Mario. Avremo tempo, tanto tempo, non preoccuparti.
L’uomo calvo con gli occhi blu aveva riso. Il gatto miagolava. La pianista sembrava instancabile, le sue lunghe dita, le unghie laccate di rosso, si muovevano veloci sui tasti bianchi e neri del pianoforte. Mario aveva chiuso gli occhi; quella musica, il vino, gli facevano girare la testa.
Non l’aveva sentita arrivare, sua moglie si era seduta accanto a lui. Che ci fai qui? Ti ho visto entrare.
La pianista non smetteva di guardarlo. Il cuore aveva iniziato a battere troppo veloce. Lo sguardo di sua moglie era pieno di rimprovero, come se avesse capito.
Non hai sentito la musica? Quale musica? Sua moglie aveva scosso la testa. Non hai sentito la musica del pianoforte prima di entrare. Sei il solito. Sua moglie aveva di nuovo scosso la testa.
Il vino per la signora. L’uomo calvo con gli occhi blu non sembrava contento di vederla. Lo conosci, aveva chiesto Mario. Mai visto. Non devi piacergli. Il gatto si era avvicinato a sua moglie e aveva iniziato a soffiare. Non piaci nemmeno al gatto. La pianista suonava Dont’ever Leave me.
Questo posto non mi piace, aveva detto sua moglie. Mario non aveva risposto. Lo sguardo della pianista non gli dava tregua. La pianista sembrava instancabile, le sue dita correvano veloci sulla tastiera del pianoforte. Non ne posso più, non mi toccare, andiamo via.
Sei una puttana. L’uomo e la donna del tavolo accanto si erano alzati. Vi accompagno all’uscita aveva detto l’uomo calvo con gli occhi blu. La pianista continuava a suonare. La sala si era riempita del fumo delle sigarette. Un uomo di colore che sembra Louis Armstrong aveva iniziato a cantare La vie en rose. La pianista cantava La Vie en rose. Louis Armstrong non smetteva di guardare la pianista, sembravano molto affiatati. Mario aveva sentito una fitta allo stomaco.
Ti piace la pianista? Cosa dici. Smettila. Non mi piace come ti guarda quella donna.
Louis Armstrong aveva smesso di cantare e aveva abbracciato la pianista. Di nuovo quella fitta allo stomaco. Andiamo via, aveva detto sua moglie.
Louis Armstrong si era seduto al tavolo accanto, beveva whisky, si era acceso un grosso sigaro. La pianista si era avvicinata a Mario e lo aveva accarezzato sul volto. Suono per te. Sei fortunato amico, proprio fortunato. Louis Armstrong era scoppiato a ridere. La pianista si era seduta accanto a sua moglie. Le due donne si erano guardate solo per un attimo. L’odore della pianista lo stordiva, un odore antico che lo riportava troppo lontano perché potesse ricordare. Questa chi è, aveva detto indicando sua moglie. Mario era rimasto in silenzio. Mandala via, non mi piace, cosa vuoi che suoni, posso fare qualsiasi cosa per te. La pianista aveva aperto la bocca e tirato fuori la lingua. Un gesto osceno e irresistibile. Le sue labbra erano rosse di rossetto. Sua moglie aveva guardato Mario senza dire nulla. Il suo sguardo era pieno di dolore. La pianista stava suonando My Wild Irish Rose, uno dei pezzi che Mario preferiva. Louis Armstrong fumava un sigaro dopo l’altro. La sala si stava svuotando, doveva essere molto tardi. I camerieri erano apparsi all’improvviso, elegantissimi, vestivano in frac e cravatta bianca, si muovevano con gesti eleganti tra i tavoli. Le code del frac dei camerieri avevano qualcosa di insolito. L’uomo calvo con gli occhi blu faceva cenni di assenso; gli uomini in frac e cravatta bianca continuavano a muoversi tra i tavoli.
Buonasera signora, buonasera signore. L’uomo calvo con gli occhi blu era impeccabile nel salutare chi abbandonava la sala. Gli uomini in frac e cravatta bianca si muovevano veloci, Louis Armstrong aveva acceso un altro sigaro.
