Panna montata

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L’uomo si lasciò cadere sulla sedia in metallo non troppo confortevole della gelateria. Ma come le era venuto in mente – si chiese –  a quella stronza della sua editor di dargli appuntamento in un posto come quello...

L’uomo si lasciò cadere sulla sedia in metallo non troppo confortevole della gelateria. Ma come le era venuto in mente – si chiese –  a quella stronza della sua editor di dargli appuntamento in un posto come quello? A lui, che era diabetico e girava con l’insulina in tasca e viveva in un continuo stato di ristrettezza su tutto. Si asciugò il sudore dietro al collo. Quel caldo era insopportabile. Forse era per questo che Giada aveva scelto l’antica gelateria. Si accomodò sulla sedia cercando di bilanciare meglio il suo peso. La cameriera gli passò davanti con due coppe al cioccolato stracolme di panna montata e granella di nocciole. Non riuscì a staccare lo sguardo da quelle coppe, né tanto meno dai due ragazzi che le avevano ordinate. Osservò ogni movimento quasi lo facesse lui: il cucchiaino che con delicatezza prendeva qualche granello, lo stesso cucchiaino che affondava nella panna andando a pescare il cioccolato e si intratteneva a lungo tra le labbra serrate per l’attimo di degustazione. Si scoprì a fare lo stesso movimento con la bocca come se stesse mangiando. Al diavolo– pensò con lo stomaco che si contorceva per la fame e il desiderio di dolce che impazzava. Chiese un caffè e dell’acqua. “Il caffè lo vuole liscio o con la panna?” Guardò con occhi infuocati la ragazza ma poi un brandello di lucidità ebbe la meglio. Certo quella sprovveduta fanciulla non poteva sapere del calvario iniziato da circa un anno, da quando aveva scoperto di essere diabetico. “Nero, grazie.” Aveva 56 anni, pesava 130 kg ed era  un scrittore di gialli. Amava il suo lavoro ma ancor di più il cibo con il quale aveva un rapporto morboso. Soprattutto i dolci. Ne aveva sempre con sé, anche durante le conferenze. Masticare lo aiutava a trovare la concentrazione per una trama brillante, per un incipit straordinario, per una conclusione imprevedibile. Sgranocchiava sempre. A ogni ora del giorno e della notte. “Aldo come stai?” La voce di Giada lo raggiunse nell’attimo in cui terminò il caffè. La sua editor era magra come una acciuga, quasi anoressica, forse per la legge del contrappasso – si disse.
“Gentile da parte tua darmi appuntamento in questo posto”, rispose intono brusco al saluto garbato di lei.
Giada rise.
“Non hai mai avuto senso dell’ umorismo e poi un po’ di gelato non ha mai ammazzato nessuno! Fuori fa 40°  e qui si sta una delizia.”
“Mi sono appena ricordato del perché non ti rispondo al telefono, – disse sarcastico – la tua sensibilità elefantiaca. Che c…zo c’entra l’umorismo? Ti sembra normale dare appuntamento a un diabetico nella sua gelateria preferita?” Giada lo guardò di traverso. “Sei in grado d’intendere e volere, potevi proporre un posto diverso. Perché non scrivi con la stessa velocità con cui sputi sentenze?”. Concluse la frase con quel sopracciglio alzato che lo mandava al manicomio tutte le volte.
“Prendete qualcosa?” La cameriera era tornata al tavolo con il menù.
“Volentieri, io un sorbetto al mirtillo con panna. Non ti dispiace vero?” disse guardando l’uomo che continuava ad agitarsi sulla sedia.
“Fa come ti pare. Un altro caffè –chiese a mezza bocca, poi ci ripensò– anzi una granita al caffè ma senza zucchero.”
“Ottimo” Giada lo guardava con aria preoccupata. Era la sua editor da 10 anni e lo conosceva bene. Aldo poteva attraversare periodi di fermo totale ma mai aveva mostrato un blocco così lungo e improduttivo. In più si era isolato da tutto e da tutti.
“Non mi piace farti pressione, lo sai, ma sono due anni che non scrivi neanche un racconto, un incipit, un titolo. Niente. Che succede?”
“C***zo Giada, come che succede? Sono malato, sono diabetico, segui il labiale: d-i-a-b-e-t-i-c-o.”
“Aldo, sei il solito esagerato. Non ti hanno diagnosticato un tumore. Sei diabetico come il 40% della popolazione e in più sotto controllo. Questo che c’entra con lo scrivere?”
Il sorbetto al mirtillo era arrivato insieme alla granita.
