Data

La prima volta, io e lo squalo, ci incontrammo per caso. È strano come i ricordi riaffiorino a casaccio e ciò che fino a un attimo prima non aveva alcuna importanza, di colpo, l’acquista. Avevamo affittato una casa in Sardegna, bianca, con i muri di pietra spessi. Faceva caldo. Tanto, troppo…

Da quando ho memoria la bestia mi insegue. Il suo corpo massiccio, violento, si tende spettrale sotto la superficie dell’acqua. Sento i denti digrignarsi, stridere, mentre aspetta paziente. Il respiro insoddisfatto, che si estende e si contrae al ritmo delle onde. Lo sguardo perso, abissale. Sento la sua brama, la sua fame. Anche adesso.

La prima volta, io e lo squalo, ci incontrammo per caso. È strano come i ricordi riaffiorino a casaccio e ciò che fino a un attimo prima non aveva alcuna importanza, di colpo, l’acquista. Avevamo affittato una casa in Sardegna, bianca, con i muri di pietra spessi. Faceva caldo. Tanto, troppo. I vestiti ci si appiccicavano addosso. C’erano alberi di fico nel giardino dall’odore spesso, dolciastro. Le formiche si inseguivano sul tronco. Le seguivo con gli occhi, provavo a contarle: 1,2,3… La tavola è pronta ma non c’è nessuno. Mamma è in salotto e ha gli occhi rossi. Papà è di spalle. I nervi del collo tesi, contratti, è pronto a scattare. Quando esce sbatte la porta per l’ultima volta. 4,5,6… La discesa verso la spiaggia è impervia. Siamo sepolti tra borse, ombrelloni e sedie. Sudo, ho sete. 7,8,9… All’improvviso appare il mare. Quel blu intenso, dalle sfumature cerulee, fa bruciare gli occhi e girare la testa. Fin dove arriva? Sovrasta tutto. 10… Lo raggiungiamo col fiato corto. La sabbia è bollente ma l’acqua è calma, cristallina, invitante. Mi bagno i piedi. E lui è lì. Mi fissa immobile, fermo sul fondale. È a un passo da me. «Avvicinati» sussurra, pronto a divorarmi. Fuggo via, in lacrime. Non riesco a respirare. Mamma non capisce, mi accompagna, entra in acqua con me. «Ecco vedi non è nulla». E io quasi ci credo. Ma più avanti il fondale è scuro e misterioso, e io so che lui è lì.

Da quella volta non sono più entrata in acqua. Almeno non volontariamente. Mia madre ha provato a convincermi in tutti i modi: documentari, libri motivazionali, sedute psicanalitiche, lezioni di nuoto. Lo squalo era sempre lì, nelle corsie delle piscine, sul suolo melmoso e quieto del lago, tra le rocce sporgenti dei torrenti di montagna. Poi, a 15 anni, il mio ragazzo di allora pensò che una gita in barca sarebbe stata una buona idea; per ‘uscire dalla comfort zone’ diceva. Le ombre si rincorrevano sul molo mentre nasceva il giorno. Il vecchio ci aspettava per indicarci la barca. Aveva unghia sporche e mani callose abbronzate dal sole. Diede più colpi al motore per farlo partire. Colpi vibranti, che mi risuonavano dentro:
1… Il riflesso della barca trema un’ultima volta prima di disfarsi nella schiuma delle onde. Galleggia piano, si piega al volere del mare. Ho la nausea. Il mio ragazzo vuole che ci bagniamo ma io non posso, ho troppa paura. Insiste ancora e ancora, mi prende la mano e mi trascina giù. 
2… L’acqua è salata e brucia i polmoni. Le onde mi sovrastano, sono implacabili. Cerco di resistere, ma più mi agito più un’energia oscura e potente mi trascina giù.
3… Sbatto il piede contro qualcosa di duro e liscio, scivoloso. È lo squalo. Provo a urlare, agito le braccia, prima di perdere coscienza.
4… Sogno mio padre. O forse è un ricordo. Lui è di spalle, parla con una signora con i capelli lunghi. Come brillano al sole! Io gli tiro la giacca, mi deve guardare. Poi lascio andare la barchetta di carta nel laghetto. Lui sorride, è fiero di me. Ma il vento è forte, troppo forte. La barca si piega e d’un colpo è in pasto alle onde.
Mi risveglio sulla riva, il mio ragazzo mi guarda trafelato. Ci lasciamo quel giorno stesso.

