Giovanna

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Quell’estate, avevo all’incirca venti anni, partii per la stagione estiva in montagna. Mi piaceva lavorare in quei grandi alberghi ai piedi delle Dolomiti. Per me, che venivo da un’isola del mediterraneo, quel paesaggio…

Quell’estate, avevo all’incirca venti anni, partii per la stagione estiva in montagna. Mi piaceva lavorare in quei grandi alberghi ai piedi delle Dolomiti. Per me, che venivo da un’isola del mediterraneo, quel paesaggio era in grado di lasciarmi senza fiato. Non appena la corriera mi lasciò sul piazzale del piccolo centro turistico ebbi subito la sensazione di entrare in un mondo fiabesco e affascinante. Tutto mi appariva meraviglioso: le pale di San Martino che si stagliavano contro il cielo colorandolo di rosa, l’erba scintillante di rugiada, le macchie fucsia dei rododendri, il cielo di un azzurro intenso imbiancato qua e là da banchi di nuvole, il sole caldo del mattino che intiepidiva l’aria frizzante. Mi presentai in albergo, il più grande e antico di San Martino e la governante, una donna distinta, alta e longilinea, con il camice azzurro bel lavato e stirato, mi assegnò il lavoro: cameriera ai piani. Il mio, il secondo, era composto da ventidue stanze. Poi fui accompagnata nella camera a me destinata nell’ala del personale. La stanzetta tutta in legno, sia le pareti, sia il parquet vecchio e usurato, era minuscola. Ci stavano a malapena un letto, un armadietto a due ante e un tavolino alquanto sbilenco, posto sotto una piccola finestra. Per quel giorno ero libera, mi disse la governante; potevo utilizzare il mio tempo come volevo. Sistemai perciò i pochi abiti e i numerosi libri che avevo con me e mi incamminai per le stradine del paesino imbacuccata nella giacca a vento. Quel pomeriggio vidi ben poco costretta come fui dalla pioggia torrenziale, che nel giro di qualche ora aveva preso il posto del sole del mattino, a ripararmi. Mi rifugiai in una calda e accogliente gelateria che ben presto sarebbe diventato il mio salotto pomeridiano. L’indomani alle sette mi presentai puntuale nel salone. Oltre alla governante, vi erano altre due donne, una ragazza poco più giovane di me e una più avanti negli anni, di età indecifrabile, entrambe con il camice azzurro. La ragazza più giovane aveva un bel viso con grandi occhi neri. I capelli lunghi e lisci legati all’indietro in uno chignon le davano un’aria da ballerina di danza classica. Il sorriso gentile che elargiva la rendeva subito simpatica. Dell’altra non riuscii a distinguere bene il volto perché coperto quasi interamente da una cascata disordinata e voluminosa di capelli ricci e arruffati. Ebbi l’impressione tuttavia, dal poco che scorsi, di qualcosa di strano. Lei d’altronde se ne stava in disparte, girata verso la grande vetrata dalla quale si ammirava un paesaggio mozzafiato e la governante non sembrava farci caso. Quel giorno avremmo proceduto nel lavoro insieme perché essendo il primo dovevamo essere istruite. Ci recammo perciò ai piani cercando di imparare ad orientarci in quell’albergo maestoso. La governante ci guidò con grande maestria: rimasta nubile, faceva quel lavoro da sempre e quell’albergo era la sua casa, la sua vita. Lo curava con amore e con grande diligenza e in breve ci trasmise gli accorgimenti essenziali. Quel giorno si occupò in prevalenza di me e della giovane, che svolgevamo quel lavoro per la prima volta. La donna dall’età indecifrabile invece sembrava abbastanza padrona del mestiere: una volta entrata nella camera, dopo aver scambiato uno sguardo con la governante, si dava da fare in modo autonomo. Era come se si conoscessero da lunga data e non ci fosse bisogno di alcuna parola. Mi colpì tuttavia la sua tendenza ad isolarsi: se noi ci occupavamo della camera lei si dirigeva verso il bagno se noi al contrario ci occupavamo del bagno lei si soffermava nella camera. Sembrava volesse evitarci a tutti i costi e quando, su richiesta della governante, doveva porgerci qualcosa lo faceva velocemente e con modi assai bruschi. A mezzogiorno, durante la breve pausa pranzo mi diressi con la ragazza verso la mensa del personale indicatami dalla governante. Della collega più grande nessuna traccia. La ritrovammo in sala, in disparte, la testa china sul piatto, coperta dai capelli che non scostava dal volto neanche per mangiare. Finì in un attimo e scappò via. Neanche un saluto né il minimo cenno verso di noi. Dopo pranzo il lavoro andò come al mattino; io e Lucia già amiche; Giovanna, questo era il nome della donna dal volto coperto e dall’età indecifrabile, sempre più silenziosa e solitaria. Tornata nella stanza dopo circa nove ore da quando vi ero uscita ero stanca ma felice: stanca perché non ci eravamo fermate un