Andiamo via, ti prego andiamo via. Sua moglie piangeva. Mario l’aveva abbracciata, l’aveva sentita tremare sotto il suo abbraccio. Andiamo via, andiamo via. Mario si era sottratto dall’abbraccio di sua moglie. La pianista aveva smesso di suonare. La pianista e Louis Armstrong camminavano tenendosi per mano. Mario aveva sentito di nuovo quella fitta allo stomaco così forte da togliere il respiro. La pianista si era aperta la camicetta lasciando liberi i suoi piccoli seni bianchi da bambina. Toccami, aveva detto la pianista. Mario le aveva accarezzato i piccoli seni bianchi da bambina, le mani di Mario tremavano. La pianista aveva sorriso. Manda via tua moglie se non vuoi che vada via con lui. Louis Armostrong aveva riso. Se fortunato amico, proprio fortunato.
I camerieri in frac e cravatta bianca avevano sparecchiato il loro tavolo, si muovevano leggeri. Le code del frac avevano qualcosa di strano. Andiamo via, aveva detto sua moglie. Senti, senti la mogliettina. Louis Armostrong rideva divertito. La pianista si era avvicinata a sua moglie, non sorrideva più, con un gesto rapido le aveva strappato la camicetta e l’aveva gettata a terra. La nudità di sua moglie gli era apparsa insopportabile. Il tempo era passato, i seni di sua moglie erano appassiti. È solo una vecchia, aveva detto la pianista. Mario aveva raccolto a terra la camicetta strappata di sua moglie. Sei pazza, aveva detto Mario alla pianista. Calmo amico aveva detto Louis Armstrong, non sorrideva più.
La pianista lo aveva baciato, Mario aveva sentito la rabbia svanire. Andiamo via, andiamo via.
La voce di sua moglie era piena di paura. I camerieri in frac e cravatta bianca avevano afferrato sua moglie, la tenevano stretta tra loro. Le code del frac erano sbagliate, erano fatte di carne. Lasciatemi, lasciatemi. La prego signora, non ci costringa. La voce dell’uomo calvo con gli occhi blu non tradiva alcuna emozione. La pianista aveva iniziato a suonare Good bye. Suonava bene: le sue mani, le unghie laccate di rosso correvano veloci sui tasti bianchi e neri del pianoforte. I camerieri in frac e cravatta bianca avevano portato via sua moglie. Mario, aveva gridato sua moglie prima di sparire. Mario era rimasto in silenzio, si sentiva esausto. Tutto appariva irreale, irraggiungibile. Il gatto aveva iniziato a miagolare. Il suo miagolio sembrava come un canto disperato per un amore non corrisposto.
Buono amico aveva detto Louis Armstrong. La prego signore non ci costringa…L’uomo calvo con gli occhi blu non aveva finito la frase. Buon lavoro, aveva gridato Louise Armstrong. I camerieri in frac e cravatta bianca avevano annuito. Il locale era oramai deserto, la pianista suonava Good bye.
Sei fortunato amico, proprio fortunato, aveva detto Louis Armstrong. La pianista aveva smesso di suonare, si era avvicinata al tavolo. Il locale è vuoto mia signora, aveva detto l’uomo calvo con gli occhi blu. Abbiamo fatto alla donna quello che desideravi mia signora, aveva detto Louis Armstrong, chinando la testa. Bravi. La pianista era eccitata, aveva aperto la bocca e tirato fuori la lingua. Le sue labbra erano rosse di rossetto. Dov’è mia moglie, lasciatemi, voglio andare via. Non mi vuoi più, posso fare tutto per te. Non può andare signore, aveva detto l’uomo calvo con gli occhi blu in tono educato.
Mi dispiace amico, aveva detto Louis Armstrong. Mario si era alzato dalla sedia. L’uomo calvo con gli occhi blu lo aveva colpito con violenza sul volto. Seduto – il suo tono non era più educato. Andiamo.
La pianista lo aveva preso per mano, le luci si erano spente, il buio aveva avvolto la sala. Puoi baciarmi aveva detto la pianista. Tutti applaudivano. Si erano baciati. La bocca della pianista era sporca di sangue. Lasciati bere fino all’ultima goccia di sangue, aveva detto la pianista.

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