Il vento, la distanza, il peso

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Sono in posizione. Ho valutato il vento, la distanza, il peso. Questo bambino aggrappato alla ringhiera del balcone avrà quattro anni, o forse meno. Per quanto tempo riuscirà a reggersi? Pochi secondi, un minuto? Perché è solo? Perché non grida? Perché non piange? Comunque sono in posizione, come tra i pali di una porta durante una partita di pallone…

Sono in posizione. Ho valutato il vento, la distanza, il peso. Questo bambino aggrappato alla ringhiera del balcone avrà quattro anni, o forse meno. Per quanto tempo riuscirà a reggersi? Pochi secondi, un minuto? Perché è solo? Perché non grida? Perché non piange? Comunque sono in posizione, come tra i pali di una porta durante una partita di pallone.
Oggi volevo andare altrove, ma sono qui, fra queste case vuote, da Gigi, che ha un minuto bar di periferia. Fa freddo, è novembre, ma c’è il sole. Il sole, il sole mi acceca se guardo il balcone, ma devo vedere: i miei occhi devono essere pronti. Il peso, il vento e la distanza li ho calcolati bene. Forse dovrei spostarmi, non di molto però. Anzi, resto qui: quando lascerà la presa coglierò meglio la traiettoria. Possibile che nessuno è in casa? Dormono? Sono usciti? Un bambino lasciato solo… Un pallone. E io amo il pallone, ho cominciato come portiere in una squadra locale, sempre giù tra i piedi degli avversari, sempre aggrappato alle loro gambe sudate. E sì che tiravano calci mentre mi chiudevo con il pallone in petto. Ma non li sentivo, io sognavo. Mi vedevo fra i pali della squadra del cuore. Non è facile fare il portiere nelle misere squadre di provincia; non esisti, non sei una persona, sei solo un cane da guardia da abbattere per tirare dentro un pallone. A ogni costo. Ma io ero bravo, duro, molto più duro di loro. Solo i tiri lunghi, quelli da lontano, quelli nascosti che non m’aspettavo, non paravo mai. E allora fischi, sputi, bestemmie e tutta la mia famiglia sulle loro bocche.
Però era vero: i tiri da lontano, i fulmini a ciel sereno, non li paravo quasi mai. Mai.
Ma sono pronto. Sono in posizione. Ho valutato il vento, la distanza, il peso. Anche il mio amico barista mi affianca. L’abbiamo visto insieme quel corpicino oscillare, eravamo seduti fuori per raccogliere qualche raggio di sole. Non abbiamo capito subito cosa penzolasse da quel balcone. Non l’abbiamo capito al volo. Una bambola? La tutina di un bambino messa ad asciugare? Poi ho intravisto una sedia a terra dietro la ringhiera. Allora ci siamo lanciati. E Gigi vuole darmi una mano ma no, gli dico di no, questa partita devo giocarla da solo. Da solo, senza nessuno in questo posto muto di periferia, fra queste case vuote di villeggiatura. Mi è sempre piaciuto venirci quando il tempo è cattivo, quando il mare è agitato. A respirarci il salmastro, l’umido del mare, a sentirmi addosso l’appiccicaticcio, a immaginare fantasmi ballare dietro queste persiane chiuse senza ridere di me. Fare il calciatore, quel che desideravo di più nella mia vita, non me l’hanno lasciato fare, mi hanno sbattuto fuori, mi hanno espulso dalla squadra per quei maledetti tiri lunghi che non paravo mai. Gigi si scosta, però si mette a urlare, spera che s’affacci qualcuno. Non c’è più tempo per salire, bussare alle porte, andare a vedere; siamo soli in questo bar, è novembre, e qui non ci viene nessuno.  È questione di qualche secondo, lo sento. Io sono pronto, in posizione, perché ho valutato il vento, la distanza, il peso e questa volta non devo sbagliare, quel bambino che penzola dall’ultimo piano devo prenderlo al volo. Ora tocca a me. Mi tremano le gambe e Gigi è afono e bianco come gli intonaci di queste case. Io non volevo fare il portiere, volevo stare all’attacco, tirare in porta, piegarli in due anch’io i portieri con una pallonata. Invece, tutti a dire che all’attacco non funzionavo. Mi hanno messo in porta, solo, davanti ai fucili spianati, sempre gli occhi aperti per non farmi spiazzare, fra calci e polvere. Senza fiatare. Però è vero, i tiri da lontano non li ho parati mai.
Ecco, mi sento in posizione, ho le gambe flesse, ben salde al terreno, pronte allo scatto. Ti prego Gigi, silenzio ora, silenzio assoluto. Questa è la mia posizione, questa volta ne sono sicuro.
L’urlo del bambino che cade è come un fischio, il fischio dell’arbitro, lo riconosco: è il fischio che nei rigori mi annebbiava il cervello. Ed eccolo che arriva: devo afferrarlo questa volta e stringerlo forte al petto, questo bimbo che cade.

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