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Mi bevo un caffè e fisso quell’angolo, fra gli uffici e il rettorato, che è ben esposto, dove le prime margherite già fioriscono. E a un tratto sento un rumore sordo, come un gorgoglio. Le cime dei lecci dei viali universitari ondeggiano. I ragazzi hanno smesso di ridere. L’acqua arriva subito dopo…

Mi piace guardarli così, mentre si mangiano un panino sul pratone e ridono. C’è il primo sole: lucertole e studenti escono fuori.
Io me ne sto qui affacciato invece, alla finestra, al piano. Guardo la vita passare, non troppo distante, non troppo vicina, come sempre. Sempre tranquillo, mai alzata la voce.
Ho fatto tutto quello che dovevo: lezioni, esercitazioni, ricevimento. Tutto quello che potevo fare per loro. Almeno, mi pare.
Mi bevo un caffè e fisso quell’angolo, fra gli uffici e il rettorato, che è ben esposto, dove le prime margherite già fioriscono. E a un tratto sento un rumore sordo, come un gorgoglio. Le cime dei lecci dei viali universitari ondeggiano. I ragazzi hanno smesso di ridere.
L’acqua arriva subito dopo, accompagnata da raffiche di vento. Un torrente giallognolo che sale, sale e sommerge le margherite, lambisce le caviglie, le tibie, le sedute delle panchine di travertino su cui in diversi sono saltati, raggiunge gli scalini di accesso agli edifici delle facoltà.
Dalla finestra vedo delle sagome profilarsi in lontananza, irreali, poi sempre più vicine e concrete. Sono delle barchette di bangladesi, brasiliani, pachistani, greci, romagnoli e altri alluvionati.
Si avvicinano per prendere su chi possono, portare studenti e professori in salvo, mentre il torrente è diventato un fiume dove galleggiano libri, cattedre, sedie e la corrente si porta via tristi sagome umane, nuche e omeri affioranti, di quanti, presi alla sprovvista, sono stati spazzati via.
Fra il turbinio degli studenti rifugiatisi nell’androne cerco di far sentire la mia voce. Ne accompagno quanti più posso alla terrazza in cima all’edificio.
Guardo l’orizzonte in cerca di soccorso. Mi sembra come di aver sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivata l’acqua, ma mi accorgo solo ora che non so cosa fare, dove guardare, per salvagenti, zattere, acqua potabile, viveri, abiti di ricambio.
Gli studenti si stringono gli uni agli altri e guardano con gli occhi spalancati noi adulti, con un misto di speranza e di rancore.
Si intravedono degli stabili sulla collina vicina, come dei vecchi magazzini abbandonati. Sono rimasti lì dal secolo scorso, dimenticati. Nessuno sa neanche più cosa contengano.
I più intraprendenti si appropriano delle barchette e partono in ricognizione. Esitante, ci salto sopra anche io: magari trovo qualcosa per i ragazzi.
A mano a mano che avanziamo verso quei depositi, il livello dell’acqua diminuisce, il letto del fiume si prosciuga e le piccole imbarcazioni si ritrovano con le carene apoggiate su un greto asciutto che inizia a spaccarsi.
Avanzo a piedi con gli altri sotto il sole mentre la sete mi tortura le labbra screpolate e la lingua rinsecchita. Tento di riparare un ragazzo e una ragazza con la mia giacca, venuti con noi adulti, e avverto tutta la pochezza dei miei mezzi di fortuna.
Fra il tremolio delle onde di calore aleggianti sulla distesa desolata si materializzano le sagome dondolanti di carovane di etiopi, somali, punjabi, assetati, le costole e gli zigomi sporgenti che seguono i loro armenti scheletrici. Versano, da otri di pelle, nelle nostre bocce riarse, preziose gocce d’acqua e proseguono tornando a perdersi all’orizzonte.
A mano a mano che i depositi si fanno più vicini si riaccendono le mie speranze di trovarvi, non si sa bene preparati da chi, materiali di primo soccorso, utensili per ricominciare a vivere, drenare e dissodare terreni, scavare pozzi, piantare sementi.
A zaffate mi arriva però alle narici sempre più forte un odore come di bruciato, di carburante, di carne affumicata e putrescente. Mi si gela il sangue e come in preda a una improvvisa frenesia, a un presentimento, raggiunte le saracinesche di quei magazzini, cerco di forzarle.
Una di esse si apre di colpo e con terrore mi vedo precipitare addosso una pila di munizioni: missili di ogni dimensione, proiettili sfusi, persino ali e bulloni per i droni e i cingoli di carri armati stivati sul fondo del deposito.
Un fragore ci avvolge, facendoci vacillare e colonne di fumo nero si levano da un terreno a perdita d’occhio costellato di ruderi di palazzi crivellati e sventrati, disseminato di chiazze di sangue e corpi abbandonati. Due fazioni si stanno battendo per il controllo di una diga.
Ho i piedi affondati in una poltiglia di acqua inquinata e fango, la spina dorsale come gravata da un peso che la curva: sono paralizzato.
La guerra era un ricordo sentito dai nonni, da bambino; io ho fatto il servizio civile.
Combattere, come potrei? Insegno fisioterapia: ho passato metà della mia vita a risanare corpi e rimetterli in pista. Come posso farne altri a pezzi o riceverne di massacrati e ricucirli in strutture da campo per rimandarli in trincea?
Mi sento tirare per un braccio. Sono dei giovanissimi coperti di polvere e calcinacci: siriani, palestinesi, ucraini, afghani, congolesi, una folla immensa da tutto il pianeta. Ci aiutano a scendere in un rifugio di fortuna dove hanno nascosto le loro poche carabattole.
Sfinito, mi allungo su delle assi rialzate coperte da qualche vecchio lenzuolo, mentre ancora la terra trema sopra di me. Piango rivoli di lacrime brucianti.
«Amore, amore» mi sento ripetere. «Amore stai bene?» Mia moglie, la battagliera, la combattiva, ha paura.
Il tepore della sua mano nella mia, il tremito delle sue carezze preoccupate sulle mie guance madide, mi risvegliano.
Ancora turbati ci guardiamo e sappiamo. La stessa visione, da molte notti, tormenta il sonno di entrambi: la natura, la vita violata fin nei suoi elementi fondamentali, sconvolta.
Non è più tempo di rimanere alla finestra. I giovani devono poter contare su di noi per ridare equilibrio all’essenziale.

L’acqua sta per arrivare.

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