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Fumano, seduti su sedie nere, attorno a un tavolo di legno segnato dall’alone dei bicchieri, composti da vetri di scarto come i loro pensieri che si sciolgono nelle loro bocche lubrificate dal bourbon. Raramente tengono a freno la lingua. Il barista lo sa…

Fumano, seduti su sedie nere, attorno a un tavolo di legno segnato dall’alone dei bicchieri, composti da vetri di scarto come i loro pensieri che si sciolgono nelle loro bocche lubrificate dal bourbon. Raramente tengono a freno la lingua. Il barista lo sa. È un bar per uomini duri; e loro, lì, si sentono a casa.
Tyler: Non è che mi faccio comandare, è che i tempi ormai sono cambiati.
Jack: Tutte scuse.
Tyler: Lo sai cosa succede se dovessi farlo? Una chiamata, una chiamata soltanto e d’un tratto perdo il lavoro, la casa, mia figlia e la dignità d’essere un uomo. Ormai la società vuole che a comandare siano loro, e se per un attimo non seguiamo questa “regola” della parità dei sessi sei immondizia.
Simon: Mi stai dicendo che a mia moglie le basterebbe una chiamata per cavarsela?
Tyler: Esatto.
Hook: Quindi non posso più menarla?
Tyler: È preferibile di no.
Hook: E come faccio.
Tyler: Trovati un hobby, un qualcosa che ti rilassa. Io attualmente faccio le miniature.
Hook: A me rilassa giocare a bowling.
Tyler: Allora lo sai che fai? Quando senti che la scimmia sta salendo, esci di casa e te ne vai da Jeff.
Hook: Eh, ma quando la scimmia arriva è già troppo tardi.
Tyler: Vacci più volte allora. Magari torni a casa la sera invece che subito dopo lavoro.
Hook: Sì, potrebbe funzionare.

Silenzio. È tardi, devono andare in miniera tra poche ore, ma quel whiskey sembra non finire mai. Bevono e il bicchiere si riempie di nuovo.

Jack: Nah, tutte cazzate.
Tyler: Cosa?
Jack: L’uomo in casa sono io. E decido io se menarla o meno. Saranno cambiati i tempi, ma le dinamiche sono sempre quelle. Ho un equilibrio nella mia vita, e di sicuro non si infrangerà per qualche troia al potere.
Tyler: Lo so, ma hai visto cos’è successo a Brian? Carcere a vita per aver solamente tirato uno schiaffo di troppo. Se avesse seguito quella piccola regola, ora sarebbe qui a dire la sua.
Jack: Preferisco il carcere a una vita senza il mio equilibrio.
Tyler: Quello che voglio dire è che è arrivata l’ora di cambiare.
Jack guarda il suo bicchiere semivuoto con disprezzo.
Jack: Vaffanculo.
Tyler: Come?
Jack: Vattene a fanculo, te e il tuo cambiamento da frocio.
Hook: Calma Jack, non c’è bisogno di fare così.
Jack: Com’è che dici?
Simon mette una mano sulla spalla di Jack.
Simon: Dai, Jack.
Jack: Ma siete diventati tutti matti stasera?
Jack: Ieri non la pensavate così, eh?
Il silenzio cade sulle loro teste, pesante come una colata di cemento.
Hook: Non fare scenate, cazzo.
Jack: Eh, Tyler? Poi proprio tu che sei stato il primo a menare quel frocio.
Tyler: Stai zitto, cazzo.
Jack barcolla un attimo. Guarda Tyler. Gli tira un destro, ma lo manca. Ha bevuto troppo.
Barista: Andatevene.
Hook: Sì, ora andiamo.
Tyler si alza senza guardare Jack. Si mette il cappello e se ne va.
Jack: Vattene, vattene. Questo sai fare, subire e basta. Sembri quella troia di tua moglie.
Tyler: Abbiamo chiuso Jack. Vattene a casa, sempre se ti ci vogliono.
Jack: La casa è mia e faccio come cazzo mi pare.
È rimasto solo, in piedi davanti al tavolo reduce da quella battaglia. Quel silenzio e quel legno bagnato gli ricordano il Vietnam. Si siede su quella sedia nera come la sua anima.
Jack: Un’altra bottiglia.

