L’uomo imperfetto

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Tu lo sai. Mi sono chiesta molte volte come sarebbe stata la mia vita, se mia figlia non fosse morta e se non avessi seppellito con lei, tre mesi dopo, il mio primo matrimonio…

Tu lo sai. Mi sono chiesta molte volte come sarebbe stata la mia vita, se mia figlia non fosse morta e se non avessi seppellito con lei, tre mesi dopo, il mio primo matrimonio. Sarei rimasta seppellita anch’io in provincia, che mi asfissiava, rassegnata a una vita incolore.
Ma in quel momento e per molti mesi ancora, capivo solo che la mia vita si era capovolta. Era passata da un binario lineare e coerente a un deragliamento senza appello. Mi resi conto dopo che della vita non avevo capito praticamente nulla.
È opinione comune che una coppia, di fronte ad un enorme dolore, profondamente ingiusto e innaturale, o si cementa o si sfascia. Noi ci sfasciammo. Posso dire solo che, dopo, ripensando al mio matrimonio, realizzai che io ero stata sorda e cieca, vedevo solo quello che desideravo vedere. Insomma, era stato tutto un equivoco. Mio marito non si rivelò la persona che credevo di conoscere. Quella grande intesa che pensavo ci avesse accomunati in realtà non c’era o non c’era più, o non c’era mai stata. La cosa incredibile è che ero stata felice.
Comunque, me lo dovevo strappare dal cuore e ci riuscii. Passai un lungo anno a compatirmi. Poi la vita mi presentò un’incredibile svolta. Ricordo perfettamente, checché tu ne dica, i tempi, i modi. Potrei dirti anche gli attimi.
Entrai nella stanza insieme alle mie amiche, inconsapevole di trovarvi tante persone. Volsi lo sguardo a sinistra. Ero vestita malamente e avevo perso 12 chili ma la cosa mi donava, se escludiamo le pene per cui li avevo persi. Scorsi un uomo che stava maneggiando un videoregistratore. Alzò su di noi lo sguardo e si soffermò su di me. Mi squadrò dai piedi su fino alla testa, mi soppesò quasi spogliandomi con lo sguardo, e poi tornò al suo videoregistratore, senza salutare, senza dire una parola, come se non meritassimo altra attenzione. Eri tu. Sentii subito avversione.
Ricordo poi che, seduto sul bracciolo di un divano, intervenivi ogni tanto; avevi i capelli precocemente brizzolati, ma, a sentir te, facevi la vita di un ventenne. Poi improvvisamente perdevi di interesse alla discussione, ti assentavi, guardavi fuori dalla finestra, come annoiato, come se volessi essere altrove. E poi ti concedevi ancora una volta all’uditorio. Che stronzo.
Tu mi dicesti, poi, che mi detestasti subito anche tu, allo stesso modo. Me la tiravo, ero troppo decisa, troppo sicura di me, insomma una rompiballe categoria A. È vero, ci trovammo insopportabili, quella prima volta.
Fu dopo, un’altra sera a casa tua – erano le feste di Natale – che parlai della mia perdita e tu notasti quei tre capelli bianchi che mi erano venuti. Fu quello a forare la corazza del cinico a oltranza che eri. Ero arrivata mio malgrado direttamente al tuo cuore, senza tu ne avessi il minimo sentore. A tradimento. Quella donna normale che ero ti cominciò a piacere. Ma non avvertisti in tempo il pericolo.
Guardo questo cipresso maestoso e vedo gli stormi volteggiare in aria in mille carambole. Che miracolo, gli uccelli… Sento l’autunno arrivare, me lo sento nelle ossa. Non l’ho mai amato l’autunno, mentre a te piaceva tanto. La mia mente vaga, sono ormai senza un perno. Mi si affastellano le immagini senza che io le possa fermare. Tutto si consumò dal 27 dicembre al 6 gennaio. A pensarci ora sembra assurdo. Non eri il mio tipo e io non ero il tuo. Eravamo il diavolo e l’acqua santa. Ma che malia ci prese a entrambi? Scorrevamo su un crinale in discesa, senza poterci fermare. Le nostre uscite si susseguivano. Non lo volevamo davvero. Fummo semplicemente travolti. Quale alchimia misteriosa ci ha uniti?
