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Illustrazione di Agrin Amedì
Vincenzo Pirozzi si esibisce come ogni sera alle 21:45 al teatro Bolivar di Napoli, nel quartiere Materdei. A pochi metri dal teatro, sulla stessa via, c’è una pescheria con le mura verniciate di blu. Quando Vincenzo Pirozzi passa davanti alla pescheria per dirigersi al teatro, puntualmente, fa una smorfia di disgusto… Valentina Ricci segue traiettorie imprevedibili tra finzione e realtà.

Vincenzo Pirozzi si esibisce come ogni sera alle 21:45 al teatro Bolivar di Napoli, nel quartiere Materdei. A pochi metri dal teatro, sulla stessa via, c’è una pescheria con le mura verniciate di blu. Quando Vincenzo Pirozzi passa davanti alla pescheria per dirigersi al teatro, puntualmente, fa una smorfia di disgusto: strizza gli occhi, ritira la testa verso il collo e scopre le gengive sopra gli incisivi. è infastidito dall’odore delle aringhe, e ci tiene nel farlo notare alla signora Anna De Rosa che sta sistemando le orate sul bancone della pescheria. Assicuratosi che la signora De Rosa lo stia guardando, concentra ancora per qualche secondo il ribrezzo nel suo volto, poi lo rilassa, e con passo frenetico raggiunge le porte del teatro. Qui, Vincenzo Pirozzi, fuma una Marlboro Rossa prima di entrare. È in anticipo, come sempre, per le prove del suo monologo, e il palco a quest’ora è ancora occupato dall’orchestra della parrocchia Maria Santissima del Carmine. Attraverso le fessure delle porte arriva stridulo il suono di un flauto. Vincenzo Pirozzi non si scompone più di tanto, sbuffa fuori il fumo dalla bocca, si massaggia i nervi del capo con il dito indice. Poco dopo, un confuso battito di mani segna la fine delle prove orchestrali. Vincenzo Pirozzi spegne la sua sigaretta ancora prima che la cenere abbia raggiunto il filtro e spalanca le porte del teatro; dietro di lui lo seguono l’odore della pescheria e la Marlboro rossa impregnata sui suoi vestiti. La signora De Rosa, dall’altra parte della strada, lo osserva scomparire dietro le due grandi ante marroni. Assicurandosi che Vincenzo Pirozzi non la veda, strizza gli occhi, ritira la testa verso il collo e scopre le gengive sopra gli incisivi.
Passando dalla platea per raggiungere il palcoscenico, Vincenzo Pirozzi sforza qualche colpo di tosse, struscia di proposito le scarpe con la suola di gomma sul pavimento in legno, gratta rumorosamente con la mano lo schienale di una sedia, ne libera la polvere intrappolata che si diffonde in aria e che poi cade per aggrapparsi nuovamente al tessuto della poltrona.
Sentendolo arrivare, i ragazzi dell’orchestra chiudono velocemente le zip delle loro custodie, ripongono negli zaini i quaderni con sopra gli appunti: in pochi minuti, il teatro è vuoto.
Vincenzo Pirozzi può ora provare il suo monologo.

Vincenzo Pirozzi sta per esibirsi, come ogni sera, alle 21:45 al teatro Bolivar di Napoli, nel quartiere Materdei. Mancano pochi minuti all’apertura del sipario, seduto su una sedia di plastica dietro le quinte, Vincenzo Pirozzi recita le prime battute del suo monologo. Si accarezza nervosamente i pantaloni di seta come per togliersi delle briciole, guarda fisso una vecchia locandina di uno spettacolo di qualche anno prima, tocca il pacchetto di Marlboro Rosse che fuoriesce dalla tasca sinistra, si domanda più volte se sia il caso di fumarsi una sigaretta, ma non la fuma.

Alle 21.44, in piedi sul palco, c’è Vincenzo Pirozzi.
Alle 21.45 si apre il sipario e il cigolio delle molle scuote il silenzio della sala.
Immobile, al centro del palcoscenico, Vincenzo Pirozzi sta per recitare il suo monologo. Muove le dita dei piedi strette dentro le scarpe, le luci di scena abbagliano i suoi occhi; non ha modo di vedere il pubblico. Poco prima di emettere voce, appoggia una mano sul petto per accompagnare il respiro con il diaframma, rilassa i muscoli, e ispira dal naso. In quel momento preciso, improvvisamente, arriva pungente e feroce l’odore dell’aringa, ma anche la sardina. L’orata. L’acciuga. Il branzino. Il tonno. La triglia. Il merluzzo. Li sente tutti, Vincenzo Pirozzi, tirando su con il naso. Sgrana gli occhi, cede dal restare immobile, vacilla un po’, ma rimane fermo. Adesso l’odore arriva ancora più forte. È disgustato. Gli sudano le mani, tenta di asciugarle tamponandole sulla giacca. Si guarda intorno, la voce gli si è spezzata in gola. Il pubblico in sala non emette un suono. Vincenzo è pietrificato, stordito, al centro del palco. Tira ancora su col naso per assicurarsi che l’odore di pesce sia reale. L’odore di pesce è senza dubbio reale. Fa qualche passo in avanti. Ora sta sudando anche dietro al collo. Tocca istintivamente la tasca sinistra solo per cercare conforto nell’assicurarsi che le Marlboro Rosse siano ancora lì. Allenta il nodo alla cravatta, scuote la testa. Deglutisce, piano. Nauseato, inizia a piangere.

Le luci della sala si accendono.
Tutte le poltrone in platea sono completamente vuote. Un posto solo è stato occupato, nella fila D. Al posto 15, con un enorme salmone tra le braccia, è seduta Anna De Rosa.
I due, si guardano.
Vincenzo Pirozzi ora suda anche tra le dita dei piedi strette dentro le scarpe.
Anna De Rosa stringe forte il suo salmone al petto.
Nessuno dei due parla, si osservano in silenzio per un tempo che sembra interminabile: entrambi sul volto hanno una smorfia ben precisa.
Gli occhi strizzati.
La testa ritirata verso il collo.
Le gengive sopra gli incisivi, scoperte.

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