Come faceva quella canzone?

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Caro papà, da piccola, quando avevo voglia di parlare con te, esordivo chiedendoti su quale nuvola ti trovassi. Lasciavo i fiori che la mamma aveva comprato in quella che da allora sarebbe stata la tua mano, mi fermavo a fissare quello che da allora sarebbe stato il tuo volto e lasciavo che il sole mi penetrasse negli occhi per stare un po’ a chiacchierare…

Caro papà,

da piccola, quando avevo voglia di parlare con te, esordivo chiedendoti su quale nuvola ti trovassi. Lasciavo i fiori che la mamma aveva comprato in quella che da allora sarebbe stata la tua mano, mi fermavo a fissare quello che da allora sarebbe stato il tuo volto e lasciavo che il sole mi penetrasse negli occhi per stare un po’ a chiacchierare.
Adesso che sono cresciuta non parliamo più tanto perché lo so che non sei su una nuvola, ma oggi ho bisogno di scriverti perché devo assolutamente raccontarti cosa è successo.
Ti ricordi di quando vivevamo in Puglia? Della domenica mattina, quando restavamo in pigiama fino a tardi e con Martina ascoltavamo la musica in salotto, mentre la mamma dalla cucina ci implorava di abbassare il volume? C’era una canzone che ascoltavamo sempre prima di andare a pranzo, che ci faceva ballare come matti intorno al tavolo e poi lungo il corridoio fino all’ultima stanza con il lettone, per poi tornare indietro con il fiatone prima dell’assolo finale. Ho sempre avuto un ricordo nitidissimo del CD che conteneva quella canzone: copertina blu e al centro il disegno di un peperoncino rosso. Della canzone ricordavo che fosse gioiosa, come una musica popolare, di quelle che si ascoltano alle feste dove tutti ballano sudati e che segnavano la nostra estate quando a luglio andavamo al mare per il tuo compleanno. Ricordavo anche che, nell’ordine della scaletta, venisse prima o dopo di Azzurro di Celentano. A volte quasi riuscivo a canticchiarla, ma le parole e il ritmo esatto mi sfuggivano.
Ho cercato quel CD in ogni angolo di ogni casa che abbiamo cambiato da allora. Ho ascoltato tutti i CD, tutti i dischi e tutte le cassette che mi hai lasciato, anche quelli masterizzati da te e che tu e la mamma portavate alle feste quando eravate fidanzati. Ho imparato a conoscere e ad amare i Placebo, i Depeche Mode e i The Smiths grazie a questa storia, ma quel CD non è mai saltato fuori.
Ci sono stati periodi, anche abbastanza lunghi, in cui ho dimenticato totalmente la mia caccia al tesoro, ma al primo ricordo che riaffiorava non riuscivo a non provarci ancora e ancora. Ho cercato ogni disco o compilation in cui comparisse Azzurro e ho ascoltato ogni canzone che la precedesse e seguisse, ma nessuna era quella che cercavo. Ho anche scritto a Celentano, sì, gli ho mandato un’e-mail per chiedergli se avesse memoria di un CD con un peperoncino sulla copertina su cui avessero inciso la sua canzone. Chiaramente non mi ha mai risposto.
Nel frattempo, Martina ha iniziato a studiare psicologia. Lei è stata l’unica persona a cui io abbia mai raccontato questa storia, ma continuava a ripetermi che il mio fosse un falso ricordo, che la memoria dei bambini spesso è fatta di immagini sovrapposte, di associazioni errate e che probabilmente quella canzone non è mai esistita.
Qualche sera fa ero a cena da Luca. Parlavamo di musica e delle canzoni che si cantano seduti sulla sabbia con una chitarra a nascondere le voci stonate, e intanto Spotify accompagnava le nostre conversazioni in modalità shuffle finché lo schermo del computer si è riempito dei colori che ho cercato per una vita. Proprio così, quel maledetto peperoncino.
“Breve saggio filosofico sul senso della vita”, traccia due, Folkabbestia, 1998.
La mattina seguente sono andata in negozio ad ordinare un CD che probabilmente nessuno, a parte te, ha mai comprato, considerando la perplessità del negoziante quando gli ho dettato il titolo. Con quella stessa perplessità oggi mi ha telefonato per avvisarmi che è arrivato e lo sto ascoltando da ore.
Ci sono tutte le trombe che ricordavo, e le fisarmoniche, e il ritmo incalzante. Ci sono i piatti che insieme alle chitarre fanno un gran rumore, c’è la gente che balla, l’affanno del cantante e il tuo dialetto del sud. C’è il tuo rasoio che mi svegliava la mattina prima che andassi a lavoro, la tosse da Marlboro, le filastrocche sulle ginocchia, i tuoi zoccoli sulla sabbia, le onde sugli scogli, lo schicco del bacio della buonanotte, la pronuncia corretta delle parole in inglese che studiavo con te, il motore della Lancia Dedra color notte, l’olio dei panzerotti baresi che scoppietta. C’è di nuovo il soggiorno della casa in Puglia di domenica mattina: io, in piedi sulle tue pantofole che mi insegnano a ballare e Martina, la tua scimmia, aggrappata alla tua schiena. È pronto il pranzo, abbassiamo il volume e raggiungiamo la mamma in cucina.
A breve si potrà dire che ho vissuto due terzi della mia vita senza di te. A volte ho pensato di aver dimenticato perfino il suono della tua voce, ma oggi ho scoperto che ogni ricordo è conservato in uno scrigno eterno e che quella canzone ne è la chiave.
Se mai sarà possibile, prova a tornare a ballare con me.

Sara

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