A quel punto ho iniziato a odiare il mare, a odiarlo intensamente. L’odore di salsedine mi dava le vertigini, il dondolio delle onde il voltastomaco. L’ho evitato per anni e non ho mai imparato a nuotare. I miei coetanei non capivano, ridevano di me. Mia madre era preoccupata. Non riusciva a capire. Le chiesi di andare in un collegio in Svizzera, tra le montagne, dove lo squalo non mi avrebbe trovato. A malincuore, acconsentì. In mensa ogni cibo sapeva di cavolo rancido. La direttrice aveva un naso appunta, tagliente, come la sua lingua. Un giorno venne nella mia camera. Aveva un’aria arcigna, pomposa, dietro i suoi occhiali squadrati. Un uccello del malaugurio. Mi diede una lettera. Riconobbi la scrittura subito, ma feci finta di nulla. Erano anni che non sentivo mio padre, credevo fosse morto. O forse lo speravo. Quando lei uscì la strappai subito. Ogni giorno, il pendolo dava tre rintocchi prima della messa. Tre rintocchi che mi sembravano forieri di oscuri presagi:
1… Papà urla. Il volto deformato. Mamma fissa un punto oltre la sua schiena, impassibile.
2… Devo recitare la poesia di Natale, un po’ mi vergogno ma applaudono tutti. Papà non c’è, è ancora al lavoro.
3… Nel nostro giardino c’è un’altalena; mi dondolo sempre più forte per raggiungere il cielo. Lì davanti c’è una macchina parcheggiata e una donna che aspetta mio padre. Mi sembra familiare. Ha dei capelli lunghi, splendidi.
Dopo la messa passeggio nel cortile; c’è un laghetto dove nuotano le papere. Uno specchio grigio e calmo. Mi tendo verso l’acqua, guardo il mio riflesso, lo squalo è ancora lì.

È passato qualche anno. Ho provato a vivere, a dimenticare. La prima volta che ho visto Paolo nevicava. Ho perso l’equilibrio sugli scii. Lui invece era così stabile. Mi sono innamorata. Dopo il matrimonio siamo partiti per le Hawaii. Dall’alto il blu sembrava non avere fine, si estendeva a perdita d’occhio, inglobava ogni cosa. Anche noi. Mio marito mi ama, ma ama più quell’isola selvaggia. La libertà di essere altro altrove. Lui adora nuotare. L’acqua è cristallina, un cristallo vivo, multiforme, pulsante. Ti attrae e ti inganna. È così grazie alla barriera corallina, dicono. Chissà se protegge gli uomini dall’oceano o l’oceano da noi. E ricordo, mentre lui fa il bagno, io che conto i minuti e:
1,2,3… La foto è sbiadita, ma papà lo riconosco. Le stringe le spalle. Lei ha i capelli morbidi, setosi, lunghissimi. Tiene in braccio un bambino.
4,5,6… Paolo è ricurvo sulla scrivania, perso tra le sue cose, con la fronte corrucciata. È a qualche metro, ma è irraggiungibile. Lontano, nel suo mondo.
7,8,9… Vedo mio marito tuffarsi, va giù sempre più giù. Scompare all’orizzonte.
10… Seguo il suo profilo, aspetto che riaffiori. Ma poi… poi qualcosa emerge, e non è lui. Spigolosa, tagliente, letale, la pinna fende l’acqua. Lo squalo è lì.

Il tempo scorre veloce, inafferrabile. Chissà cos’è successo. Io e Paolo siamo diversi, troppo. Forse per questo non siamo mai riusciti ad avere un figlio. Arriva il divorzio. Ora vivo sola, in questa casa immensa, vuota, piena di cianfrusaglie. Dal balcone, laggiù in lontananza, si vede il mare. Il mare che si gonfia, ulula, chiama la la bestia, le dice «ecco la vedi? Lei è lì». E io lo so che lei mi aspetta.
Forse è per questo che oggi ho preso il giubbotto buono, quello impermeabile, e sono venuta qui, sulla sabbia umida e fredda a quest’ora impossibile di notte. Perché ieri sul giornale, tra gli annunci mortuari, ho visto un nome familiare. Un nome che, nonostante gli anni, la rabbia, l’abbandono, la solitudine, non ho mai dimenticato. E oggi per la prima volta, quando ho pensato allo squalo, teso, paziente, in agguato tra le pieghe dell’oceano, non ho avuto paura. Ma nostalgia. Nostalgia di quando, da bambina, mi sentivo sopraffatta. Di come, da ragazza, sentivo di annegare. E dei giorni in cui, ormai donna, non mi riconoscevo più. E adesso, che siamo alla fine, che non ho più nulla e nessuno da perdere, ho solo voglia di rivederlo, un’ultima volta. Così abbandono il giubbotto sulla sabbia grigia, faccio qualche passo e mi immergo tra le onde. L’acqua è gelida, spumeggiante. Mi accarezza, piano. La creatura mi viene incontro. È felice di vedermi. La coda, immensa, antica, mi sfiora piano. «Perdonami» sembra dire. «Vieni con me.» Ed io l’ascolto, mentre sento i miei rimpianti, la paura e la vergogna scivolare via, lontano. Così afferro il suo corpo massiccio, nervoso e perfetto, e scendo giù, sempre più giù, nell’abisso. Finalmente libera.

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