Finché morte non ci separi

‘Muovi queste maledette gambe. Altri dieci passi e sarai lì dentro. Attraversa questa strada con determinazione come dieci anni fa hai attraversato con incedere elegante la navata centrale della chiesa.’

Vetiver

Al mio funerale, Maria la prego, che non ci sia nessuno. Nemmeno il dolore. Niente lacrime. Solo uno spazio impregnato di buon odore. Come il suo, odore di violetta, vero? Grazie Maria, sì, il cuscino un po’ più in alto. Ma io preferisco il vetiver, sì.

Uvetta e pinoli

Il sole spacca le pietre.
Nora trascina il carrello della spesa verso l’auto.
Si ferma con un sospiro di sollievo e mette tutto nel portabagagli.
Ha un flash. Uvetta e pinoli!

20 – 40 – 120 – 180

Il nome di mio figlio era Lorenzo; di lui non ho più neanche una fotografia. Il suo viso non voglio più ricordarlo. So come va a finire: 20 – 40 – 120 – 180. Rivedo i suoi occhi, la curva del naso, la pelle liscia con le lentiggini dell’infanzia: 20 – 40 – 120 – 180.

Guardare in prospettiva

Da quando lavora a casa non lo sopporto più. Pretende che mi muova silenziosamente e che tutto quello che faccio non produca rumore: cucinare, pulire, parlare al telefono. Respirare.

La primavera arriverà

Corro Bello e non ci vedo niente freddocane e a Bello di più non  riesco a dirgli urla Katia non riesco a prenderla ma con le Converse nella neve è mica facile ho il cuore a mille e st’aria gelata brucia i polmoni però se non la prendo si ammazza se arriva al vallone

Il carcere dentro

Il sole tramontava e le luci della città iniziavano a riflettersi sul cielo. In quel momento ricordava l’ultima volta che aveva visto le stelle. Non a Roma, di questo era certo.

L’ultima pagina

La riunione di redazione cominciò alle undici e diciasette. Gli autori e i giornalisti di seconda fascia seduti compostamente al tavolo ovale, ognuno con una tazza rossa davanti e del caffè ormai freddo all’interno, lo avevano atteso per oltre quaranta minuti:

Gusci rossi

Tess odiava il martedì. Lo detestava da sempre. Le rimaneva indigesto come i broccoli che da bambina sua madre le propinava per cena, implacabile, ogni secondo giorno della settimana, obbligandola a rimanere seduta fino a quando non fosse rimasta più traccia di verde nel piatto.

L’odore del gelsomino

Aspettavo che passasse. Piangendo, ma in silenzio. Insieme a lui entrava nella mia stanzetta l’odore del vino che annullava immediatamente tutti gli altri, anche quello solito di mio padre, fatto di duro lavoro nei campi, di fieno, di fatica.