Abbiamo vissuti questi trent’anni come su un ottovolante. Due opposti che hanno passato il tempo a combattersi. Ci siamo accapigliati su tutto, tre volte al giorno, ma da quella notte del 6 gennaio non ci siamo più lasciati. Quale recondito segreto ci tiene insieme, quale vicendevole disfunzione ci avvinghia, cosa ci rende reciprocamente indispensabili? Sei così greve, così instabile, così violento, così contraddittorio, prepotente, autoritario. Ti odio ancora un po’. Ti ho ucciso molte volte nella mia mente. Ti ucciderei ancora, ripensandoci. Il mio compagno improbabile. Eppure, non mi sono annoiata mai con te. C’era sempre qualcosa di nuovo da fare, qualcosa di diverso da conquistare, qualche inquietudine da placare. E io sempre dietro, a moderare, a trattenere, a conciliare. Ma mi sentivo viva. Se guardo indietro, la mia più bella avventura sei stato tu.
Ora sono sul divano. Da alcuni anni stiamo un poco più calmi, alla passione è subentrata la tenerezza. Ma se a quarant’anni non accettavi di invecchiare avrei dovuto sapere che a settantacinque sarebbe stato lo stesso. Sei indomito, non ti arrendi mai, sei sempre quel bambino che è in te. Ora, se fossi qui, mi diresti che dovrei fare mea culpa, che sono stata io insopportabile come poche. Lo so, anche se non so come. Non sono certo sexy come quelle che cambiavi ogni sera. Ma hai scelto me perché ti tenevo testa. E tu a me. Diresti che non è vero, ma che film era? Manipolo i ricordi come fa comodo a me? No, non credo, anche se sono vecchia, ho un’ottima memoria, non mi scordo un attimo della nostra vita. Sei tu il campione della rimozione. Per questo non hai memoria.
Gli uccelli sono andati via, comincia a far freddo. Mi sento svuotata. Da quando non ci sei tu si è spenta la luce nelle mie giornate, che sono immancabilmente vuote. Con chi parlo, con chi litigo ora? Sono morta dentro. Eri tu che mi tenevi viva. E mi soffermo a pensare a quella volta che rimasi ferma dieci lunghissimi minuti di fronte a quella porta. Come sarebbe stata la mia vita se non l’avessi aperta? La apro o non la apro, lo lascio salire o lo lascio fuori? Tu mi avevi tempestato di telefonate; per fortuna all’epoca c’erano già le segreterie telefoniche. Giorno e notte. Non risposi mai. Ti avevo detto che avevo trent’anni e non avevo tempo da perdere. Se non eri sicuro, pazienza. In fondo ci siamo visti solo tre volte.
Tu ti eri piazzato sotto casa mia con una pianta, un tronchetto giapponese. E volevi salire solo per darmi quella pianta, nient’altro. Non ti avevo dato tempo di spiegarti. Non ti avevo creduto. Mi sentivo sull’orlo di un baratro. Ma non dissi di no.
E guardavo la porta di casa mia. Se apro questa porta mi travolgerà, mi cambierà la vita per sempre. Non potrò arrestarlo. Sarà tempestoso, sarà difficile. E fu come mi ero immaginata. Mi abbracciasti e non ci lasciammo più. La pianta è ancora sul nostro terrazzo.
Il cimitero si svuota. Scorgo solo due signore frettolose che svuotano vasi e cambiano fiori sulle tombe di fronte a loro. Il custode sta fermo al cancello. Forse deve chiudere. Devo andare a prendere i nostri nipotini a scuola. Li vedessi. Sono terribili. Non stanno un attimo fermi. Devo lasciarti. Quanto mi manchi. Chissà dove sei. Passo il bordo della manica sulla tua foto. Ciao, amore mio. Il più imperfetto tra gli uomini. Ma tutta la mia vita. Quant’è freddo questo marmo.

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