attimo; felice perché mi trovavo in quel posto meraviglioso. Decisi di approfittare di quell’oretta prima di cena per fare un giretto. La pioggia stavolta non mi avrebbe fermato. Volevo rivedere quel magnifico paesaggio che tanto mi aveva colpito all’arrivo nella versione plumbea pomeridiana; volevo respirare quell’aria invernale in piena estate; volevo sentire l’odore della terra bagnata che abitando al sud era per me un ricordo lontano. Mentre camminavo sfidando l’acquazzone con le mie scarpe inadeguate incrociai Giovanna. Andava di fretta e non rispose al saluto. Sperai che non l’avesse sentito ma ero certa che mi aveva vista, lo sguardo che mi aveva diretto era inequivocabile anche se era passata oltre come se fossi stata invisibile. Era bastato tuttavia quell’istante, forse per via dei capelli un po’ scostati, a farmi scorgere il volto deturpato da una grossa cicatrice che dal labbro superiore raggiungeva la narice, il suo naso a virgola e gli occhi strabici. No. Non si poteva definire una bella donna. C’era un non so che di ripugnante in quel viso che spingeva ad abbassare gli occhi, a distogliere lo sguardo da quella cicatrice spaventosa, da quegli occhi da geco. Né l’aspetto del viso appariva mitigato dall’abbigliamento, anch’esso poco curato e informe, quasi a ricoprire con noncuranza il corpo tozzo e pesante e il carattere schivo e scorbutico della proprietaria. Andò avanti così per giorni. Ormai l’assegnazione era stata fatta ed ognuna di noi aveva il proprio piano a cui badare. Mi incontravo perciò soltanto con Lucia durante i pasti e qualche volta, prima che si fidanzasse, per fare un giretto nei dintorni. Per lo più trascorrevo le ore di riposo da sola in gelateria immersa in qualche romanzo o nella contemplazione delle montagne. Un pomeriggio, durante un temporale piuttosto intenso, infreddolita e forse un po’ febbricitante, accortami che mi era finito il tè che mi avrebbe giovato con un po’ di miele mi feci coraggio e bussai alla porta di Giovanna. Lucia aveva preso un giorno di permesso per sbrigare delle commissioni urgenti e sarebbe rientrata l’indomani. Sul momento nessuna risposta. Possibile che fosse fuori con quel tempaccio? Insistetti fino a quando udii dei passi calzati da ciabatte avvicinarsi alla porta. Mi aprì con indosso una tuta grigia spiegazzata e con un viso certamente non invitante ma con un barlume di sorpresa. Dagli occhi che andavano chissà dove non era facile carpirne il pensiero. Io, un po’ intimidita, sfoderai all’istante il più bel sorriso che possedessi e le chiesi nel modo più naturale possibile, viste le circostanze, se poteva offrirmi una bustina di tè. Avevo mal di gola e uscire a comprarlo con quel tempo sarebbe stato impensabile. Poi, non appena mi porse il pacco con le bustine, dicendomi, con una voce roca alterata da importanti difetti di pronuncia (che solo in futuro, da logopedista, avrei potuto attribuire ad una labiopalatoschisi non adeguatamente corretta chirurgicamente né riabilitata) che potevo tenerle perché ne aveva degli altri, rincarai la dose invitandola a bruciapelo nella mia stanza. “Grazie mille Giovanna, mi hai salvata! Senti, perché non vieni nella mia camera e lo beviamo insieme? Ho dei biscotti buonissimi!”. Lo stupore che le si stampò sul viso e quell’accenno di sorriso sghembo che le stirò la cicatrice, addolcendone i tratti, li ricordo ancora adesso, a distanza di tanti anni. Mi riporta alla memoria zia Nicoletta, cieca e affetta dal morbo di Parkinson, con una brutta cicatrice all’occhio sinistro e un occhio di vetro al posto del destro, che io, superata la paura che mi incuteva il suo aspetto, ho amato tanto. Quanti pomeriggi ho trascorso da bambina appollaiata sul bracciolo della poltrona per cercare di comprendere quel suo linguaggio lento, sussurrato e poco comprensibile! E com’era felice quando finalmente riuscivo a capire le sue parole!
“Aspetta, prendo la chiave e vengo con te” disse semplicemente o così almeno mi parve di capire.
Da quel momento e per l’intera durata della stagione non ci fu giorno in cui, finito il lavoro al suo piano, non mi raggiungesse per aiutarmi a completare la pulizia delle mie stanze. Avrebbe potuto andar via e riposarsi. Invece si presentava al mio piano per aiutarmi, facendosi carico, nonostante le mie proteste, dei lavori a me sgraditi. Poi raggiungevamo Lucia e andavamo a mensa insieme. Alcuni pomeriggi, quando il tempo lo permetteva andavamo nei negozi di souvenir alla ricerca di articoli tirolesi ricamati che a me piacevano tanto. Ormai il silenzio era un ricordo lontano. Chiacchierava e chiacchierava con il suo viso non bello illuminato dal sorriso. Sapeva che la capivo e che la sua compagnia mi era cara.

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