La vita normale

di

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Quell'attimo poco prima di lasciar andare; quel minuscolo istante prima di andarsene via, pronunciare, farlo davvero, la parola addio; e poi far esplodere tutto. Come affacciarsi a un balcone e di sotto vedere la vita così com'è stata finora: la vita normale…

Quell’attimo poco prima di lasciar andare; quel minuscolo istante prima di andarsene via, pronunciare, farlo davvero, la parola addio; e poi far esplodere tutto. Come affacciarsi a un balcone e di sotto vedere la vita così com’è stata finora: la vita normale, i filari degli alberi per strada, la luce del sole che filtra tra le chiome, i passanti dai volti distesi e il rumoreggiare soffuso delle auto nel traffico lento del pomeriggio, i film la sera, ridere, il caffè e la noia. Niente. Una deflagrazione nucleare, tutto che va in frantumi e si lacera da dentro, e la vita si ferma; dopo non esiste più niente, e cosa c’è dopo? Una vastità grigia come pietra e, mamma, mi manca il respiro: sei ancora affacciata al balcone, e questo è ancora uno scenario possibile, ma se vuoi, se vuoi, puoi semplicemente ritornare dentro, chiudere la finestra e non succederà niente, sei al sicuro, non muore niente, tutto è come prima.
Dipende solo da te, mamma.
Volante a destra, accosto, marciapiede; il cambio, la prima. Cruscotto, la chiave gira. Il motore si spegne.
Luce tra gli alberi, una ragazza che passa in bicicletta con le cuffie e la musica nelle orecchie ride, chissà a cosa pensa, forse sta andando a una lezione di yoga o stasera sarà a cena con gli amici, qualcosa di divertente, tutto normale, la vita normale. Chissà se le è mai capitato, chissà se ha mai contemplato la morte, ma tutto sembra così distante, non riesco a comprendere il linguaggio con cui mi parlano le cose, questi passanti dai volti distesi, questo muoversi lento delle auto nel traffico, il luccicare dei parabrezza nel sole, questo vociare sospeso nell’aria di primavera, e come si torna a respirare? Ho il petto soffocato come se ci fosse appoggiata sopra una lastra di pietra e anche nella testa scorrono pensieri di pietra.
Chiave, palmo della mano, polvere sul cruscotto, luce del sole che illumina la polvere di sbieco.
L’attimo prima di dire addio, di lasciare e andare via, tutto è ancora intero, tutto ha ancora la sua faccia, le ragazze sulle biciclette ridono, la luce filtra tra le chiome degli alberi, si può parlare del caffè e della noia, esistono le lezioni di yoga, si può restare con le mani rilassate in grembo sulla panchina e sentire la vita fiorire, ancora, un attimo prima che tutto finisca, e ci sono due versioni di me: una è sospesa sull’orlo di un mondo terribile e sconosciuto, vaga sospesa in un indicibile vuoto, le mani non hanno più punti d’appoggio e non c’è più la terra sotto i miei piedi; l’altra è ancora qui, solo che non so più a cosa si riferisca l’idea del “qui”; questo mondo come l’ho conosciuto finora mi sembra già non possa esistere più.
Mano sulla maniglia, piedi, portiera, chiavi, borsa. Marciapiede, borsa, telefono.
E niente, pensavo che mi sarei sentita libera, che questa sarebbe stata la felicità; liberarmi da questo soffocante turbinio di litigi e silenzi, di parole cattive, tempo rubato, mi dicevo, sono ancora giovane, non devo rimanere in questa prigione, il mio dolore è diventato una prigione. Ma io non so mica chi sono senza di lui, quindici anni sono tanti, ti entrano dentro e si intrecciano al midollo, e non lo avevo calcolato davvero, non avevo calcolato, pensavo di soffocare, ma la mia aria era lui, il mio dolore.
Ora non vedo niente. La pancia è così tesa che mi brucia ed è fatta di pietra, la pietra non brucia.
Ma ora non c’è più tempo, non c’è più spazio, il bivio è qui dove mi trovo in questo istante. Eppure, per un qualche mistero matematico, riesco a cristallizzarlo, a farlo durare in eterno, a prolungarlo all’infinito.
Mamma, rientra dal balcone, non so ancora chi sarò domani.

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