La torta di mele

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Manca un quarto alle cinque, è ancora buio, ma la signora Agostina Mascaretti è sveglia da un po'.Lentamente tira fuori i piedi dalle lenzuola, a fatica siede sul bordo del letto, abbassa lo sguardo e cerca le pantofole...

Manca un quarto alle cinque, è ancora buio, ma la signora Agostina Mascaretti è sveglia da un po’.Lentamente tira fuori i piedi dalle lenzuola, a fatica siede sul bordo del letto, abbassa lo sguardo e cerca le pantofole: è caldo ma non le piace camminare scalza, non sta bene e poi si sporcano le scarpe.
Infila la vestaglietta azzurra con i pallini color avorio, il pizzo della sottoveste bianca resta fuori e sfiora le ginocchia, annoda la cintura in un fiocco sistemato tra il seno prosperoso e l’addome abbondante e si aggiusta strisciando le mani sui fianchi. I suoi passi sono lenti, incerti, stanchi. Osserva l’immagine di sé che le rimanda lo specchio. I contorni del suo viso raccontano una bellezza ormai lisa e lontana. Con gesti identici a quelli del giorno prima raccoglie in un piccolo chignon i lunghi eradi capelli bianchi. Sciacqua gli occhi e affonda la faccia nell’asciugamano azzurro che sta sempre accanto al lavandino: resta così per qualche secondo, cercando di ritrovare un odore ormai svanito. La tovaglietta a quadri bianca e verde occupa solo una parte del tavolo, è lì dalla sera prima; dopo aver cenato Agostina raccoglie le briciole ma non la toglie mai, meglio lasciarla pronta per la colazione. Vicino c’è un vaso di vetro vuoto con il segno bianco lasciato dall’acqua, una vecchia impronta che racconta di fiori freschi e tulipani rosa che nessuno compra più per lei. Due tazze in ceramica, una bianca con la riga rossa e un’altra sempre bianca ma con la riga blu e il manico incollato, sono capovolte sopra al centrino sulla credenza in formica marrone; al lato una  foto di un uomo in una cornice sottile di argento e una piccola immagine di Padre Pio appoggiata al fondo del mobile. Accende il fuoco sotto la caffettiera, riempie un bricco con del latte e lo mette a scaldare. Le tazze le prende entrambe, ma ne riempie soltanto una, quella con la striscia rossa. Si siede, taglia il pane in piccoli quadrati che affoga nel caffellatte, mangia lentamente, lo sguardo fisso nel vuoto di fronte a lei, mastica, ingoia e sospira. La saracinesca è pesante e anche un po’ malandata, avrebbe bisogno di essere cambiata o almeno oliata e verniciata. Quando Agostina apre la bottega è quasi giorno e l’alba rosa promette un’altra giornata calda e forse afosa, ma tanto lì dentro si suda comunque. Solleva il telo per controllare la lievitazione del pane e dei maritozzi e tutto sembra in ordine, la torta di mele è già pronta dalla sera prima, basta poggiarla sul vecchio bancone, aprire la porta, spazzare il pavimento di graniglia, annaffiare l’oleandro e sistemare sul marciapiede le due sedie di paglia con i cuscini a fiori gialli. Con la scopa in mano si ferma a guardare gli scaffali, la carta da cucina e i rotoli di alluminio sono sistemati accanto ai tovaglioli di carta e agli stuzzicadenti. Ci sono solo due marche di detersivo per i piatti accanto ai guanti in gomma gialli e verdi di tre misure e poi le spugne in acciaio e quelle morbide. La carta igienica e il sapone per le mani sono nel ripiano in basso. Bicarbonato, sale, zucchero e pochi pacchi di pasta e riso sono in alto. La carne Simmenthal e il tonno sono ben ordinati accanto ai barattoli di olive e sottaceti. Il caffè sta per finire e c’è da ordinare il Tavernello e i succhi di frutta alla pera. Bisognerebbe spolverare ma adesso è tardi, pazienza. Controlla i prezzi scritti con il pennarello rosso sui pezzi di cartone, a volte cadono ma per attaccare le etichette su tutte le confezioni ci vuole tempo. Le mensole non stanno più tanto dritte e gli angolari cromati sputano un po’ di ruggine, forse i prodotti sono pochi ma quelli indispensabili non mancano, tanto qui vengono solo per la torta di mele e per le cose dimenticate, per la spesa ci sono i supermercati, quelli nuovi sulla statale dove non parli con nessuno e fai presto. Nella bottega tutto è rimasto come era. Solo la torta di mele non ha più lo stesso sapore ma la comprano lo stesso, non capiscono la differenza di quando era il suo Giacomo a impastarla, ma lei sì. Lo vede ancora mentre immerge un dito nell’impasto, lo assaggia, lo lavora a lungo, si pulisce le mani sui pantaloni, si asciuga il sudore con il braccio e poi sbuccia le mele, quattro, grandi e rosse. Le taglia sottili, poi zucchero, limone e tanta cannella, ne mangia un pezzo, è soddisfatto. Il forno è caldo abbastanza, è tanto vecchio, Agostina spera che continui a funzionare ancora per qualche anno, se si rompe è un guaio, i soldi per ripararlo non ci sono. La teglia è pesante e le sue mani deformate dall’artrite faticano a sollevarla, le sembra sempre di vederlo il suo Giacomo infornarne due alla volta, se chiude gli occhi può sentire la sua voce allegra che la cerca. Mentre prepara l’impasto della torta di mele avverte un lungo e morbido soffio di calore sul viso, allora la pelle si ricopre di brividi e gli occhi di lacrime.  Agostina saluta tutte le clienti con quel “ciao Signora”  che fa sorridere chi viene da fuori, un misto tra un tu e un lei che sa di caldo e simpatico rispetto. L’estate colora il paese e le voci dei bambini che tormentano le mamme cariche di borse e secchielli spezzano il silenzio che avvolge Agostina.  Il suo Giacomo regalava sempre un biscotto ai piccoletti, ma solo a quelli più capricciosi e petulanti, ansiosi di andare in spiaggia a rotolarsi nella sabbia, così li silenzia per qualche minuto e le madri riconoscenti sorridono e finiscono di fare la spesa. Manca poco alle otto, ormai sono quasi tutti rientrati dal mare, le gambe sono gonfie e la schiena le ricorda che sta in piedi da troppe ore. Conta i soldi nella cassa e limette in tasca. Avvolge nella carta stagnola la torta di mele avanzata, controlla gli impasti, spegne le luci e si siede fuori accanto alla sedia vuota. Da lì riesce a vedere un pezzo di mare lontano, stanca e sudata sente il sole tramontare alle sue spalle. Chiude gli occhi e appoggia una mano sul cuscino vicino, lo sa che Giacomo le sta seduto accanto con la canotta a coste bianca infilata nei pantaloni marroni arrotolati fino alle caviglie tutti sporchi di farina e la cintura di pelle che stringe troppo la pancia; lo vede mentre si toglie i sandali e distende le dita dei piedi stanchi. Apre gli occhi e abbandona lo sguardo al cielo. Si alza piano appoggiando le mani sulle ginocchia. Spegne la luce, mette a posto le sedie, abbassa la saracinesca e sorride al pensiero che domani mattina, sulla tovaglietta a quadri, insieme alla tazza con la riga blu e il manico rotto, ci sarà anche un pezzo della torta di mele del suo amato Giacomo.

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