Le tue mani

di

Data

Mani. Affusolate, preziose, levigate. Mi abbracciano forte quando apriamo la porta. Il maglione di cashmere. Morbido, accogliente. I grani della collana di perle, troppo duri sul mio petto…

Mani. Affusolate, preziose, levigate. Mi abbracciano forte quando apriamo la porta. Il maglione di cashmere. Morbido, accogliente. I grani della collana di perle, troppo duri sul mio petto. La copertina polverosa dei tomi dello studio con le pagine sottili, delicate, sfuggenti. Basta sfogliarle per raccontare una storia. E ancora, la pelle doppia e ruvida del divano del soggiorno e i solchi profondi e sconnessi della madia di legno. Le foglie setose della Kenzia all’ingresso, gli spigoli magici della statuetta di cristallo. Quella di Swarovski con cui giocavo sempre. Ti ricordi, quando l’ho rotta? Schegge acuminate, impazzite, pulsanti. Sparse ovunque, come il senso di colpa.
C’è troppa luce qui. Questo bianco mi acceca, mi disorienta. È tutto troppo neutro, troppo uniforme… non riesco a distinguere nulla. Sento un odore. Invasivo, pungente. Il detersivo che usavi all’ingresso. Ma c’è dell’altro, un tanfo stantio, un presentimento. Nauseante. Quanto tempo è passato? Non riesco a guardare. Ma io devo, devo riuscirci.

Mani. Lunghe, lisce, bianche. Mi accarezzano piano la guancia. Il gusto esplosivo dei cioccolatini al liquore. Avverto le labbra bruciare e le lacrime pungenti, amare. Il fazzoletto di seta, delicato, che le porta via. Il sapore del mare, del sale che si asciuga al sole. Delle alghe. Di quell’estate, della marmellata di pere, liquorosa, piena, dolce. L’odore inebriante della focaccia appena sfornata dal forno di pietra della casa in campagna. Quello resinoso e asciutto del pino in giardino, là in fondo, dove c’è l’altalena, e quello lieve, trepidante, dei tuoi gelsomini. Ascolto ora il gallo cantare e il tonfo, secco e asciutto, dei fichi maturi. Ti vedo ballare.
Fa troppo freddo qui. Il vento ulula fuori, contro la finestra. Quanto durerà? Mi scuotono i brividi, sono paralizzata. Eppure oggi è una giornata normale, non è neanche inverno, perché questo gelo? Perché non mi riesco a spostare? E questo sapore, aspro e dolce, il nodo in gola, che fa così male. Vorrei alzarmi, ribellarmi, gridare, ma non ci riesco. E io devo, devo parlarti.

Mani. Ruvide, nodose, pallide. Portano la sigaretta verso le labbra. Un’auto passa veloce, un rumore sommesso. Il canto dell’upupa quando cala la sera. Il fragore dei fuochi d’artificio nella casa di fronte. Il raschio sereno e meticoloso del pennello sul quadro di nonno. La canzone del Carillon sopra il pianoforte. Sai che l’ho ritrovato? La favola della buona notte, le storie della comitiva di amici in montagna. La tua risata che illumina tutto.
Ma c’è troppo silenzio qui. Un silenzio irreale, denso, melmoso. Ricopre ogni cosa e la trascina con sé. Si espande ovunque, anche dentro di me. È troppo forte, non lo posso spezzare. Mi confonde, mi atterrisce. Resto immobile e sorda. Ma io devo, ti devo ascoltare.

Mani. Tremanti, magre, fredde.  Stringono le mie per l’ultima volta. Ed io so solo che non posso, non voglio lasciarle. Forse, mi dico, se ci penso abbastanza, se ti racconto ogni cosa, ogni momento, se ti ricordi di me, allora forse non te ne andrai. «Resta con me» provo a dire, ma non ci riesco, ho perso la voce e tu non mi senti. Non puoi, sei già altrove.
Fa troppo, troppo, caldo qui. È soffocante. Non riesco a pensare. E c’è troppo rumore. Cos’è questo suono metallico, questo bip pulsante? Di che stanno parlando? C’è troppo buio qui, non posso pensare. Ed io ora devo, devo andare. Tocco le tue mani.

Ultime
Pubblicazioni

I racconti di Omero

Amore

I racconti di Omero

Acqua

Sfoglia
MagO'