La gallina dalle uova d’oro

La chiamavano “la gallina dalle uova d’oro”. Faceva guadagnare parecchi soldi a Carlos. La mandava in giro in tutti gli aeroporti d’Europa imbottita di ovuli di cocaina.

Pastorale veneta

La notte che Berto nasce – una tipica notte di piena estate in pianura padana, nera e densa come la pece – la quiete ovattata, ronzante di zanzare, è rotta dal grido acuto di sua madre, che muore mettendolo al mondo. Il silenzio inghiotte quell’urlo e torna compatto.

Spazzatura

Tanfo. Buio. Devo stare rannicchiato, raggomitolato nelle mie ossa. Tanfo. Buio. Qualcosa di morbido sulla tempia sinistra. Uno spuntone dietro la scapola, forse la punta di un ombrello rotto. Fermo, immobile, non mi devo muovere.

Lo stesso pezzo di vetro

Come ogni sera è rientrata puntuale, alle nove. Stacca dal lavoro un’ora prima, lei non mi dice dove va, io non glielo chiedo. Entra in casa e si toglie i tacchi, saranno 8 cm o forse 10, poggia il giaccone bagnato all’appendiabiti dell’ingresso alzandosi un po’ sulle punte, apparentemente senza preoccuparsi delle gocce che entro poco tempo formeranno una piccola macchia sul pavimento; poi si trascina in salotto a occhi socchiusi.

Tosse

Mia moglie arriverà a momenti.
Resto immobile, a guardare le immagini che scorrono veloci sul televisore appeso in alto, 23 pollici. Non so neanche perché mi ostino a guardarle. Ogni fotogramma, ogni singola voce, ogni colore, tutto mi scorre davanti in modo indistinto.

Pecorino di Pienza

Un odore acre mi avvolge le narici. Una puzza di polvere rappresa, di stantio, di chiuso. Faccio un respiro profondissimo. Ho un po’ di paura. Infilo la chiave nella toppa, e timidamente apro la porta.

Linee rette

Parcheggio il motorino sul marciapiede di fronte allo stabilimento balneare e con passo svelto mi dirigo verso la spiaggia. Cerco con lo sguardo il bagnino e sorridendo gli chiedo a gran voce un lettino, il più possibile vicino al mare per favore.

Mara

«…E quettaaa, mamma?»
Mara secondo me lo fa apposta di trascinare le vocali e comprimere le consonanti quando parla. Parla tanto, tantissimo per una bambina di 5 anni, e a volte cantilena la a di “taaanca”, altre volte sibila la s, serra la t, arrovella la r, e imbocca una “strada”, perfettamente.

Treni

Stanotte la luna mi sembra più tonda e più chiara del solito. È tutta liquida e se ne sta lì a guardarmi. Non capisco ancora se gliene importi qualcosa. Ho provato spesso a porle domande, a implorarla di darmi un cenno per sapere se potevo trovare un altro chiarore a illuminare le pareti strette di questa cella nella quale sono rinchiuso da troppo tempo ormai.

Come piccoli fili d’erba

Chiara corre a perdifiato. I fiori della brughiera le avvolgono le gambe, ma non li sente, né vede la loro bellezza. 
A ogni passo i polmoni si dilatano in cerca d’ossigeno. La pioggia le incolla i capelli al viso. Non ha più nulla, se non sé stessa.

Rosso pomodoro

Samirah odiava il rosso, soprattutto la tonalità che improvvisamente colorava le faccia di quelle persone quando urlavano e insultavano il suo papà e tutti gli altri braccianti che erano con lui nei campi a raccogliere i pomodori.

Il bianco si sporca solo a guardarlo

Ricordo bene perché quella sera, sfidando la paura del buio, entrai lì dentro.
Mi ero lavata le mani due volte prima di spingere la maniglia della camera da letto di mia zia, accendere la luce e avvicinarmi al letto.

