Mi piacciono i kamikaze

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Fingo. Fingo dalla colazione fino a sera. Fingo da lunedì scorso.  E lui è lì che mi aspetta. Lo guardo di sbieco e gli preferisco la lavatrice, il cellulare, altro. Anche perché io leggo autori stranieri, gente tormentata, non troppo lineare. Vite dense. Amori affannosi, infangati. Inarrivabili. Sull’amore poi, mi piacciono i kamikaze…

Fingo. Fingo dalla colazione fino a sera. Fingo da lunedì scorso.
E lui è lì che mi aspetta. Lo guardo di sbieco e gli preferisco la lavatrice, il cellulare, altro.
Anche perché io leggo autori stranieri, gente tormentata, non troppo lineare. Vite dense. Amori affannosi, infangati. Inarrivabili. Sull’amore poi, mi piacciono i kamikaze, chi non cerca sconti. I matti, quelli che eviti perché danno fuoco a tutto; è il pezzetto che cerco.
È il romanzo di una bimbetta questo. Quindici anni. Ma poi come ha fatto a pubblicarlo?
Claudia sostiene che sua figlia abbia vinto un concorso. È arrivata prima, ‘na muccusella.
E io che per mesi ho inviato non so quante mail agli editori, e ogni volta ci speravo. Lo sistemavo proprio nei punti giusti, quelli che non andavano. Questa volta piacerà e invece niente. Non ho mai ricevuto niente, a parte quell’editore piccolino, pronto a correggerlo qua e là, a pubblicarlo pure gratis. Poi però è scomparso, e non ho superato l’orgoglio.
E questa invece ha vinto. E se ha vinto è perché ha vinto. Ma come fa a vincere? Che c’entra poi con me.
Claudia mi chiede pure la recensione, non basta un messaggio. Mi sento una puttana in obbligo parentale. Sento addirittura mia madre, la sua voce mi rimbomba nel cervello. È entusiasta, neanche fosse sua nipote.
Sì, ma mia madre è morta tre anni fa. Eppure me lo sta chiedendo adesso, oggi.
Avrei fatto lo stesso? Sì, lo ammetto. Ma mia madre non sa che scrivo, non lo sa proprio.
E sicuramente non mendicherei una recensione, ma l’avrei agognata. Non chiederei a un amico di postarlo, ma ne sarei lieto e alla fine lo sentirei pure più amico.
Ora mi conviene togliermela dalle scatole. Mia cugina la conosco bene, poi con la figlia di mezzo, figuriamoci.
Fuori piove, è una di quelle giornate grigie, sembra già pomeriggio.
Mi sento osservato e se non fosse che mi darebbero del matto, direi che si è mosso già due volte, pronto a cadermi tra i piedi. Mi decido e sfoglio le pagine a caso, senza leggere neanche una parola, per sentirmi a posto con la coscienza.
Novantanove pagine. Tutti ‘sti spazi vuoti non meritano il mio tempo. Sto coso è costato 14 euro.
Vabbè, faccio conto che non mi è piaciuto e lo metto con quegli altri. Invece inizio.
La ragazzina scrive che l’inizio è la fine del romanzo. Vedi? Avevo ragione.
La prima pagina è un bicchier d’acqua. La seconda, poi la terza e poi un altro capitolo.
Una scrittura matura, pulita, senza fronzoli. Diretta come un pugno in pancia ma con la leggerezza dei suoi anni, mica i miei. E più lo leggo, più le immagini mi sbattono in faccia, violente.
Mi sembra di vederla sta piccerella nella cameretta, avvolta nella sua solitudine. Ho visto persino la carta da parati scrostata a casa della nonna – che poi è sempre mia zia. E la voce di mia madre mi riprende: hai visto come è brava. È brava assai, veramente.
Dopo pagina cinquantotto mi sembra di capirli meglio, pure a mio figlio. E grazie a ‘sta ragazzina scopro che pensano, sognano. Ma hanno tanta paura che non dicono le cose, vorrebbero urlarle. Eppure i miei figli non parlano, lei invece dice tutto.
Mi sembra di spiarla dal buco della serratura e dopo mezz’ora sono a pagina ottantacinque.
Dove va a parare adesso? Dove, che mancano così poche pagine.
Ah, il bullismo. Mica l’avevo capito.
Vorrei abbracciarla forte forte.
Ora è chiaro persino a me, Giulia ha un dono.
Mi sono abbandonato sulle ultime parole, lasciato cadere, tanto non mi sarei fatto niente, sotto c’era la sua magia.
Le scrivo immediatamente la recensione, ne sento il bisogno. Sono in trance e avviso Claudia.

Finalmente sono libero, posso ritornare alle mie cose, al mio lavoro. E se proprio non ho voglia, riprendo quel libro da pagina 22. Claudia mi invia un messaggio con tre cuori.
Apro Instagram senza motivo e trovo mia cugina.
Ha postato il mio commento sotto il romanzo di Giulia. È commossa. Nessun tag. Nome, niente. Solo le parole, le mie. Le leggo e resto di sasso perché scopro che c’ero io tra quelle pagine, l’altro me, il ragazzino. Quello che si faceva mille viaggi mentali, che si bullizzava da solo. C’ero tutto io. Mancava un pezzo enorme di me, ma il colore è lo stesso.
Giulia ce la farà. E allora anche i miei figli un giorno mi diranno.
Magari mi mandassero al diavolo ogni tanto. Invece sono educati, ordinari. Io li vorrei ribelli come non sono stato alla loro età.
Ora riposa tra i romanzi a destra, quelli che voglio vedere quando ci passo di fianco.
Mi sento leggero. Ho bevuto pure due bei bicchieri d’acqua. La nutrizionista dice che devo sforzarmi, devo bere di più. Accendo il pc ma prima bevo il mio caffè bollente e penso a Giulia un’ultima volta, alle sue parole che come piume scendono lente dal soffitto. È proprio vero, scrittori si nasce mica ci si diventa.
‘Sta cazzo di ragazzina.

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