È il giorno dopo. Jack non è andato in miniera. Non è un problema, in realtà dopo la guerra non dovrebbe andarci più. Ma non ce la fa. Il lavoro lo distrae. Gli fa sembrare che la sua vita sia in un certo senso utile. È tornato a casa per le sette dal bar. Sua moglie a quell’ora è già a lavoro. Non sa come sia tornato a casa, ma sinceramente non gliene importa. Il risveglio è il solito: mal di testa, torcicollo dovuto dalla dormita sul divano e un’assoluta voglia di pisciare. Sta in piedi, davanti al cesso pronto a cambiare l’olio. Si sbottona i jeans e con la mano va alla ricerca. Il pisello non c’è più. Abbassa lo sguardo e dal petto spuntano due promontori. Si alza la maglietta. Due seni pieni. Lo specchio conferma tutto. I capelli sono lunghi. I vestiti troppo grandi. Non lo accetta. Non è possibile. Torna in salone. Beve. Dorme ancora, ora non per il sonno, ma per la vergogna. Passano ore. Lo sguardo è fermo verso l’alto. Si è accorto di molte macchie sul soffitto, muffa. Ma non gliene frega un cazzo. C’è un problema più grande. È diventato una donna. Non parla da ore; le sue ultime parole sono state al bar, la sera prima, quand’era ancora un uomo. Un uomo duro. Sua moglie torna a casa e Jack si accorge che si è fatta sera. Non la vuole vedere. Non vuole che lo veda, più che altro. Corre in bagno, sperando di non farsi notare. Lo specchio dice ancora le stesse cose. Labbra fini, occhi dolci, nessun pelo in faccia, le orecchie più piccole. Per la prima volta dal Vietnam crolla davanti alla sua figura docile. Piange e singhiozza. È tutto vero, ma non capisce. Perché Dio gli abbia fatto questo non lo sa.
Inizia a pensare al bar. Al whiskey che lo ha sempre accudito nei momenti peggiori. Il bagno dà sulla strada. Decide di andare alla ricerca di spiegazioni davanti a quel tavolo che gliene ha sempre date. Seduto su quella sedia nera che lo riporta ogni volta lì, in quella cruda giungla vietnamita. Va a piedi, il passo è leggero e solitario è l’eco dei tacchi si sente battere sulla strada. Si accorge di essere vestito come una puttana. La gonna fa vedere le sue cosce prive di cicatrici e peli. Per un momento ha freddo. Non lo prova da tanto. Arriva fuori dal bar. Ci sono tutti: Tyler, Hook, Simon. Sono in sua attesa da tanto. Tyler vuole chiarirsi con Jack, ma quella sera ormai notte, per i tre che aspettano, è la sera giusta per agire. Hook e Simon hanno convinto Tyler. Quella sera ormai notte avrebbero dato sfogo alle loro scimmie per l’ultima volta. Escono e vedono nell’altro ciglio della strada una puttana. Ha i tacchi, la gonna, due seni pieni, capelli lunghi, labbra fini, occhi dolci, nessun pelo in faccia, orecchie piccole.
Jack vede che i suoi amici si avvicinano. Si mette a correre per la vergogna. Ma loro non gliela danno vinta così. Nonostante l’alcol e le tante ore in miniera, corrono come ghepardi in caccia. La prendono quella puttana, e le scimmie si slegano sulle sue gambe, così pulite. Sui suoi seni, così docili. Sulle sue labbra, così fini. Sui suoi capelli, così lunghi. La lasciano lì, nelle fratte come un mozzicone di sigaretta. Jack non si è mai sentito tanto incompreso prima. Lasciato lì dietro a un cespuglio, nella notte più fredda della sua vita. Eccolo. Il Vietnam.

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