Di mia nonna non parlo mai

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Di mia nonna non parlo mai. Fino a due anni fa non immaginavo neanche che il suo ricordo esistesse ancora. Per me era semplicemente morta. Non morta in senso cattivo, ma morta. Effettivamente, è morta. È morta 15 anni fa circa, forse 17, non me lo ricordo. Sono andata al suo funerale e anche a quella messa che chiamano del settimo, credo…

Di mia nonna non parlo mai. Fino a due anni fa non immaginavo neanche che il suo ricordo esistesse ancora. Per me era semplicemente morta. Non morta in senso cattivo, ma morta. Effettivamente, è morta. È morta 15 anni fa circa, forse 17, non me lo ricordo. Sono andata al suo funerale e anche a quella messa che chiamano del settimo, credo.
Dopo i riti, le funzioni sono stata felice di metterla da parte, di sgravarmi di un peso. Ho sentito di aver fatto il mio dovere e me la sono lasciata alle spalle. E non vedevo l’ora di farlo, perché se ci penso mia nonna, per me, non è mai stata viva. Viva in senso affettivo. Viva, come quando dici a qualcuno Ti voglio bene, ti sento vicina! Ecco, in questo senso, nel senso di vivo. No, mia nonna non è mai stata viva. Forse per questo non mi è mai piaciuta.
La detestavo per la sua rigidità, i suoi sguardi perfidi, i sorrisi e le parole che non mi ha mai concesso. L’ho rincorsa, però, e anche per diversi anni. Elemosinavo amore.
Era una donna brutta, e invecchiando è peggiorata ancora. Ma chissà, forse non era poi davvero così brutta. Forse era brutta e odiosa solo per me. Fatto sta che non ci amavamo. Ci siamo sempre disprezzate, ma con rispetto.
L’ho conosciuta all’età di dieci anni. Mia madre le aveva sbattuto la porta in faccia vent’anni prima del nostro incontro. Non sopportava più la sua voce.
Tutti parlavano sempre di questa nonna forte come un toro. «Ha la forza della terra che ama e coltiva», dicevano tutti, aggiungendo altre cose sui soldi che all’epoca non capivo e che oggi non mi ricordo. Si parlava della sua forza come se fosse una specie di mito. Era il leitmotiv di tutte le feste comandate. Si iniziava a parlare di lei e della sua forza. Magari a Natale, un attimo prima del panettone; si continuava a Carnevale, un attimo prima delle frappe, e ancora a Pasqua, un attimo prima della colomba e si finiva il 15 agosto, un attimo prima, della cassata gelato. Dopo le portate di rito arrivava sempre lei e la sua forza sovrumana. Fisicamente non compariva mai. Erano tanti i parenti che le avevano sbattuto la porta in faccia. Doveva essere un’abitudine familiare. Comunque, la sua presenza fisica non serviva. Il suo spirito, se così posso dire, era lì, ed era già abbastanza. La storia della sua forza paragonata a quella di madre natura, a quella della terra, all’epoca mi metteva in soggezione. Adesso mi fa ridere. Sarà perché la terra è l’ultima cosa che ha visto prima di morire, prima di cadere sulle patate che stava raccogliendo.
Questa donna brutta e giunonica è stata capace di scatenarmi tempeste di sentimenti.
Quanto mi affascinava, quanto mi incuriosiva, quanto mi turbava la sua bruttezza.
Nei suoi confronti provavo una certa eccitazione, come quando guardi un film horror con un occhio aperto e l’altro chiuso. Lei mi ha spinto oltre i limiti della timidezza, dell’angoscia e dell’incazzatura di mia madre.
Un giorno il suo fascino diventò irresistibile. Senza dirlo a nessuno mi piazzai con la bicicletta davanti al cancello del suo terreno. Lei mi venne incontro con una carriola e una piccola falce in mano. La gomma della carriola toccò il pedale della mia bicicletta, ci guardammo. Per la prima volta vidi i suoi occhi. Erano due fessure nere in mezzo a tante rughe, fra un naso grosso e le orecchie dal lobo pronunciato. E sì, era decisamente brutta.
Da una donna così mi aspettavo di tutto e invece mi disse di accompagnarla a fare l’erba per i conigli.
Mollai la bicicletta e la seguii.
Mi portò in mezzo alla terra selvaggia che fiancheggiava il mare, lei con la falce a tagliare l’erba e io dietro con la carriola, senza dire parole, solo sguardi. Al ritorno lei si attaccò la falce alla cintura del grembiule e io misi a dura prova i miei muscoli trasportando quella carriola arrugginita e sgangherata per non so più quanti chilometri. Tenevo le braccia tese, non volevo che mi vedesse come una bambina debole.
Non ho mai sudato così tanto, confesso che pensai che per essere una donna dotata di grande forza fisica, viaggiava piuttosto leggera.
Arrivate a destinazione prese l’erba e la lasciò nella gabbia dei conigli; mi permise di accarezzarne uno.
Mi portò poi nella casetta delle galline, direi più una baracca. La pulizia al suo interno stonava con il resto. C’era puzza di galline, ma anche di disinfettante o varichina. Mi pizzicava il naso. Mi bruciavano gli occhi. Lei mi sorrideva, aveva tutti i denti, e tutti i denti erano bianchi. Alla sua età aveva tutti i denti e tutti bianchi. Mi sembrava strano. Era una donna brutta, vecchia e con tutti i denti, con tutti i denti bianchi. Anche le galline erano bianche. Belle e bianche. Galline pulite, ordinate, disciplinate; insensate. Tutto era senza senso. Ero rigida. Mi sentivo rigida. Nascondevo la stanchezza. Mia nonna guardava le galline con orgoglio. Le amava, come amava la terra. Mi sorpresi a scoprirla così brutta e innamorata delle sue galline. Le guardava, e mi restava accanto. Le stavo simpatica? Ero stanca. Avevo voglia di sedermi. Ma lei era in piedi, una statua brutta, possente, innamorata delle sue galline, con i denti bianchi, con tutti i denti bianchi.
Volevo andarmene, tornarmene a casa. Nascondermi a casa. Allontanarmi da lei. Pensavo alla mia bicicletta. Volevo recuperarla, ma ero stanca. Mi mise una mano sulla spalla sinistra chiedendomi di prendere una gallina. La guardai. Mi sorrise. «Prendi una gallina e portala a tua madre». La guardai. Pensavo: ma una gallina verrà con me? Con me a casa, a casa da mia madre? Lascerà le altre galline? Dimenticherà questa donna, questa donna che è mia nonna, questa donna così brutta, questa donna così innamorata delle sue galline? La risposta arrivò accompagnata da tanti schizzi di sangue che mi piombarono addosso, sporcandomi la maglietta e il pantaloncino nuovo, appicciandosi ai miei riccioli e colorandomi il viso. Era il sangue di una gallina decapitata. Mia nonna le aveva tagliato la testa con la falce che aveva attaccato al grembiule, quella che prima aveva utilizzato per l’erba. Me la consegnò. La gallina aveva perso il suo candore, il suo bianco, il sangue era ovunque, anche sulle mie mani, su quelle di mia nonna, non sui suoi denti che, adesso, sembravano ancora più bianchi. Non volevo prenderla, ma non riuscivo a ribellarmi. Le mie mani stringevano quel collo decapitato. Io guardavo mia nonna, non riuscivo a non guardare quel viso brutto, quel sorriso abbellito da denti bianchi, da tutti i denti bianchi di mia nonna. E quello fu il gesto di pace di mia nonna verso me e mia madre.

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