L’intrusa

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Sarei stato più felice se non avessi mai saputo chi fosse. Mi sarebbe bastato rimanerne all’oscuro. Sì, certo, magari avrei pensato “chissà chi è questa brutta stronza”, ma sarebbe finita lì. Mio padre ha tradito mia madre…

Sarei stato più felice se non avessi mai saputo chi fosse. Mi sarebbe bastato rimanerne all’oscuro. Sì, certo, magari avrei pensato “chissà chi è questa brutta stronza”, ma sarebbe finita lì.
Mio padre ha tradito mia madre. L’ha fatta soffrire ancora una volta, è andato avanti per la sua strada senza mai fottersene più di tanto. Sarebbe stato sufficiente che non l’avessi mai guardata negli occhi. Avrei voluto che non mi avesse mai proferito parola o addirittura preso la mano per cercare un approccio, come fece il giorno prima del mio matrimonio, dicendomi che era felice per me e che voleva esserci. Che mi aveva fatto un pensiero. Lei. La donna che aveva soppiantato mia madre. Avrei preferito che non mi avesse mai scritto una lettera per spiegarmi la situazione. Mia madre scriveva lettere. Non lei. Lei era l’intrusa. La donna da odiare con tutto me stesso. Quella con la coda ai capelli che ciondolava a destra e sinistra. Non come mia madre che ha la coda ai capelli, ma non ciondolante, sinuosa.
Avrei gradito non sapere il suo nome, così freddo, come le sue mani sciatte e trascurate. Povere. In questo modo non avrei mai potuto fare confronti con la donna meravigliosa che invece è mia madre.
Sarebbe stato meglio se non avessi avuto così chiaro il suo profumo di mandorla secca. Sì, mandorla secca, tranne quando puzzava di sudore.
Mi sarei evitato volentieri di conoscere il suo tono di voce, così cupo, malizioso, triste.
Mai avrei voluto scoprire la sua anima inquieta e i suoi occhi a specchio che non lasciavano trasparire emozioni.
Ecco, così sarei stato bene.
Avrei preferito non aprire quella porta quel giorno, senza avvisare. Avevo del lavoro da sbrigare e faceva caldo; era mezzogiorno.
Avrei preferito non fare passi in avanti una volta avvertito quello strano sentore di sigaretta spenta. Sarei stato felice così, chiudendo subito quella cazzo di porta del mio ambulatorio dove lavoravo con mio padre e la sua infermiera.
Tornando indietro direi qualcosa tipo “buongiorno!”, magari ad alta voce. Così mi sarei evitato di vederli insieme, avvinghiati l’uno all’altra. Avrei apprezzato se non avessi visto quegli occhi, di lei, soddisfatti e senza vergogna. Che aveva ottenuto ciò che voleva, tenace e guerrigliera. Che lo comandava a bacchetta, senza tregua, muovendolo come una marionetta. Una comandante su mio padre, come mia madre.
Avrei preferito non fare quel paragone lì.
Avrei preferito che fosse scomparsa nel nulla cinque minuti più tardi.
Avrei preferito che prima di sparire mi avesse chiesto scusa.
Avrei preferito che prima di chiedermi scusa si fosse rivestita e fosse strisciata fuori dal mio studio.
Avrei preferito che si fosse portata dietro il suo sudore con i suoi occhi chiari, la sua voce bisbigliante, poco chiara.
Avrei preferito che fosse andata così. Sì, avrei preferito che fosse andata così, ma lei esiste, ciondola nella mia vita, come la sua coda, mi guarda, ne sento il profumo snervante, chiudo gli occhi, li riapro, ed è lì, ancora lì.

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