“Tu chiedi che c’entra? Guarda con i tuoi occhi. Osserva come il tuo sorbetto riempie la visione di gioia e colore. La panna bianca e soffice che si poggia sul colore rossastro sta promettendo un momento di goduria totale, quasi di orgasmo. Invece guarda la tristezza di una granita di caffè, senza niente. Il colore marrone ti evoca qualcosa di bello? Lo sguardo non viene rapito. Vedi solo piccoli chicchi di ghiaccio sporchi e pensi che potresti anche lasciarla lì. Ecco cosa c’entra. Non posso più assaporare i cibi, goderne fino all’ultimo mentre l’ispirazione arriva. Ho perso di fatto la mia Musa” concluse, aspirando rumorosamente la granita. L’editor era rimasta con il cucchiaio a metà di fronte a quell’elogio funebre e fu solo la panna che le colò sulla maglietta a scuoterla. Non sapeva se ridere o piangere. Dunque il grande scrittore di gialli, l’uomo che aveva venduto più di 10 milioni di copie negli ultimi 5 anni era distrutto dalla scoperta non di essere diabetico ma di non poter più strafogarsi di cibo come aveva fatto nel fiore dei suoi anni. Restò un attimo in silenzio, non voleva irritarlo ma portare a casa la promessa che entro un mese lei avrebbe potuto leggere l’inizio di un nuovo giallo. Si schiarì la voce: “Certo, la perdita è enorme, tuttavia credo che tu stia esagerando. La tua Musa è sempre lì, pronta a ispirarti solo con una quantità leggermente più contenuta. Ma senti Aldo, qualunque siano le tue nobili motivazioni a me serve un capitolo nuovo da leggere. Sgranocchia sedano, carote, oppure bastoncini di legno o quello che vuoi ma per la miseria, SCRIVI, scrivi qualcosa che io possa leggere.”
“Un mese, un mese” disse quasi con un ruggito.
L’editor si alzò di scatto, prese la borsa, mangiò ancora una cucchiaiata di panna e uscì dalla gelateria. Aldo guardò tristemente il sorbetto che si scioglieva, il ghiaccio che lasciava posto al liquido violaceo mentre la panna dava vita a una via lattea all’interno del violaceo. Che spreco, pensò. Si alzò con riluttanza. Non voleva uscire fuori, tornare a casa, scrivere. Non voleva fare nulla di tutto questo. Avrebbe solo voluto prendere una gigantesca coppa di gelato. Si avvicinò al bancone di acciaio lucidissimo. Osservò il gelataio che mantecava il pistacchio appena preparato. Pistacchio di Bronte, diceva la targhetta.
Ma quanto pistacchio c’era a Bronte, considerando quanto fosse piccola la località, si domandò. Il movimento delle mani che mantecavano la crema lo ipnotizzavano. Sembrava che tutto il discorso di Giada non l’avesse scalfito. Lui guardava solo la consistenza del gelato che cambiava da compatta a cremosa. La panna che sembrava una nuvola immensa dove sprofondare.
Quando muoio voglio essere pannato, si disse. Pensò che il suo epitaffio sarebbe stato: “Che peccato non ho terminato il gelato”. Accennò una risatina. Il mangiare era per lui vita, sfogo, divertimento, esperienza, accensione di tutti i gusti e soprattutto ispirazione. No cibo? No libro. Accarezzò con lamano il vetro del bancone, quasi a coccolare tutti quei gusti. Meglio che mi tolga da qui, si disse. Si avviò con passo pesante verso la porta. Qualcosa sbatteva ritmicamente contro la sua gamba. Mise la mano in tasca. Era la siringa d’insulina, la nuova compagna di vita. Aprì la porta. La richiuse senza uscire dal locale. Si sedette di nuovo. La siringa sul tavolo. “Una vaschetta da un kg di nocciola, stracciatella e pistacchio, quello di Bronte. Con mezzo chilo di panna a parte” urlò alla cameriera. Si sistemò nuovamente sulla sedia scomoda. La vaschetta arrivò. Immerse il cucchiaio facendo un ricciolo che prendeva tutti e tre i gusti. Con il secondo cucchiaio prese la panna: una goduria indescrivibile. Un momento di estasi totale dopo un anno di privazioni. Se doveva morire, preferiva farlo mangiando. Seconda cucchiaiata. Chiuse gli occhi. Li spalancò all’improvviso. La trama prendeva corpo, il filo iniziava a srotolarsi. Un nuovo enigma. Finalmente un sorriso compiaciuto si stampò sul suo volto. Si riempì la bocca totalmente. Chiuse di nuovo gli occhi e scrisse l’incipit nella sua mente:
L’uomo grasso era steso per terra con la siringa d’insulina sull’addome e il cellulare nella mano sinistra.
Sul telefono ancora il messaggio che non era riuscito a spedire all’Editor. Una sola parola. Fanculo.

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