Data

Lasciare il proprio paese sembra ancora adesso ai miei genitori, anche adesso che io me ne sono andato, un sacrificio tanto grande da sfiorare la pazzia. «Legami mani e piedi ma poi gettami in mezzo alla mia gente» ripeteva mia madre a mia zia Lucia. Zia Lucia era partita per lavorare a Pavia («di tutti i posti che c’erano al mondo»)…

Il giorno di Santo Stefano del 2002 entrai nel salotto dei miei genitori a cercare un portacenere. Ci trovai un ragazzo sui vent’anni che si guardava intorno seduto tutto solo sul divano. Alzò gli occhi a me e mi guardò senza sorridere né allarmarsi. Pochi secondi dopo arrivò anche mia madre, con un vassoio di biscotti e la caffettiera fumante.
«Beh, non lo riconosci?»
Io non risposi.
«È Zeno».

Lasciare il proprio paese sembra ancora adesso ai miei genitori, anche adesso che io me ne sono andato, un sacrificio tanto grande da sfiorare la pazzia. «Legami mani e piedi ma poi gettami in mezzo alla mia gente» ripeteva mia madre a mia zia Lucia. Zia Lucia era partita per lavorare a Pavia («di tutti i posti che c’erano al mondo») e le sue disgrazie non finivano qui. Zia Lucia aveva divorziato e doveva crescere un figlio, mal equipaggiata com’era a stare al mondo anche da sola. Mia madre compativa anche mio cugino Zeno, suo figlio. Così, appena compì quattordici anni, Zeno – agli occhi di mia madre giusto un pelo più fortunato di un orfanello – fu invitato a passare il mese di agosto da noi. Mia zia Lucia acconsentì. «Poverino, almeno questo» ripeteva mia madre.
Io non avevo niente in contrario a questa visita. Uccidere Zeno non era mia intenzione. L’idea nacque dopo e non era un’idea così terribile. Intendo dire che non la concepì nella sua terribile interezza e rimase un’idea piuttosto confusa e incerta, direi quasi goffa. D’altronde Zeno è vivo e vegeto. Non ce l’avevo in ogni caso con lui a priori, lo ricordavo a mala pena perché non lo vedevo da cinque anni, da quando era morto mio nonno. Per me Zeno poteva venire a trovarci quando voleva.

Il due agosto Zeno scese dall’autobus. Camminava con il busto e la testa verso destra per bilanciare il peso del borsone nero che portava, ma pareva che il borsone fosse lì non per contenere le sue cose. Il borsone era lì per ottenere esattamente l’effetto che era allora sotto ai nostri occhi: un corpo leggerissimo e perfetto anche se piegato dallo sforzo. Adesso potevo immaginare che aspetto potesse avere Narciso, se mai Narciso avesse deciso di portare un borsone nero; o Apollo, se avesse lasciato crescere i capelli fin sotto le orecchie. Mio padre lo guardava sorridente e preoccupato. Invidiava quel figlio a mia zia Lucia e – ne ero certo – invidiava qualcosa anche a Zeno. Mia madre invece guardò Zeno come divertita e ogni tanto puntava il dito sul nipote e dava una gomitata a mio padre come a dire “ma lo vedi? Quello è mio nipote”. Divenne persino divertente. «Mi presteresti questa maglietta? Così la metto quando vado a ballare» disse a un certo punto e prese Zeno per il braccio e lo portò con sé nel cucinino con la scusa di farsi aiutare a fare il caffè. Mamma non chiedeva mai aiuto e di certo non saltellava a quella maniera mentre camminava. Nel tragitto tra la sala e il cucinino pareva ballasse. Li osservai dalla mia sedia. Parlavano fitto fitto. Zeno scherzava e mamma rideva. Io non sentivo niente di quello che si dicevano ma, se non avessi conosciuto mamma, avrei detto che faceva la civetta. Aveva dimenticato che Zeno era figlio di una donna sola, che portava un nome da cani (così diceva lei). Ma no, non faceva la civetta. O sì? La maglietta di Zeno stava tanto larga sul collo che si vedevano le spalle. Lo guardai cercando di capire come poteva mai sembrare un giovane dio con i pantaloni enormi e le scarpe sporche. Pensai a me, alla mia figura. «Fatti bello» mi aveva detto mia madre quella sera, e con questo voleva dire che dovevo sistemare i capelli, abbottonare la camicia e mettere le scarpe più scomode possibili. Se mi fossi vestito come Zeno non sarei uscito di casa, e di certo non ci sarei rientrato. Non ero ancora sicuro di quello che vedevo. Mi pareva che tutta la faccenda potesse non essere altro che una mia impressione. Accanto a Zeno mi pareva ora di scomparire ora che un faro fosse puntato sulla mia bruttezza e stupidità. Zeno era tutto luce. Abbagliava e tutto il resto spariva o illuminava ogni crepa. Ma non ero sicuro di niente e ancora non mi era balenato nulla in mente. Non sapevo se tutta quella faccenda fosse reale o se non fosse invece solo una mia impressione. Non era il caso di prendere contromisure.

