Sono un banale costume da ginnastica ritmica, ma la storia che voglio raccontare non è banale.
Fui acquistato in un negozio specializzato da una ragazzina magra di tredici anni e dalla sua mamma. Io stavo piegato sul terzo scaffale, impilato con altri costumi come me. Ormai avevo quasi perso la speranza di essere scelto.
La ragazzina mi strinse tra le sue mani, sorridente, poi guardò sua madre. Dopo che la commessa mi aveva chiuso in un pacchetto andammo a casa e, durante il viaggio, iniziai a scoprire quale sarebbe stato il mio destino.
«Mamma, sono felice, ora dovrò comprare i nastri per decorare il cerchio. Pensi che argento e bianco siano i colori giusti?»
La mamma sorrise per l’eccitazione della figlia.
«Sono perfetti.»
Era un raro momento di felicità in quel periodo, la ragazzina le raccontò che la nonna le aveva detto che desiderava regalarle quel costume nella speranza di vederla uscire vincitrice dalla gara che si accingeva ad affrontare.
Il grande giorno si avvicinava e io osservavo la giovane atleta preparare con cura il suo cerchio con nastri adesivi bianchi e argento, rivestendolo con assoluta precisione.
Desiderava che il suo cerchio risultasse bianco, come me, l’argento avrebbe dovuto esaltare l’effetto.
Non riuscivo a capire perché di notte, a volte, sentivo dei singhiozzi provenire dalla stanza della mamma. Vivevo in quella casa da poco, forse lo avrei capito nel tempo.
Finalmente giunse il giorno della partenza, la meta era Riccione, sede della finale del Campionato Italiano.
Nello spogliatoio posò il cerchio accanto alla panca e mi indossò. Sentivo il suo cuore battere contro di me, ero emozionato, ma insieme sapevo che potevamo farcela. Nell’area riservata alle concorrenti, la ragazzina iniziò a sentirsi nervosa. La mamma la osservava dagli spalti e si rese conto del momento, scese da lei, la guardò negli occhi e le disse: «Sorridi, e ricordati che sei una farfalla.»
Poi iniziò la gara.
Quando arrivò il nostro turno salì sulla pedana, si posizionò al centro, alzò il mento e lo sguardo puntò in alto, oltre il soffitto della palestra. Partì la musica, lei fece due passi, con il cerchio che le ruotava accanto, poi lo lanciò in alto, molto in alto, e spiccò un salto. Fece una spaccata, sembrava sospesa in aria. Atterrò con una capovolta e allungò il braccio con grazia per afferrare il cerchio che scendeva veloce.
In quel momento avevo sentito tendersi il tessuto leggero che ricopriva le sue braccia, temevo che potesse rompersi, ma le cuciture sembravano tenere. Avevo vissuto tanto tempo sullo scaffale senza sapere a cosa fossi destinato.
Fece altri tre salti, che si rincorrevano con le spaccate; tutto sembrava illuminato dal bianco e dall’argento, il cerchio scendeva, ma poi le sfuggì dalla mano.
La mamma, dagli spalti, balzò in piedi e pensò Perché non ha messo le lenti a contatto?
La ragazzina era agitata, lo capivo dal tessuto che si muoveva al ritmo del suo respiro affannoso. Poi scosse la testa, lanciò di nuovo il cerchio, fece altre tre capovolte facendo perno su una sola gamba e tornò a terra con una spaccata frontale. Il cerchio era quasi a terra, quando la sua mano si staccò dal corpo con un guizzo e lo afferrò.
Dagli spalti, dopo il silenzio, esplose un applauso.
Aveva liberato il cuore e la mente dal dolore: volava. E io con lei.
Quando terminò la sua esibizione, gli occhi le brillavano; così giunse il momento delle premiazioni.
Eravamo davanti al gradino più alto del podio, lei alzò lo sguardo verso l’alto, mentre sussurrava con un sorriso: «Nonna, si sentono gli applausi in Paradiso?»
Ora capivo, e mi tremò la stoffa.
Con il suo coraggio la farfalla era tornata a volare. Lo sport le aveva dato la chiave per poter guardare avanti.
Mi piace pensare che anch’io ho avuto un piccolo ruolo in questa vicenda, perché mi ha conservato, avvolto nella carta velina e, ancora oggi, ogni volta che sua mamma mi vede, mi stringe al cuore e mi annusa, come se conservassi ancora il profumo di quel momento.






