Lettera da una professoressa

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Mio alunno caro, piccolo umano in caduta libera nella mia vita, ti scrivo una lettera che non leggerai mai: è il mio cuore che la detta e, indipendente da me, indifferente al mio diniego posto di fronte a tutte le forme di sentimentalismo, testardo, me la sussurra…

Mio alunno caro,

piccolo umano in caduta libera nella mia vita, ti scrivo una lettera che non leggerai mai: è il mio cuore che la detta e, indipendente da me, indifferente al mio diniego posto di fronte a tutte le forme di sentimentalismo, testardo, me la sussurra. Perciò, sarebbe forse meglio dire così, immagino le parole di una lettera che non leggerai perché intanto che non la scrivolei esiste lo stesso, si aggrappa qui dentro di me, articolandosi pian piano, con delicatezza mentre ti osservo esausto farti teneramente spazio tra i guai della matematica e le sue parentesi che vogliono importi un ordine e un rigore, sulla pagina e nella tua vita, con cui non sai trovare nessuna forma di accordo o di compromesso. E poi queste divisioni, e le frazioni, che io ostinata continuo a proporti ma che con ogni forza respingi perché davvero non ne comprendi l’utilità: difatti, nella logica di me che ti racconto di tre mele che divise per due persone danno una mela sola più un pezzettino oppure mentre ti spiego che frazionare una torta a metà significa dividerla in due parti rigorosamente uguali, tu mi rispondi, inesorabile che: «Prof! Alla fine, in fondo, le frazioni non potranno mai essere così precise, perché dipende sempre da quanto uno c’ha fame». È così che mi spiazzi, mi sconvolgi, nella misura in cui sono puntualmente d’accordo con te, e con questa tua selvaggia creatività che galoppa all’impazzata mentre ti colora nitidamente nel profondo rispondendo alla matematica un chiaro no. E non c’è niente che io possa fare. E se mi volto un attimo per capire, a questo punto, quant’è la quantità di strada che abbiamo percorso insieme, mi sembra proprio di rivederti là, in fondo a un ricordo, accovacciato, mentre con una mano disponi l’indice a far salire una formica per guardarla da vicino mentre con l’altra gesticoli, accompagnandoti con la voce, sapendomi lì, sempre dietro di te, raccontandomi così del senso e del non senso che per te hanno queste tante cose che ci circondano. Tu, pur così piccolo e con una visione già tanto chiara sul tutto. È proprio qui, posso capirlo ora, in questo ricordo di te che riguardo mentre le parole scivolano dalle mie mani, che ho saputo che un numero non potrà mai contenerti. E non c’è nulla con cui possa convincerti che la matematica, la geografia, la poesia, servono così tanto che sono utili pure per leggere nel cielo, perché tu il cielo non lo guardi, mi dici, e mi inchiodi. E nella ricomposizione di queste parole che non sto scrivendo e che pure sono, saprei indicare, stavolta senza guardare, quel momento esatto in cui mi hai detto che dentro di te siete in due: «si sta stretti», mi hai detto, «vorrei esserci solo io» mi hai confidato «anche perché l’altro, quello che vive qui dentro con me, certe volte mi mette sul viso una maschera nera e non vedo più niente». E mi rivedo da lontano io, indifesa, disarmata, incapace di difenderti da te stesso, nel modo in cui assisto giorno dopo giorno all’oscura e inaspettata tormenta che si abbatte sul meraviglioso girotondo di te, trasformandolo in uno strazio, obbligato a ritirarti e a riporti nascosto, rannicchiato, da qualche parte lì dentro di te, in un buio che è tutto crudele e di cui ancora oggi non mi faccio capace.
Mi dici che sono ostinata, che se mi metto una cosa in testa bisogna fare come dico io e che non c’è un’altra soluzione: è la verità, te lo posso confessare, perché questa lettera non la sto scrivendo e con buona probabilità, se la scrivessi, il mio orgoglio mi imporrebbe di omettere. Chissà chi ascolterei, nel caos delle mie molteplici contraddizioni: non mi pongo il problema, tanto non scriverò. So per certo però che il tuo volo in caduta libera non mi consente di stare con le mani conserte: «Prof, io sono una pistola carica che non sa quando sparerà», mi dici «non c’è niente da fare con me», e a queste parole, cresce furioso il mio desiderio di prenderti, o di riprenderti, mentre precipiti, e per farlo, forse per il mio profondo desiderio di darti almeno un pochino di tregua e felicità, me ne invento di ogni: per portarti indietro, ogni volta che ne avrai bisogno, cerco di trovare parole chiavi, ritmi segreti e incanti che sai solo tu per guidarti verso casa. E io resto lì, ad aspettarti, e ti tengo per mano, quel tempo che basta per dirti «Eccoti qua, sei tornato».

Piccolo umano caduto libero nella mia vita, non mi hai mai concesso il lusso di essere pessimista, di involvere e ripiegarmi su me stessa quando più avrei desiderato farlo: la tua tenerezza mi ha imposto ora per ora, inermi entrambi di fronte all’altalena delle tue emozioni, di credere ancora e fermamente nella bellezza di questo nostro mondo e di raccontartela tutta. Farti sapere che per distinguere una stella da un pianeta è sufficiente osservare se brilla, farti sapere che si può osservare il trascorrere del tempo anche solo con la luce del sole e un ramo secco piantato nel terreno. Farti capire che la meravigliosa pasta gialla spalmata sul pino si chiama ambra, «che bel nome Ambra», mi dici, «Sì, ma non la toccare o non riuscirai più a scollare le dita» ti rispondo io.

Piccolo uomo in caduta libera nella mia vita, mentre non scrivo questa lettera e mentre sei impegnato tra le parentesi e l’analisi logica, ogni tanto mi guardi per capire se la strada che hai imboccato è quella più giusta. Ti dico di verificarla tu stesso perché il più bello dei mari per me è quello che navigammo. E non sono affatto d’accordo con chiunque affermi il contrario. Non ti ho mai visto felice come quando hai scoperto tu stesso, da solo, qualcosa, e in questo, ti insegno, devi continuare a cercare la motivazione a una vita, alla quale spesso mi hai chiesto per quale motivo tu sia arrivato o perché e se tu debba davvero rimanerci. «Perché devi scoprire fino all’ultima sorpresa che è stata nascosta apposta per te» ti dico, e te lo confesso con una tale convinzione che alla fine, mentre mi sorridi e mi dici che non c’è modo di fregarmi, mi credi.

Piccolo uomo in caduta libera nella mia vita, mentre non scrivo questa lettera e tu sei impegnato tra i problemi di Marco che ha cinque mele e otto pere e non si capisce bene cosa debba farne, e i confini della Francia – ricordati, la città più green d’Europa è Grenoble, ricordalo quando ci vai, e poi nord sta sopra e ovest a sinistra, le espressioni infatti si svolgono da ovest verso est –, osservo il prezioso gioco che la luce genera con lo screzio dei tuoi occhi: so per certo che se ti rincontrassi tra trent’anni, alto, adulto, con le linee ora rotonde del tuo viso finite, allora chissà dove dentro di te, so per certo, lo riscrivo perché sono proprio certa, i tuoi occhi sarebbero ancora gli stessi, questi, e io li riconoscerei tra mille.

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