Dopo cena mio padre mi prese da parte. «Figlio mio, domattina portalo in giro. Uscite, non può stare solo con i grandi. Chiama i tuoi cugini.» Non ebbi il coraggio di spiegare che il rapporto con i miei cugini Malune era limitato nel tempo e nello spazio. Non sopravviveva fuori dalla casa di mia nonna e oltre la domenica. I ragazzi di quattordici anni erano per mio padre – forse per tutti gli adulti, come colombi oppure muli, indistinguibili. I ragazzi di quattordici anni che conoscevo io erano invece ben distinti in un sistema di caste. In queste caste io non stavo né troppo in alto né troppo in basso, ma nella parte bassa del mezzo, insieme ai cugini Malune. Il problema è che io non sopportavo i cugini Malune. Non sopportavo me stesso nei momenti in cui ricordavo di essere pari ai cugini Malune. Non sopportavo nessuno che fosse mio pari ma nessuno al di sopra mi avrebbe mai rivolto la parola. E così non avevo un amico. Neanche uno.
Sapevo che i Malune stavano sempre alla fontana. Eccoli, appoggiati al muretto in piazza.
«Ciao» disse Zeno a Luigi Malune.
«Ciao» risposero Donato e Luigi Malune. Io li guardai e abbassai la testa per salutarli. Pareva che non mi avessero riconosciuto. Guardavano solo Zeno.
«Avete una sigaretta?» chiese Zeno.
Scossero la testa, scusandosi. I Malune non fumavano, ne ero certo.
«Ci andresti a prenderle, Fra’? Ci andrei io ma non so dove è il tabaccaio. Ti do io i soldi.» Zeno parlava con me. I Malune mi incoraggiavano con gli occhi. Mi stavano scaricando. Riuscii solo a fare sì con la testa, senza aprire bocca, e diventai rosso per la vergogna. Zeno si sedette in mezzo ai due Malune. I due cugini adesso avevano la pelle più gialla e i denti più storti.