A reggina de Roma

«T’amo fatto ‘na sorpresa» dicono li froci amici mia «’na reunion.»
«’Na che?»
«’Na reunion», sartella er fidanzatino de l’amichetto mio che s’engrifa solo pe ’e cose zozze.
«E io che me pensavo d’esse venuta pe’ magnà» dico, e m’allungo er giacchino su l’attaccapanni.

In ritardo

Al telefono:
«Che cosa vuoi Mario, non ci sentiamo da tantissimi anni.»
«Hai ragione Anna, ti devo parlare. Sono accadute alcune cose importanti, una grave, vorrei che tu lo sapessi, non ti avrei cercato se non fosse così.»
«Perché non ne parli con lei? Geneve, vero?»

La principessa nera

«Quanto?»
«30»
«Ok sali.»
«No, io no sali. Tu scende.»
«Io scende dove scusa?»
«Tu scende. Io letto dietro. Più comodo auto.»

Vinto

Eravamo a Roma. Nella bella Roma. Del cavolo. Erano i Campionati del Mondo di Scherma del 1982. Annata del cavolo. Posso ancora sentire il caldo italiano di quell’anno.

Whisky doppio

Il pub si presentava esattamente come lo aveva lasciato la sera prima. Vecchio, semivuoto e con le luci soffuse. Una volta entrato si levò il cappotto e si avvicinò al bancone. Il proprietario poggiò un bicchiere davanti a lui e cominciò a versargli del whisky.

La solitudine mi fa paura

L’alba era plumbea, con i nuvoloni che fanno tutto nero, una di quelle mattine in cui avrebbe voluto non svegliarsi per niente, ma si era svegliato. Aveva tirato fuori saponetta, rasoio, specchio e spazzolino da denti e, insieme al cane Oreste, erano risaliti fino al lungotevere.

Pasta alla Kumar

Sono una ladra. Ho rubato, sì. Sono colpevole. Arrestatemi. Ammazzatemi. Ho rubato per fame. Non ho soldi per mangiare e l’altro giorno sono entrata nel negozio di Kumar, l’indiano amico mio che ha il negozio di alimentari sempre aperto dietro al parchetto di Via Casilina a Torre Angela

Dietro lo specchio

Stavolta no. Stavolta strillo. Se non mi lascia andare io… Infila le mani nel pigiama. Ha mani morbide. A me piacciono le sue mani. Quando mi dà la mano io sono felice. La mia è piccola, scompare nella sua. Calda, avvolgente.

Ma come ti sveglio io, Giova’?

Quando entra al bar suscita più ripugnanza che paura. Non lo teme nessuno, né le bariste, né il cassiere, né tantomeno i clienti. Non i clienti abituali, almeno, non quelli del quartiere. Perché, certo, le ragazze giovani soprattutto, se non l’hanno mai visto prima, lo allontanano. O lo ignorano. O lo evitano.

Vorrei che non fosse un segreto

Ricordo che c’era una strada e sulla strada una casa e la casa era una clinica, ma sembrava proprio una casa, perché aveva un comignolo di pietra e i gerani alle finestre e le imposte di legno proprio come le casette da cartolina o quelle nelle palle di vetro con dentro l’acqua e la plastica che sembra neve.

Ancora una volta

Eppure vorrei vederla, una volta ancora. Annusarla, poggiare il naso nell’incavo tra nuca e collo. Morderle una guancia e lasciarle un livido di passione, denti che segnano il mio passaggio.

Latrina

Mi chiamo Alfio, della vita non so niente e passo il tempo guardando cazzi.
Dritto, a punta, a suppostina, asta storta, testa grossa, base larga, gonfio in mezzo, corto e tozzo, lungo e fino, a salsicciotto, a candeletta, guarda quello, brilla pure. È normale o radioattivo?

Maledetti ciclisti

In certi casi un po’ di delicatezza ci vorrebbe. Ma come glielo dici a una persona che sta per morire: “Guardi sa … si potrebbe dare il caso che lei non arrivi al prossimo Natale.” “Ah! Che culo! Quest’anno risparmierò di sicuro sui regali!”