Data

“Come va?” le chiesi. Si fece piccola piccola. Minuscola. Microscopica. Inesistente. Si piegò su sé stessa e con gli occhi iniziò a guardare un punto che si era creata sulla pancia. Ci mise più di qualche secondo a rispondere, finché non le uscì un piccolo soffio sottile. Con quel poco d’aria mi restituì un fragilissimo “Bene”, di vergogna. Una parola che non voleva pronunciare…

“Come va?” le chiesi. Si fece piccola piccola. Minuscola. Microscopica. Inesistente. Si piegò su sé stessa e con gli occhi iniziò a guardare un punto che si era creata sulla pancia. Ci mise più di qualche secondo a rispondere, finché non le uscì un piccolo soffio sottile. Con quel poco d’aria mi restituì un fragilissimo “Bene”, di vergogna. Una parola che non voleva pronunciare.
Quanto è brutto quando gli altri contengono la loro felicità solo perché tengono a te.
Aveva ragione. Perché lei poteva dirlo, ma io no. “Bene”, che parola disgustosa. Nessuno sente l’odore nauseante di questo concetto? Quella parola di merda non mi appartiene e la gente deve aver paura a usarla davanti a me. Sa come reagisco. “Bene”. Che schifo. È una parola che discrimina chi riesce da chi non riesce. Non mi state rispondendo, mi state emarginando. Mi state escludendo. Mi state abbandonando. Mi sembra naturale che vi tolga il saluto. Mi sembra naturale che non festeggi con voi. Mi sembra naturale che io non voglia avere nulla a che fare con voi. Non sono come voi. Non sto “bene” come voi.
E poi mi devo pure preparare una risposta per ogni volta che continuate con “e tu?”. Mi provocate per vedere se avrete qualcosa di cui sparlare dopo. Sapete che sono costretto a mostrare che sono senza armi. Che ho solo le tasche vuote.
Ma vi rendete conto di che vuol dire? Vicino a me non potete essere contenti. Non dovete far vedere che state meglio di me. Chi vi ha autorizzato a stare “bene” davanti a me? Abbiate la decenza di tenervelo per voi se state così “bene”. Che bisogno avete di sfoggiare tutta la vostra spensieratezza e pretendere che sfoggi qualcosa anche io? Addirittura, vi sentite in dovere di aiutarmi solo perché voi riuscite a dire quella parola.  Avete il coraggio di dirmi che, se lo volessi davvero, starei bene anche io. Che vale la pena vivere anche se si sta male. Sempre gli stessi banali e insulsi concetti, nessuno con niente di originale da dirmi. Mi tocca ascoltare tutte quelle false storie tutte uguali di gente che “alla fine ce l’ha fatta”.
Dovreste chiedermi il permesso prima di rispondermi così. Prima di trascinarmi in una dicotomia così classista. Come se poi voi aveste qualche titolo per pensare di farlo. Che sia chiaro: non state “bene” nemmeno voi, vi è semplicemente andata “bene”. Altrimenti vi sentireste in difetto come me.
Quindi, ricapitolando, lei mi ha risposto: ‘Bene’.  E allora vada con chi sta “bene”. Perché perde tempo a adeguarsi a me; che cazzo vuole da me? Lo fa per sentirsi meglio. Lo fa per non sentirsi razzista; per poter dire “io non l’ho abbandonato”. Mi sta vicino solo perché teme che da solo starei peggio. Ma come osa provare a non farmi stare male? Non può farmi questo. A spese sue, poi. Lei sta bene e io le ho addirittura tolto il coraggio di dirmelo. Non andremo mai d’accordo; non vado d’accordo con chi sta “bene”.
L’ho guardata con tutta la frustrazione che avevo per questa nostra visibile e palpabile differenza di esistere. Speravo che per lo meno si scusasse, che cambiasse discorso. Per questa volta, avrei fatto un’eccezione. In fondo, per lo meno, ci aveva provato a controllare la sua risposta. Avrei anche fatto finta di niente. Invece, no. Pensando di fare “bene”, fece peggio. Pensando di fare attenzione, causò l’incidente. Mi guardò incerta e osò sminuire la cosa proseguendo con un timido ma sorridente, furbo e provocatorio “benino?”.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Bene 

I racconti di Omero

Zeno

I racconti di Omero

Abissi

Sfoglia
MagO'