Se i miei mi avessero visto entrare da Lino il tabaccaio avrei perso la testa. Me l’avrebbero spaccata in due, senza neanche pensarci, così credevo io.  Erano le dodici e trenta. Entrai e mi feci dare due pacchetti di sigarette. Lino il tabaccaio non fece una piega, non mi guardò neanche. Arrivai in piazza trionfante, con le Merit in mano e persino un accendino perché non si sa mai. Smisi di sorridere quando non trovai nessuno al muretto. Era ormai l’una e mezza. Avevano già chiuso il negozio di scarpe, il fioraio, l’alimentari di Bastiano e persino il baretto di Tore Mura. Non potevo chiedere a nessuno dove fossero finiti. Mi sedetti all’ombra del mandarino ad aspettarli. Il venticello del primo pomeriggio non bastava a mitigare i trentasei gradi segnati dal termometro della farmacia. Se fossi tornato a casa senza riportarci anche mio cugino mi avrebbero accusato di averlo abbandonato. Ma chi poteva dire in che direzione era andato. Salivo e scendevo dal muretto cambiando idea sul da farsi. Guardavo l’angolo della strada, cercando di far apparire Zeno a furia di concentrarmi e desiderando che apparisse. Cercai di ricordarmi se quando mi aveva chiesto di prendere le sigarette stava sorridendo. Non sorrideva. Forse allora non era una trappola. C’è sempre una trappola se uno ti chiede di fare qualcosa e poi sorride. Non aveva nemmeno una luce negli occhi, la luce di chi sta per tirare un brutto scherzo a un altro. Non era uno scherzo allora, a meno che Zeno non sapesse accendere e spegnere luci degli occhi a suo piacimento. Nonostante questa assenza di sorrisi e di luce, si fecero le due e mezza e non si vedeva ancora nessuno. Decisi di tonare a casa. Per tutto il tragitto pensai a come spiegare ai miei perché Zeno non era con me. Faceva caldo, non avevo mai sentito coì caldo. Pensavo al pacchetto di sigarette che mi avevano mandato a comprare e non sapevo per quale colpa mi avrebbero spaccato la testa. Forse avrei potuto dire che Zeno si era sentito male e che ero andato a cercare qualcosa in farmacia. Forse saremmo potuti uscire insieme a cercarlo. Forse avrei potuto trovare il modo di accennare ai cugini Malune. Magari Zeno si era fatto convincere ad andare a casa loro o al campetto dietro le scuole elementari.
Aprii la porta di casa per trovare Zeno, mia madre e mio padre seduti a tavola. I piatti erano ormai ammassati sul lavandino e prendevano il caffè al tavolo. Mio padre rideva di gusto, con una mano sopra la guancia, mentre mia madre preparava una seconda caffettiera, ridendo anche lei. Prima di potermi chiedere che cosa mai raccontava Zeno ai miei genitori per farli ridere così, sentii il sangue salire alle tempie e riempirmi gli occhi.
«Finalmente il signorino si è degnato» mi gelò mio padre.
«Ho lasciato una fettina e l’insalata dentro la credenza, i piatti li laverai tu poi. Non lasciarmi le cose sul lavandino, ho diritto di riposarmi anche io» disse mia madre
Fu tutto. Non si preoccuparono di sgridarmi o consolarmi, non mi fecero domande. Io ubbidii a tutto e andai in camera. Piansi tutto il pomeriggio e poi fino a sera, torturandomi con le lacrime e le fantasticherie. Una volta avevo l’aspetto di Zeno e tutti si giravano a guardarmi e ridevano con me anche se non parlavo mai. Una volta avevo il mio aspetto ma qualche sortilegio mi rendeva irresistibile ed ero fonte di tutti i sospiri e tutte le gioie del paese e del mondo intero. Zeno entrò in stanza e disse: «Credevo che saresti andato dritto a casa, era già tardi». «Scusa» aggiunse dopo un po’. Non credetti a una parola e smisi di fantasticare. Tanto grandi mi sembravano i suoi poteri che avevo paura che avrebbe potuto indovinare cosa stessi immaginando. Fu lì che avvertii la scintilla di un’idea.

Passai una settimana a casa. Zeno usciva tutti i giorni. Usciva con i Malune e usciva anche con Andrea Loddo. Uscivano tutti insieme, andavano in piazza e al tabacchino. Passavano a prenderlo ogni mattina, lo riportavano per pranzo. Passavano di nuovo alle quattro e lo riportavano alle otto per la cena. Ripassavano alle nove e mezza e lo riportavano alle undici. Zeno non mi invitò mai a seguirlo. Certo, a me i Malune non piacevano. Ma proprio per questo, che fossi io invece a non piacere a loro mi faceva torcere lo stomaco. Immaginavo a volte che parlassero di me per tutto il tempo, a volte che non facessero mai il mio nome. Non sapevo cosa mi avrebbe fatto soffrire di più. Io facevo finta di dover leggere i libri assegnati per le vacanze, andavo a trovare mia nonna, stupita ogni volta di questa improvvisa premura. Fingevo di uscire per andare al campetto e passeggiavo da solo verso la campagna, dopo le ultime case del paese. Non potevo ingannare neanche i miei genitori: tutti sapevano che ero solo. Forse lo avevano sempre saputo. Mi venne anche il dubbio che Zeno fosse stato invitato per me, per farmi compagnia. Non era lui il poveretto da compatire, il figlio di una madre sola e lontana dalla famiglia. Ero io da compatire. Mi si rivoltò lo stomaco dall’umiliazione. In quei giorni sentivo delle scintille dentro e la testa mi scoppiava per la pressione.
Per dare tregua alla mia agonia, credetti, i miei decisero di portarci al mare quella domenica. Ci mettemmo in macchina con ombrello, asciugamano, insalata di riso e fettine impanate.
Mi vergognavo di tutto. Della mia solitudine durante la settimana, del costume da bagno che indossavo, del mio petto stretto stretto, coperto da una maglietta troppo corta perché al mare non si portano magliette nuove. Mi vergognavo dell’insalata di riso. Mi vergognavo perfino di Dosa con il suo fondale scuro e l’acqua verde, mi pareva un mare di seconda categoria. La mia famiglia era di seconda categoria e anche io ero di seconda categoria. Guardavo alle rocce rosse e nere e il mio cuore scendeva fino a terra. Solo l’euforbia con i suoi cespugli perfettamente tondi, con il suo giallo e verde contro le rocce cupe di Dosa, mi rimetteva in pace con il mondo. Cresceva dappertutto e pareva che un giardiniere fosse passato ora ora a darle una sistemata. L’euforbia non è certo una rosa. L’euforbia è di seconda categoria ma si mette dove non c’è confronto e lì, in mezzo alle rocce desolate e cupe, sembra ancora più bella di una rosa. Dove si mette l’euforbia, la prima categoria non sopravvive.
L’euforbia mi diede l’idea.
Era solo un’idea e non riuscivo a vederne lo sviluppo. Era una goffa idea e non avrebbe potuto uccidere nessuno, di questo sono certo. Sentii solo un’urgenza che raramente avevo sentito prima e mi parve un buon auspicio.
Stendemmo gli asciugamani vicino alle rocce a picco sulla spiaggia. Zeno si buttò subito in acqua, lasciandomi da solo con i miei in spiaggia. Chiesi a mio padre se potessimo affittare un pedalò. Mio padre fu ben contento di quella proposta, ma qualunque mia iniziativa, a questo punto, lo avrebbe reso felice. Dissi che avrei preso Zeno sul pedalò per andare a Cala Morena, la spiaggia accanto. Mio padre avrebbe voluto accompagnarmi ma non osò ostacolarmi, per una volta che vedeva uno slancio vitale in me. Mia madre era troppo preoccupata dello stato di salute dell’insalata di riso per badare a me. Scorsi Zeno e pedalai verso di lui sorridendo.
«Vado all’altra spiaggia – dissi – vieni con me?»
Zeno fece spallucce e salì a bordo.
«Pedala» disse. E io pedalai. Al promontorio girai per Cala Morena. In quel punto l’acqua diventava gelida, l’acqua della corrente arrivava direttamente dalle montagne interne, dicevano.
«Andiamo più al largo, fino ai motoscafi» dissi a Zeno. I motoscafi erano ormeggiati a trecento metri ma Zeno non poteva dire di no. A quattordici anni, quando si è oltre le caste, non si può stare entro i trecento metri dalla costa. Andai verso i motoscafi in diagonale, allontanandomi anche dalla nostra spiaggia. Quando arrivai alla linea dei motoscafi continuai parallelo alla spiaggia, passando Cala Moresca. Potevamo vedere la spiaggetta di Parile – niente di speciale, tranne i cespugli di euforbia poggiati sulle rocce come cuscini.
«Torna indietro» disse Zeno.
«Torna tu, se nei hai voglia» risposi io.
«Torna indietro» disse ancora Zeno.
Stetti zitto. Per un istante Zeno non seppe che fare e si guardò alle spalle. Si alzò di scatto e mi si stava buttando addosso quando io lo spinsi giù dal pedalò. Cadde in acqua, di spalle. Il mare che rifletteva il sole e i capelli più scuri facevano diventare i suoi occhi più brillanti e la pelle più marmorea. Si mise a nuotare per tornare al pedalò e io mi allontanai. Mi urlò qualcosa contro e continuò a nuotare nella mia direzione mentre io continuavo ad allontanarmi. Gridò ancora e stavolta feci fare al pedalò un giro quasi a centottanta gradi e puntai verso di lui. Lui nuotò per allontanarsi, urlando. Urlava contorcendo la bocca e allungando il collo, riempiendosi di macchie bianche e rosse sulle spalle. Mi diede l’idea di un maiale quando si rende conto che è arrivata la sua ora. Pedalai più veloce e Zeno non poté evitarmi. Passai con il pedalò sopra il suo corpo. Non proprio sopra, forse, non credo di averlo toccato. In ogni caso Zeno spuntò dietro il pedalò. Mi dispiacque che spuntasse a galla così velocemente.  Il punto era proprio che doveva sparire, almeno per un po’, almeno il tempo di farmi riprendere il controllo di me stesso. Mi allontanai per un tratto poi girai di nuovo e ripuntai verso di lui. Di nuovo Zeno si mise a nuotare più veloce, cambiando direzione. Mentre pedalavo verso di lui si fermò alla mia destra e mi urlò ancora contro insulti di ogni tipo. Di nuovo lo misi sotto e di nuovo spuntò dal retro del pedalò. Questa sua ostinazione mi parve un altro dei suoi pregi, dei suoi insopportabili pregi. Io non voleva altro che vederlo sparire e lui no, si ostinava a tornare a galla. Gli andai ancora addosso, senza allontanarmi stavolta, solo girando il pedalò. Zeno non si mosse tanto e spuntò un po’ tardi dietro il pedalò. Urlò, urlò senza motivo.
Chi poteva sentirlo a quella distanza dalla spiaggia? Mi allontanai ancora pronto al quinto attacco quando vidi che Zeno tremava in acqua. Era nel punto dove l’acqua diventava più fredda. La faccia gli si era irrigidita e per un attimo mi parve di vederlo come sarebbe stato da morto. Come sarebbe stato da morto? Se lo avessi ucciso, lui sarebbe morto ma io sarei stato peggio che morto. Era quello che tutti dicevano quando un fratello uccideva un altro fratello. Ah, la mamma. Ha un figlio morto e un altro peggio che morto, avrebbero detto. Mi prese paura. Non volevo essere peggio che morto.
Mi avvicinai a Zeno, di nuovo. Era troppo stanco per allontanarsi. Gli tesi la mano e salì a bordo. Non mi chiesi allora perché avesse accettato la mia mano, perché fosse salito a bordo. Gli dissi solo «Riposati». Non poteva certo presentarsi così ai miei. Non mi chiesi nemmeno se avrebbe fatto cenno di tutto quello che era successo negli ultimi venti minuti ai miei. Ritornammo in spiaggia. La vacanza continuò come era iniziata, solo che io non soffrivo più come prima e mi parve che neanche i miei genitori mi compatissero più come prima. Ma non sapevano niente, ne ero sicuro. Zeno a loro non avrebbe detto niente. Lo sapevo allora e lo so ancora adesso, anche se il dubbio mi assale di tanto in tanto. Mi assale anche il dubbio che davvero io lo abbia assaltato con un pedalò a quella maniera. Poi ricordo le urla da maiale, non avrei potuto sognare urla del genere. Era tutto vero. La mia goffa idea e il mio goffo e terribile assalto.
Ma se è tutto vero (ed è vero) Zeno lo ha tenuto per sé? O lo sanno tutti? Sono forse un matto delle cui pazzie si parla solo quando egli non è presente? ­­
In ogni caso nessuno di tutta quella faccenda nessuno disse più niente. Così quando Zeno comparve nel salotto di casa mia, nel giorno di Santo Stefano del 2002 mi feci le domande che mi facevo sempre, ogni giorno da quel giorno, ogni ora da quella ora. Ma a lui non dissi niente e lui non disse niente a me.

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